Corriere della Sera 22/08/2007, pag.12 Stefano Montefiori Corriere della Sera 22/08/2007, pag.12 Mario Porqueddu, 22 agosto 2007
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Parigi, arrestata dopo 14 anni l’ex brigatista Marina Petrella. Corriere della Sera 22 agosto 2007. PARIGI – « come se mi avessero annunciato che ho una malattia incurabile, sento che la mia vita è destinata a finire presto», aveva detto Marina Petrella dopo il primo arresto di Cesare Battisti, tre anni fa. Eppure la ex brigatista non si nascondeva, martedì pomeriggio ad Argenteuil si è presentata di persona al commissariato con le carte per dimostrare che c’era un errore, l’automobile coinvolta in un incidente non era più sua, l’aveva venduta da tempo. Sembrava una formalità. Il tempo di un controllo al computer e la donna di 53 anni, condannata all’ergastolo al processo Moro-ter nel 1988, è stata arrestata ed ammanettata davanti alla figlia Emanuela, 10 anni.
Ora i suoi avvocati cercheranno di fare valere una «dottrina Mitterrand» ormai sepolta. Negli anni Ottanta il presidente francese garantì che gli ex brigatisti non sarebbero stati estradati, giudicando che i rifugiati in Francia erano stati condannati in Italia sulla base di poco democratiche «leggi di emergenza ». L’arresto e la consegna in Italia di Paolo Persichetti, nel 2002, hanno interrotto questa prassi, e un patto tra l’allora ministro della Giustizia italiano Roberto Castelli e l’omologo francese Dominique Perben sancì la fine dell’impunità per gli ex protagonisti della lotta armata. Nel 2004, dopo la fuga di Battisti, Castelli inviò alla Francia una lista di 11 rifugiati da estradare: Enrico Villimburgo, Roberta Cappelli, Giovanni Alimonti, Maurizio Di Marzo, Enzo Calvitti, Vincenzo Spanò, Massimo Carfora, Walter Grecchi, Giovanni Vegliacasa, Giorgio Pietrostefani e, appunto, Marina Petrella. Una richiesta rinnovata dal nuovo ministro Clemente Mastella, nell’ottobre del 2006.
Arrestata per la prima volta nel 1978 assieme al futuro marito Luigi Novelli, la Petrella e Novelli furono inviati al soggiorno obbligato a Montereale, un paesino in provincia dell’Aquila. Nell’agosto 1980 fuggirono per partecipare alle riunioni della direzione delle Brigate Rosse che stava decidendo la «campagna d’autunno» e il rapimento del magistrato Giovanni d’Urso. Petrella e Novelli furono arrestati di nuovo il 7 dicembre 1982 dopo uno scontro con i carabinieri su un autobus a Roma. Il sequestro D’Urso, l’uccisione del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi e del vicequestore Sebastiano Vinci, e il tentato sequestro del vicecapo della Digos, Nicola Simone, sono alcuni dei reati per i quali la donna è chiamata a rispondere.
Marina Petrella vive nella periferia parigina da 14 anni, fa l’assistente sociale; ha avuto una prima figlia, Elisa, oggi 24enne, da Luigi Novelli, e una seconda, Emanuela, 10 anni, dal secondo marito algerino Ahmed.
Se la corte d’Appello di Versailles accoglierà la richiesta di estradizione, la Petrella potrà contestarla davanti alla Corte di Cassazione. Nel caso di un ulteriore sì, spetterà al primo ministro François Fillon firmare il decreto, che può essere impugnato davanti al Consiglio di Stato. Ma nel clamore suscitato dal caso Battisti, nel 2004 proprio il Consiglio di Stato francese ha stabilito che la dottrina Mitterrand è ormai «priva di ogni effetto giuridico»; e la Cassazione francese ha aggiunto che la Francia non ha titolo per censurare la giustizia italiana, perché la giurisdizione italiana era ed è conforme agli standard europei.
Restano gli argomenti extra-giuridici, spiegati dalla stessa Petrella all’Humanité all’epoca del caso Battisti: «La Francia rinnega sé stessa, e l’Italia agisce per pura vendetta. Ma io ho abbandonato ogni attività politica, il prolungamento di ciò che sono stata è oggi il mio lavoro nel sociale, nell’educazione popolare. Tutti noi ci siamo costruiti in Francia una nuova vita, senza negare quello che siamo stati. Cacciarci dalla Francia non risolverà niente, anzi, non farà che allungare la lista delle vittime. Se domani venissi estradata in Italia, ad essere rovinati con me ci sarebbero mio marito e mia figlia, cittadini francesi». L’indulgenza verso gli ex terroristi, a lungo praticata dalla gauche, non sembra però nelle corde della Francia di Sarkozy e del ministro della Giustizia Rachida Dati.
Stefano Montefiori
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LA FIGLIA ELISA. Corriere della Sera 23 agosto 2007. MILANO – La notte del 24 agosto 1983, alle 2 e 11 minuti, arriva al Policlinico di Roma un’ambulanza partita dal reparto femminile del carcere di Rebibbia. A bordo c’è una detenuta con le doglie. Poco dopo, in una sala della seconda clinica di ostetricia, nasce Elisa. La notizia finisce sui giornali: «Pesa 3 chili ed è in ottima salute, come la madre». Il primo giorno di vita lo passa in una stanza piantonata daquindici agenti della polizia penitenziaria. Perché la sua mamma si chiama Marina Petrella e il padre è Luigi Novelli: sono considerati i capi della colonna romana delle Brigate rosse. Già condannati a 14 anni per banda armata e detenzione d’armi nel processo per il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, sono tra gli imputati del cosiddetto Moro Ter, nel quale confluiscono praticamente tutti gli attentati rivendicati a Roma dalle Br tra il 1977 e il 1982: dal sequestro del magistrato Giovanni D’Urso (rapito il 12 dicembre 1980 e liberato il 15 gennaio ’81), all’omicidio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi e del vicequestore Sebastiano Vinci, al tentato sequestro del vicecapo della Digos, Nicola Simone. Il primo grado si chiude nel 1988 con 153 condanne, 20 assoluzioni, 1.800 anni di detenzione, 26 ergastoli. Incluso quello di Marina Petrella. Nel ’92 la corte d’Assise d’appello ne conferma 20.
Questa è la storia. Poi c’è Elisa, la bimba «nata in carcere» che domani compie 24 anni. Vive anche lei a Parigi. Dice: «Io posso parlare della vicenda di una famiglia normale. Anzi, che si è ricreata una vita normale». Almeno fino all’altro ieri, fino al nuovo arresto di Marina Petrella, che riporta tutto indietro agli anni di piombo. Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, tuona dalla sua casa parigina: «Si sono presi Marina con un sotterfugio di Ferragosto: hanno approfittato della sua intenzionale normalità di vita per arrestarla senza scomodarsi e sprecare benzina. Mi colpisce il carattere smisurato della distanza temporale fra i fatti, le condanne e l’esecuzione della pena. Chiamo alla piazza: cominceremo con una carovana». Elisa invece racconta con calma: «Sono stata in carcere con mamma per un anno, poi mi mandarono a vivere da alcuni compagni dei miei genitori. Fino alla scarcerazione di Marina. Allora avevo 5 anni e siamo rimaste in Italia fino a quando stavo per compierne 10». L’avvocato che difendeva la Petrella all’epoca si chiama Giuseppe Mattina. «La ricordo con affetto, come una persona molto stimabile – dice ”. Purtroppo era accusata dell’omicidio del vicequestore Vinci. Io ottenni la sua scarcerazione (decorrenza dei termini ndr), poi lei decise di lasciare l’Italia alla vigilia del ricorso per Cassazione ». I conti tornano: nel maggio ’93 la prima sezione penale della Cassazione conferma in gran parte la sentenza d’appello, compresa la condanna per Marina Petrella. Ma lei è in Francia. «Da quando siamo qui mia madre ha sempre pensato a integrarsi – dice Elisa ”. Ha preso il brevetto da assistente sociale e lavora per varie associazioni che prestano servizio nelle banlieue di Parigi ». Anche la Petrella vive in periferia. Da circa quattro anni si è trasferita con il suo nuovo compagno, un uomo algerino, e la figlia che hanno avuto, Emanuela, 10 anni, in un appartamento a Argenteuil, cintura Nord di Parigi. «Una casa carina – continua Elisa ”: tre stanze, bagno e cucina. Amici italiani e francesi. Una vita tranquilla, sia prima sia dopo la perquisizione del 2003, quando comunque non trovarono nulla. Del resto, cosa dovevano trovare? Io faccio l’università, studio lingue, e abito da un’altra parte, per conto mio». Conclude: «Non è che la mia vita sia stata segnata dal nome che porto. Sono cose lontane, la gente che frequento io non sa nemmeno di cosa si tratti».
Magari il suo è un punto di vista un po’ particolare, ma di certo le vicende dei suoi genitori sono storie lontane. Primo arresto nel ’78, scarcerati per decorrenza dei termini nel maggio 1980, ad agosto lasciano il soggiorno obbligato a Montereale, paesino in provincia dell’Aquila. Poi un altro arresto, il 7 dicembre ’82, su un autobus dell’Atac nei pressi dell’ospedale San Camillo, quartiere Portuense. Marina Petrella è incinta e ancora non lo sa. Ma quella volta lei e Novelli si dichiarano brigatisti. L’ex fabbro ferraio e l’ex segretaria della scuola Buozzi hanno fatto il salto di qualità. Non sono più «irregolari, seppure con funzioni di rilievo nel settore logistico della colonna romana »: ora sono considerati i vertici delle Br nella capitale, e Novelli è ritenuto membro dell’esecutivo nazionale dell’organizzazione. Per le cronache sono i «coniugi del terrore». In realtà le loro nozze con rito religioso devono ancora arrivare e faranno notizia. La data fissata è l’11 settembre ’83 e a Rebibbia è tutto pronto: la sposa con i genitori, i parenti dello sposo, sacerdote e rinfresco. Ma Novelli ha chiesto di incontrare la Petrella prima delle nozze, il magistrato nega il permesso e lui si rifiuta di uscire di cella. Non se ne fa niente fino al 18 settembre. Quel giorno i due diventano marito e moglie davanti alla chiesa e battezzano la figlia. Oggi Novelli, condannato all’ergastolo, gode dei benefici e può lasciare il carcere. Come Stefano Petrella, fratello di Marina, anche lui un passato nelle Br. Stanno a Roma. Elisa li va a trovare quando torna in Italia. «Come ho sempre fatto – dice – anche quando mio padre era dentro». Era la sua vita normale. Ora chissà.
Mario Porqueddu