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 2007  agosto 23 Giovedì calendario

TRA VITA E MALAVITA

La Stampa 23 Agosto 2007. Dalla terrazza affacciata sulla costa siciliana, dove due sere fa cenavamo con un gruppo di amici, la Sicilia in fiamme si vedeva benissimo, anche se non si poteva immaginare la tragedia e i morti che avrebbe portato. D’improvviso, il fuoco si è acceso anche sotto le nostre case, qualcuno è corso a vedere, e per un po’, fino all’arrivo dei pompieri, l’odore di fumo e il rogo di stoppie, a meno di un chilometro dalla nostra tavola, ci hanno fatto temere.
Come ogni siciliano sa, e come sanno anche tutti quelli che in Sicilia ci vengono in vacanza, una notte di scirocco è di per sé una calamità, che nessuna pazienza, o rassegnazione, o amore per il caldo può lenire, e che nemmeno l’aria condizionata a volte riesce a contrastare.
Certe notti, per dire, in Sicilia la gente si mette a dormire all’aria aperta, sui balconi, o nei vicoli resta seduta per strada in canottiera fino all’alba, sospirando e aspettando un refolo d’aria.
Sono queste notti infernali ad accendere la tentazione degli appiccatori, il silenzioso sgusciare nell’ombra dei delinquenti armati di torce e taniche di benzina. Ed è nel buio afoso che, a sorpresa, le fiamme si accendono e dilagano, spinte dal vento. Cosicché, nella vita di ogni siciliano, la paura del fuoco e quella del mare crescono insieme, fanno parte a loro modo dello stare al mondo e dell’educazione alla sopravvivenza. Alla stessa età si impara a nuotare, a raggiungere la riva quando il mare si alza e a far parte di squadre di disperati che corrono a difendere le case dagli incendi.
Se il pericolo è frequente, come in Sicilia, può capitare di sottovalutarlo: e magari sarà andata così a quei disgraziati che non sono riusciti a scappare e hanno perso la vita al «Rifugio del Falco», l’agriturismo vicino a Patti, nel messinese, morendo nel modo più atroce, circondati e avvolti dalle fiamme. Ma va detto che spesso, troppo spesso, un incendio acceso dagli appiccatori è una trappola da cui è molto difficile salvarsi. Basta solo guardare dall’alto, per capire: il fuoco è acceso ad arte in più punti, sottovento, in modo che in breve formi un cerchio che si muove sul terreno e tende ad allargarsi, circondando tutto quello che incontra. Per quanto forte sia l’allarme, per quanto rapidi la fuga e i soccorsi, il vento è sempre più veloce, senza dire che la notte non volano i Canadair, e dai rubinetti siciliani arsi di siccità esce un filo d’acqua che le fiamme trasformano presto in fumo e vapore.
Non fosse che per rispetto dei morti, questa volta speriamo sia diverso. Ma purtroppo, tutte le volte precedenti - è di meno di un mese fa, 28 luglio, l’appello del Presidente della Repubblica Napolitano a una «mobilitazione permanente» contro gli incendi - promesse, impegni e piani volti a prevenire il rischio, per non piangerne le conseguenze il giorno dopo, sono stati disattesi, dimenticati, diluiti nella solita indifferenza che accompagna i nostri guai nazionali.
Perché, si tratti di acqua, di fuoco o di immondizia, c’è una strana logica dell’emergenza che fa di ogni problema sociale in Italia, anche di quelli più gravi, una sorta di necessaria componente dell’esistenza, un qualcosa di inevitabile, incurabile, estremo. Un male cronico, che al più si potrà tamponare, o richiederà un miracolo, come quello che il presidente siciliano Totò Cuffaro è andato in pellegrinaggio a invocare.
La Sicilia brucia: chi è stato? La mafia, ti rispondono rassegnati, perché ha interessi nell’edilizia e non vuole boschi a fermare le sue ruspe. Oppure bracconieri criminali che anticipano così la stagione di caccia, tirando fuori col fuoco le prede dalle tane. O addirittura, come dice qualcuno genericamente, e ci auguriamo ingiustamente, qualche forestale precario, che cerca di allungare i suoi tempi di ingaggio, e assicurarsi il sussidio per l’inverno pagato dalle Regioni solo dopo un certo numero di giorni lavorati. Pensa un po’, si stenta davvero a crederci, anche se la verità non si saprà mai: gli incendi appiccati da quegli stessi che dovrebbero avvistarli, e poi aiutare a spegnerli.
In uno dei suoi racconti più belli, Leonardo Sciascia scriveva di una particolare tecnica di coltivazione dei limoni della vecchia Sicilia contadina. La tecnica si chiamava «la forzatura», e consisteva nell’assetare gli alberi nei mesi più caldi e più vicini alla raccolta. Poi, tutti insieme, quando i frutti sui rami raggrinzivano e le piante cominciavano a seccare, si allagavano i campi, e i limoni, «forzati», riprendevano colore e sapore, poco prima di essere colti. Esempio di furbizia contadina, nell’isola in cui l’acqua è sempre stata poca e preziosa. Ma forse, come lasciava intendere il grande scrittore, metafora della presunzione siciliana, dell’inutile senso di superiorità, o del diffuso gusto di agire fuori delle regole. Questo è il punto: che la forzatura, da espediente, è ormai diventata regola. E in Sicilia, e non solo in Sicilia, regola di vita oltre che di malavita.
Marcello Sorgi