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 2007  agosto 23 Giovedì calendario

1937, dicono pace e fanno la guerra. La Stampa 23 Agosto 2007. Il 1937 fu uno degli anni più cupi e inquietanti alla vigilia della seconda guerra mondiale

1937, dicono pace e fanno la guerra. La Stampa 23 Agosto 2007. Il 1937 fu uno degli anni più cupi e inquietanti alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il 7 vi appariva come un cattivo annuncio per l’Europa sospinta nelle fauci di Hitler dalle cedevoli e fiacche diplomazie occidentali che, inventando il placebo dell’appeasement, si preparavano a offrirgli in pasto l’Austria e la Cecoslovacchia. La resa di Monaco era già nell’aria. Neville Chamberlain, destinato a svendere alla Germania in cambio di niente pregiati pezzi dell’Europa centrale, era diventato in maggio primo ministro e non faceva che invocare la pace «a tutti i costi». Mai come nel 1937 la parola «pace», che spumeggiava sulle labbra sorridenti dei maggiori politici del tempo, aveva avuto un suono così ipocrita e specularmente così prossimo al dèmone bellico che essi si proponevano di esorcizzare. Pace e guerra, giustizia e crimine, anziché contrari, erano diventati quasi sinonimi. Perfino il bellicoso Mussolini, che aveva appena ingoiato l’Etiopia e occultava le sue responsabilità nell’assassinio dei fratelli Rosselli, trucidati in Francia il 9 giugno da sicuri al soldo del Sim, tuonava a fianco del Führer da Berlino in stentato tedesco: «Al mondo che ansioso ci domanda che cosa vogliamo, Hitler ed io rispondiamo insieme a voce alta: la pace!». Contemporaneamente Stalin, che stava inasprendo i processi contro i vecchi compagni di Lenin e preparando il massacro dei comandanti dell’Armata Rossa, sosteneva di agire contro «traditori» e «spie» in nome della giustizia rivoluzionaria e della difesa della pacifica patria socialista. Intanto due guerre vere, atroci e complicate, in barba alle acrobazie ireniche di Londra e di Parigi continuavano a insanguinare due antiche e nobili nazioni del mondo. I giapponesi da tempo dilaniavano la Cina senza incontrare grande resistenza e anzi trovando, in Manciuria e nella Cina stessa, dei quisling disposti a mettersi alla guida di governi fantocci. Le due fazioni storiche che si disputavano la conquista del potere, il partito militarizzato di Mao e il Kuomintang di Ciang Kai-shek, erano troppo impegnati a guerreggiare tra loro con imboscate e sottili inganni asiatici. Né il capo comunista né il presidente del Kuomintang, che giocavano vicendevolmente al gatto e al topo, desideravano dissanguarsi in un scontro frontale con il temibile mastino nipponico che, fino allora, era avanzato quasi sempre nel vuoto. Mao però a quell’epoca si piegava docilmente ai voleri di Stalin, il quale si sforzava di tenere i giapponesi il più lontano possibile dalle frontiere sovietiche. Fu così che nel 1937 i comunisti, con la complicità di emissari russi, suscitarono una ribellione a Shangai, provocando una reazione giapponese di tre mesi talmente spietati da costringere Ciang a intervenire e dichiarare la guerra. Mao stesso finì per allearsi controvoglia al Kuomintang in una comune lotta di resistenza e liberazione contro lo straniero. L’infinito conflitto doveva terminare nel 1945. Dopodiché l’armata maoista avrebbe ripreso e continuato, fino alla vittoria del 1949, la guerra civile contro gli eserciti corrotti e sbandati di Ciang Kai-shek. I tempi della storia, al pari delle calamità naturali, hanno in Asia ritmi più lunghi e dimensioni più devastanti che da noi in Europa. Intanto l’altra orrenda guerra civile iniziata un anno prima, e giunta nell’aprile 1937 al culmine col bombardamento di Guernica, andava seminando morte e devastazione in Spagna. L’inferno iberico si era trasformato in un vortice di conflitti incrociati. Da una parte lo schieramento falangista del ribelle generale Franco, sostenuto dai mori e dai legionari del Tercio, da notevoli forze aeroterrestri italiane, da istruttori tedeschi e bombardieri della Luftwaffe che nella distruzione della cittadina basca di Guernica avevano messo alla prova la loro efficienza tecnica. Dall’altra parte l’instabile e rissoso schieramento repubblicano: un indisciplinato esercito regolare, le militanti Brigate Internazionali, gli anarchici, i socialisti, i liberali, i trockisti, infine i comunisti e i servizi del Komintern e dello spionaggio sovietico. La Russia, in quanto potenza, era materialmente presente in Spagna con circa duemila uomini, un centinaio di carri armati e diversi aerei da combattimento. Ma era coinvolta in una duplice guerra civile: in prima trincea contro i franchisti, in seconda contro gli anarcotrockisti del Poum catalano. Nel maggio 1937 la tensione a Barcellona sfociò in quattro giorni di guerriglia urbana tra milizie comuniste e anarcotrockiste, con un bilancio di 400 morti e 1000 feriti. Per gli uomini di Stalin attivi in Spagna, fra i quali Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il nemico ufficiale e dichiarato era certo Francisco Franco Bahamonde; ma il nemico profondo, il lacché di Trockij, il lebbroso di sinistra, era il leader antifascista del Poum, Andrés Nin, già ministro nel governo Caballero, tratto in inganno e trucidato spietatamente da sicari comunisti d’origine tedesca. La macchina di morte staliniana, una volta messa in moto, non si fermò più: i sicari e i loro mandanti, poiché sapevano troppo, non dovevano vivere a lungo. Il console sovietico a Barcellona Antonov-Ovseenko, il responsabile della missione sovietica Rosenberg, il capo dei consiglieri militari Berzin, richiamati a Mosca, sparirono uno dopo l’altro nella scia delle purghe che stavano decimando il partito bolscevico e decapitando l’esercito. Proprio nel 1937 era stato torturato e ucciso, come presunta spia tedesca, Mikhail Tukhacevskij, il più glorioso dei marescialli sovietici. Resta agghiacciante il commento dello storico Roy Medvedev: «Nessun corpo ufficiali, di nessun esercito al mondo, subì mai in tempo di guerra perdite così ingenti come quelle subite dall’Armata Rossa in tempo di pace». Mussolini e Hitler, che all’epoca non avevano simili problemi in casa, potevano dedicarsi con generosa puntualità al sostegno degli amici franchisti. Stalin, invece, doveva fronteggiare troppi gineprai dentro e fuori casa. Il sostegno che egli riuscì concedere al governo repubblicano fu sostanzialmente inferiore di quello assicurato a Franco dall’Italia e dalla Germania. Ciò nonostante, esso risultò utile, impedendo che i falangisti vincessero la guerra in pochi mesi. I consiglieri russi e le Brigate Internazionali riportarono ordine e disciplina nello sbandato esercito di Madrid, spalleggiandolo nelle importanti battaglie di Jarama e Guadalajara della primavera 1937. Stalin, tuttavia, guardingo e diffidente com’era, si comportò da soccorritore e da strozzino nello stesso tempo. Nessuna arma russa fu utilizzata nei combattimenti fino a quando le riserve auree della repubblica spagnola, valutate sui 500 milioni di dollari, non vennero spedite da Cartagena a Odessa come pagamento anticipato. Oltre all’oro, la Russia impose ai repubblicani madrileni, in cambio di armi e di consiglieri, la consegna di grossi quantitativi di materie prime. La fine dei rifornimenti nel 1938 segnò il destino della repubblica. Per contro, ha osservato Raymond Carr, «furono la continuità e la regolarità degli aiuti tedeschi e italiani a decidere le sorti della guerra». Le lezioni che possiamo trarre dal 1937, anno di svolta decisiva del Novecento, non sono affatto allegre. Sono impastate del cinismo e del realismo miope che, di lì a poco, si dispiegheranno appieno nel fratricidio europeo degli anni Quaranta. Il numero sette, spesso vincente nei casinò, purtroppo sembra meno fortunato nella vertiginosa roulette della storia. Enzo Bettiza