Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 17/8/2007, 17 agosto 2007
CINQUE DIPENDENTI FANNULLONI LICENZIATI A BOLZANO (CDS, 25/8/2007)
PAOLO BELTRAMIN
MILANO – Giovane, qualificato, un tipo brillante. Assunto a tempo indeterminato come tecnico informatico dalla Provincia di Bolzano. Arrivava in orario, non si metteva mai in malattia. L’unico problema è che non lavorava. Il capo gli dava un incarico, lui restava impassibile. «Sembrava volesse sfidarci tutti », raccontano i colleghi. Non ha trovato neanche un sindacato disposto a difenderlo. E quest’anno, dopo una lunga trafila burocratica, l’amministrazione lo ha licenziato. Lui e altri 4 dipendenti, tre amministrativi e un bidello. Tutti per lo stesso motivo, previsto dal contratto provinciale del pubblico impiego: «Persistente insufficiente rendimento».
Tre erano stati assunti come impiegati. A meno di 25 anni. Un caso raro, in tempi in cui anche l’amministrazione provinciale più ricca d’Italia deve fare i conti con le assunzioni contingentate dal governo. Gli stipendi, complice «l’indennità di bilinguismo» (tutti i dipendenti devono parlare italiano e tedesco), fanno invidia alle altre amministrazioni locali: un impiegato al primo stipendio prende poco più di mille euro al mese, ma ogni due anni scatta un corposo adeguamento. E un capo dipartimento a fine carriera arriva a 9 mila euro netti.
I tre impiegati non devono aver fatto questi conti. Sono stati licenziati senza nemmeno aspettare la fine del periodo di prova, 6 mesi. Al capufficio ne sono bastati tre per accorgersi che stavano seguendo l’esempio del tecnico informatico, che a Bolzano era diventato una piccola celebrità. «Anche loro sembravano farlo apposta – racconta Armand Mattivi, della ripartizione provinciale al lavoro ”. Hanno dimostrato una totale indisponibilità a portare a termine i loro incarichi». Dopo diversi richiami il caso è passato alla ripartizione del lavoro, sono stati convocati i sindacati e ne ha discusso anche la giunta provinciale. E adesso «Speriamo che trovino un posto nel privato – conclude Mattivi ”. E si mettano a lavorare davvero».
Per il quinto licenziato trovare un nuovo lavoro non sarà facile. Ha 50 anni, licenza media, la madre invalida e problemi di alcolismo. Faceva il bidello in una scuola media, per 5 anni la Provincia gli ha dato dei contratti a termine «sperando di recuperarlo. Ma ora anche la nostra pazienza è finita», racconta Luisa Gnecchi, ds, assessore al Lavoro».
Solo in due hanno fatto ricorso. Nessun sindacalista locale ha minacciato lo sciopero. E neanche dalle segreterie nazionali arrivano proteste: «I licenziamenti ci sono come è normale che sia, ma non servono leggi speciali», dice Carlo Podda della Cgil. «Cinque licenziamenti su 40 mila dipendenti pubblici statisticamente sono poca cosa – conclude la Gnecchi ”. Però hanno un valore simbolico. Si dice che in Italia nel pubblico impiego è tutto garantito. A Bolzano non è così. Perché chi non ha voglia di lavorare il posto lo perde». E ora il modello altoatesino potrebbe fare scuola. «Purtroppo oggi manca una classe dirigente in grado di prendersi la responsabilità di licenziare – attacca Daniela Gasparini, anche lei centrosinistra, assessore al personale della Provincia di Milano – Ma per me i fannulloni vanno mandati a casa».
PIETRO ICHINO
Non sappiamo come stiano effettivamente le cose nei cinque casi nei quali la Provincia autonoma di Bolzano ha ritenuto di licenziare per scarso rendimento altrettanti propri dipendenti; ma va comunque salutato come una buona notizia il fatto che – a differenza di tante altre amministrazioni pubbliche – questa ha incominciato a esercitare nei confronti dei dipendenti le proprie prerogative di datore di lavoro. Ha incominciato, cioè, a considerare il rapporto di pubblico impiego come un normale contratto di lavoro, nel quale alla retribuzione deve corrispondere una congrua prestazione lavorativa; e non come la fonte di una rendita garantita per l’impiegato senza alcuna garanzia di contropartita per l’amministrazione. In un Paese normale, un fatto come questo non dovrebbe neppure costituire notizia degna di rilievo: dovrebbe essere del tutto ovvio che un ente pubblico, come qualsiasi imprenditore privato, faccia il proprio mestiere di datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti. Se da noi il fatto costituisce notizia di rilievo è perché nelle nostre amministrazioni pubbliche accade normalmente il contrario: come nel caso emblematico, e ormai famoso, del professor M. di Milano, che l’amministrazione scolastica non sa o non vuole licenziare nonostante la sua gravissima nullafacenza ormai provata al di là di ogni ragionevole dubbio e la sua citazione da parte del Pubblico ministero davanti alla Corte dei Conti per il risarcimento del danno enorme causato allo Stato. Di fatto, in Italia il licenziamento disciplinare nei confronti di un dipendente statale o di ente locale viene attivato soltanto come sanzione accessoria rispetto a una condanna penale a molti anni di reclusione. Ciò significa, in sostanza, la soppressione di questo strumento, che invece dovrebbe essere attivato anche per inadempienze gravi non costituenti reato. Oltretutto, per svolgere la funzione che gli è propria, il licenziamento disciplinare dovrebbe essere attivato nell’immediatezza della mancanza del lavoratore, e non con i tempi biblici del procedimento penale.
A un anno esatto dall’apertura da parte del Corriere di un dibattito su questo tema, che dall’agosto dell’anno scorso non si è più sopito, ben venga dunque la notizia che arriva dall’Alto Adige. Con un’avvertenza, però: licenziare i nullafacenti colposi o dolosi è necessario per il buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche, ma non è certo sufficiente. Più ancora che le sanzioni contro chi non fa il proprio dovere sono indispensabili gli incentivi giusti per stimolare tutti i dipendenti pubblici a svolgere nel modo migliore la propria funzione, al servizio dei cittadini. Questo è il compito dei dirigenti, ai quali bisogna restituire i poteri effettivi necessari per svolgerlo: poteri di valutazione e di differenziazione dei trattamenti in base al merito. E piena responsabilità in proposito: la legge prevede espressamente il licenziamento del dirigente pubblico nel caso di grave difetto nel raggiungimento degli obbiettivi di efficienza del comparto che è gli affidato. da lì che occorre incominciare.
P.BEL.
MILANO – Tre anni fa aveva istituito una «commissione di controllo» per snidare i dipendenti fannulloni. Questa volta la «sua» Provincia ha licenziato cinque dipendenti per inefficienza. «Dovevamo farlo, per rispetto di chi paga le tasse». Luis Durnwalder, 65 anni, presidente della Provincia di Bolzano ininterrottamente dal 1989, il leader della Svp votato pure da migliaia di altoatesini di lingua italiana, non ha dubbi: «Nel diritto del lavoro non dovrebbero esserci differenze tra settore pubblico e settore privato. Insomma, un ente locale dovrebbe avere le stesse possibilità di licenziare che ha un’azienda. Fino ad allora, i contribuenti avranno ragione a dire che chi lavora nel settore pubblico è un privilegiato ».
Presidente, non teme di risultare impopolare tra i «suoi» dipendenti-elettori?
«Faccio una premessa: chi ha problemi fisici, oppure chi si ammala, non verrà mai messo in discussione dalla nostra amministrazione. Anzi, in un mondo perfetto la società dovrebbe prendersi carico completamente di tutte le persone che non sono in grado di lavorare. Questo purtroppo non sempre succede».
E non sempre chi è in grado di lavorare ha voglia di farlo.
«I dipendenti della Provincia di Bolzano hanno ottimi stipendi. E, per la stragrande maggioranza, sono dei grandi lavoratori. Ma chi non fa il proprio dovere non merita nessun rispetto. E il lavoro, per una parte della vita, è uno dei principali doveri dell’uomo. Questo principio vale anche nelle aziende private, ma nel settore pubblico è ancora più importante: perché i fannulloni rubano alla comunità. Per questo, sono convinto che gli organi di governo dovrebbero essere gestiti come delle società private, anche se hanno fini sociali».
E chi controlla i politici?
«Almeno i cittadini hanno la possibilità di licenziarli una volta ogni 5 anni».