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 2007  agosto 23 Giovedì calendario

”Privilegi? La Chiesa pronta a rinunciare”. La Stampa 23 Agosto 2007. RIMINI. Il fisco non è un dogma

”Privilegi? La Chiesa pronta a rinunciare”. La Stampa 23 Agosto 2007. RIMINI. Il fisco non è un dogma. La Chiesa non ha chiesto privilegi e ora non avrebbe difficoltà a ridiscutere con lo Stato l’intera materia delle tasse secondo il metodo indicato dal nuovo Concordato». Seduto al tavolo degli assessori veneti nello stand del «Caffé Pedrocchi» al Meeting, piluccando dal menù del pranzo riso negro in insalata, scartosso di pesce fritto e veneziana al sorbetto di frutta, Giulio Andreotti, «segretario di Stato vaticano in pectore» secondo la definizione di Francesco Cossiga e «cardinale laico» secondo quella del porporato Achille Silvestrini, dà voce agli umori d’Oltretevere sulle agevolazioni fiscali contestate dal sottosegretario all’Economina, Paolo Cento. E, a sorpresa, l’ex presidente del Consiglio, ascoltato frequentatore dei sacri Palazzi annuncia:«Se ne può discutere in un tavolo bilaterale, con un dialogo franco tra le parti». Senatore Andreotti, nel governo c’è chi protesta perché la Chiesa non paga le tasse come gli altri contribuenti. Cosa replica? «Nulla vieta che si riveda insieme la questione delle agevolazioni fiscali per quelle attività che non riguardano specificamente la missione religiosa. Si può pensare di definire insieme nel dettaglio quali luoghi e quali compiti si possano far rientrare nell’attività pastorale della Chiesa. Ciò che conta è non cadere nella trappola del muro contro muro e delle reciproche recriminazioni. Le istituzioni ecclesiali non sono imprese e la Chiesa non è una multinazionale. Da un lato non ha senso rispolverare cavalli di battaglia laicisti, ma da parte cattolica mi sembra controproducente ribattere ad ogni provocazione gridando alla persecuzione anti-ecclesiale. Per quanto conosco della Chiesa, non credo proprio che si faranno le barricate nelle parrocchie a favore delle esenzioni Ici sugli immobili degli ordini religiosi». E chi denuncia un piano anticlericale? «L’allora presidente della Cei, Urbani rispondeva "sono anticlericale anch’io" ai politici che nei dibattiti pubblici vantavano credenziali di anticlericalismo. A me sembra una discussione anacronistica e fuori luogo perché la soluzione è scritta nel Concordato con il quale un quarto di secolo fa è stato indicato un metodo costruttivo e di sicura efficacia. E’ un modo pragmatico e razionale per risolvere le controversie. Va benissimo ancora adesso e si può applicare anche al problema delle tasse. Occorre solo sedersi attorno a un tavolo e affrontare, punto per punto, i problemi sul tappeto». Quali, in particolare? «Le esenzioni, gli sconti sulle attività produttive, le distinzioni tra attività religiose e attività non pastorali. Di sicuro, la contrapposizione ideologica non serve a nessuno. Meglio il negoziato e il buon senso. La faziosità, come quella di cui dà prova il socialista Boselli quando parla di scuola cattolica, fa male e forse richiede una cura a Chianciano per essere più sereni nelle proprie valutazioni. Certo, essere disponibili ad affrontare la materia fiscale non significa negare che, a parte gli obblighi giuridici, la Chiesa è un’entità da considerare in modo particolare. Piuttosto che alle aziende, è del tutto logico equipararla alle realtà che lavorano senza scopo di lucro e che, infatti, non sono soggette a tassazione». Nella sua lunga esperienza politica ricorda polemiche così intense sui privilegi fiscali della Chiesa? «Un tempo era un cavallo di battaglia di una certa sinistra, più socialista che comunista. Adesso, per la verità, mi sembra una battaglia di retroguardia, poco centrata come il rimprovero di Prodi alla Chiesa di tacere sull’evasione fiscale mentre il nuovo catechismo dedica addirittura un intero capitolo all’argomento. In realtà, sento nell’aria una certa confusione. Il Papa re non esiste più da tanto tempo ma c’è chi continua a creare confusione tra Stato e Chiesa. Nel dopoguerra abbiamo fatto un passo in avanti con la riforma Vanoni, però è illusorio e fuorviante pensare di arrivare alla perfezione fiscale». Ma l’Unione europea ha avviato una procedura d’infrazione verso l’Italia proprio sulle agevolazioni fiscali concesse alla Chiesa e alle organizzazioni non aventi fini di lucro... «Lo status fiscale delle istituzioni religiose non è una questione teologica. Non sono in discussione le relazioni internazionali tra l’Italia e la Santa Sede, ma una questione interna che si può risolvere in via negoziale. Mi meraviglia tutta questa confusione per le foresterie delle suore e gli alberghi del Giubileo. E’ come per la tassa di soggiorno: si fece un’eccezione per Roma non per compiacere il Vaticano ma per favorire i pellegrinaggi religiosi nella capitale della cattolicità e quindi il turismo. Magari alle casse del comune i soldi delle imposte sugli immobili religiosi possono far comodo, però non mi sembra un gran vantaggio penalizzare la capacità ricettiva. Ogni pellegrino in più, è anche una fonte di ricchezza. No?». Il segretario di Stato, Bertone, ha richiamato all’equità nell’utilizzo del gettito fiscale e il vescovo ciellino Negri ha definito "legittima difesa" non pagare le tasse quando sono eccesive. E’ sorpreso? «Io sono laico e noto che quando un esponente della Chiesa parla di temi civili la reazione è sempre: "Perché si impiccia?". L’intervento al Meting del cardinal Bertone, invece, ha avuto un’accoglienza diversa dal solito e in tanti hanno detto: "Bene o male, ha fatto bene a far sentire la sua voce". L’evasione è un terreno scivoloso. Le motivazioni degli evasori sono tradizionalmente tante. Durante lo Stato pontificio a Roma molti non pagavano le tasse perché non volevano dare i soldi al Papa. Poi, dopo la breccia di Porta Pia nel 1870, quegli stessi romani hanno continuato a non pagarle perché non volevano dare i soldi a chi il Papa lo teneva prigioniero. E’ vero che le tasse alte spingono a frodare il fisco. Però il catechismo condanna gli evasori senza tanta indulgenza». GIACOMO GALEAZZI