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 2007  agosto 22 Mercoledì calendario

Il vero Tadzio che stregò Mann. La Stampa 22 Agosto 2007. Era il 1971. In un piccolo cinema di Parigi una giovane signora polacca, Maria Tarchalski nata Moes, guardava Morte a Venezia di Luchino Visconti

Il vero Tadzio che stregò Mann. La Stampa 22 Agosto 2007. Era il 1971. In un piccolo cinema di Parigi una giovane signora polacca, Maria Tarchalski nata Moes, guardava Morte a Venezia di Luchino Visconti. Una commozione sincera, un velo di nostalgia, una tristezza sottile la presero. Non era soltanto la storia del musicista Gustav von Aschenbach e della sua morte sulla spiaggia a commuoverla, ma anche e soprattutto la vista di Tadzio, il bellissimo ragazzo di cui Aschenbach s’invaghisce. Perché Tadzio era in realtà suo padre: era stato lui, Wladyslaw Moes detto Adzio, a undici anni (era nato nel 1900) a colpire con la sua bellezza Thomas Mann quando, all’Hotel des Bains al Lido di Venezia, egli vi passò un paio di settimane con la moglie Katia e il fratello Heinrich, nell’estate del 1911. Un incontro fugace, indiretto, quasi una visione poetica, che lasciarono lo scrittore attonito e sconvolto, tanto da spingerlo a scrivere l’anno dopo il lungo racconto La morte a Venezia. Maria Tarchalski scrisse subito a suo padre in Polonia, e da questa corrispondenza riprese il cammino dei ricordi che il vecchio Adzio Moes aveva interrotto nel lontano 1924, quando gli avevano detto che in una novella di Thomas Mann, tradotta allora in polacco, si faceva cenno a un ragazzo bellissimo, che di certo era lui. Il quale, bello ma delicato, bisognoso dell’aria di mare, nato in una famiglia borghese, era stato mandato in vacanza con le sorelle al Lido di Venezia per rimettersi in salute. Quel soggiorno trascorso a giocare sulla spiaggia con l’amico Jan Fudakowski, quella bellezza esibita senza parere, quell’infanzia dorata, che tanto avevano colpito Mann, erano soltanto un pallido ricordo per Moes, la cui vita, come quella di molti ricchi borghesi dell’Europa orientale, era trascorsa fra gioie e dolori, ricchezza e miseria, guerre, prigionie, crisi politiche ed economiche, fine della democrazia e avvento del comunismo. Ce la racconta, questa vita avventurosa e tragica, lo scrittore inglese Gilbert Adair (autore, fra l’altro, del romanzo The Holy Innocents, da cui Bertolucci ha tratto The Dreamers) in un piccolo libro uscito qualche tempo fa (The Real Tadzio. Thomas Mann’s "Death in Venice" and the Boy Who Inspired It). E ci dice, sulla base dei ricordi della figlia Maria, dell’amico Jan e di altri documenti, che Wladyslaw Moes fu un uomo di grande vigore morale, a un tempo viveur e marito fedele, amante della bella vita ma pronto a ogni sacrificio, profondamente borghese nell’animo, anticomunista, pronto a essere disoccupato piuttosto che scendere a compromessi col potere politico. Uomo d’altri tempi, sposò nel 1935 la bella Anna Belina Brzozowska, figlia del conte Wladyslaw, da cui ebbe il figlio Alexander, che morì in giovane età, e più tardi la figlia Maria. Visse l’agiatezza degli Anni Trenta, tra la direzione della cartiera ereditata dal padre e la cura delle sue tenute agricole, la vita mondana e le relazioni sociali. Poi venne la guerra, la prigionia in Germania, il ritorno in patria e la confisca di tutti i suoi beni da parte del nuovo governo, il lavoro precario nella sua stessa cartiera e poi quello di traduttore per un’ambasciata straniera, mentre la moglie, che morirà nel 1978, lavorava in un’altra ambasciata. Una vita difficile che si concluse il 17 dicembre 1986, all’età di 86 anni, mentre la figlia Maria, emigrata in Francia, aspettava un bambino. Luchino Visconti non lo conobbe (o non lo volle conoscere), ma il nome di Moes lo pronuncia il direttore dell’Hotel des Bains quando nel film annuncia la famiglia polacca. GIANNI RONDOLINO