La Stampa 23/08/2007, pag.34 JAVIER CERCAS, 23 agosto 2007
E’ finito il fair play? Non è la fine del mondo. La Stampa 23 Agosto 2007. Si vedeva che sarebbe successo
E’ finito il fair play? Non è la fine del mondo. La Stampa 23 Agosto 2007. Si vedeva che sarebbe successo. Ma prima di raccontarvi che cosa si vedeva che sarebbe successo, lasciate che vi racconti un’altra cosa. In Borges, questo libro postumo e meraviglioso in cui ha raccolto quasi sessant’anni d’amicizia e di letteratura con il suo eterno compagno, Bioy Casares riferisce che Borges irrideva con crudeltà gli «odiatori generalisti», quel tipo di persone che provano una soddisfazione rancorosa e idiota nel disprezzo indiscriminato. Esiste anche, certo, il lamentoso generalista; di fatto il lamentoso generalista e l’odiatore generalista spesso coincidono nella stessa persona perché le forme d’idiozia non si respingono. Questi due tipi duri da digerire sono dei nostalgici militanti: credono sinceramente (o ipocritamente) che un tempo la gente fosse d’animo nobile e onesta e sincera e leale, e adesso no; che prima la gente avesse intelligenza e cultura, e adesso no; che prima il mondo fosse un luogo dove si poteva vivere, e adesso no. Il lamentoso generalista si rifugia nella protezione che gli dà la frase di Manrique secondo cui «ogni tempo passato è stato migliore»; dimentica o ignora, però, che Manrique non era un bamboccio che si succhiava il pollice e che, in realtà, egli sostiene che «a nostro modo di vedere ogni tempo passato è stato migliore». Vale a dire: le incontaminate virtù di ieri sono il frutto illusorio del disagio che proviamo nei rapporti con il presente, e la realtà è meno gradevole e meno semplice e più spinosa, quasi che fosse sempre esistita un’immutabile quantità di virtù e di difetti ripartiti in modo diverso o mascherati in modo diverso, o il mondo sia sempre stato un luogo più o meno ugualmente vivibile (o invivibile). Questa è la realtà. E adesso, quello che si vedeva che stava succedendo. Quello che si vedeva che stava succedendo è che sono diventato un lamentoso generalista. No: è uno scherzo (o, almeno, lo spero). accaduto in quell’incontro di tennis al di là dell’umano disputato qualche settimana fa a Wimbledon tra Rafael Nadal e Robin Soderling. Il match è terminato a favore di Nadal in cinque set selvaggi dopo 4 ore e 5 minuti di gioco ripartiti in tre giorni e in altri cinque d’attesa durante i quali i due tennisti sono entrati per otto volte in campo. « stata la gara più dura della mia vita» ha dichiarato Nadal nella conferenza stampa. E si è anche lamentato del comportamento dell’avversario: «Peggiore non sarebbe stato possibile». In effetti durante la partita Soderling non ha smesso per un attimo d’infastidire lo spagnolo: l’ha preso in giro imitando i suoi gesti, l’ha provocato mostrandogli il pugno alzato, non s’è neppure sforzato di mostrare preoccupazione quando l’altro è caduto e neanche s’è scusato quando una delle sue palline ha toccato la rete ed è caduta a fianco di Nadal. L’atteggiamento di Soderling è contrario a tutte le leggi non scritte del tennis. Nato come un gioco per gentlemen, come tutti gli altri sport, mentre gli altri via via degeneravano in risse bestiali il tennis è rimasto imperturbabilmente fedele alle sue origini cavalleresche. Indubbiamente negli ultimi anni ha subìto mutamenti spettacolari, tecnici e anche morali. Molti gli hanno giovato, ma sino a dieci anni fa era assolutamente inimmaginabile che una pallina toccasse la rete e cadesse di fianco all’avversario senza che chi l’aveva colpita non si scusasse. «Perché dovrei scusarmi se per me si tratta d’un momento di felicità?», ha sostenuto Soloderling quando gli anno rinfacciato lo scarso fair play. «Sarebbe da cretini». La cosa peggiore è che Solderling ha ragione, almeno in base ai criteri morali di tutti gli altri sport: qualsiasi giocatore di basket giudicherebbe una sciocchezza scusarsi perchéè il suo lancio è entrato nel canestro dopo aver battuto contro il cerchio; qualsiasi calciatore giudicherebbe una sciocchezza scusarsi perché il suo tiro s’è infilato in porta dopo aver colpito il palo. E così Solderling non è il reietto che pensa chi, come noi, vive accecato dalla passione del tennis, ma soltanto un pioniere. Tra poco tutti i tennisti giocheranno come Solderling: ridicolizzeranno l’avversario, lo insulteranno, gli faranno lo sgambetto al cambio di campo, saranno felici se si farà male: non manca molto a quando due tennisti si piglieranno a racchettate sotto rete. Non succede niente, amici; non cedete alla tentazione di odiare la realtà, di lamentarvi: anche se credete che si tratti dell’apocalisse, non è l’apocalisse; anche se avete voglia di piangere, non piangete. Non piangete, accidenti! Dimenticatevi persino di Borges che non sapeva niente di tennis ma sapeva molto di cavalleria e assicurava che l’obbligo principale d’un cavaliere è non dare fastidio. Pensate che, in fondo, è una consolazione; ormai non dobbiamo più fingere di essere ciò che non siamo; ormai possiamo essere quello che sono tutti: animali. JAVIER CERCAS