Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 23 Giovedì calendario

FRUTTERO

Corriere della Sera 23 agosto 2007. CASTIGLIONE DELLA PESCAIA (Grosseto) – Le polemiche letterarie non gli interessano più, sui giornali preferisce leggere della statua dell’asino che si vuole mettere in piazza e che divide Pitigliano, oppure dell’Ufo che qualcuno, scavando per cercare l’acqua, ha trovato a Roccatederighi. Per la verità è una massa ferrosa di circa dieci metri, nessuno ha capito esattamente di cosa si tratti, ma per Carlo Fruttero, inventore, 55 anni fa, con l’amico Franco Lucentini, della collana di fantascienza Urania, non può che essere un Ufo. O per lo meno un meteorite. Qualunque cosa sia, notizie come questa riescono, per qualche ora, a sollevare il suo spirito. Chissà, viene da dire, quanti spunti da romanzo trova questo scrittore che da sempre ha fatto dell’osservazione della società, dei tipi e dei vizi umani una precisa cifra narrativa. E invece, seduto su una sdraio nel patio della sua villa nella pineta di Roccamare, a Castiglione della Pescaia, suo buen ritiro da quasi quarant’anni, Carlo Fruttero, pantaloni di lino, maglione di cotone grezzo, vezzose espadrillas gialle, scuote il ciuffo bianco. «Non ce la faccio, sono stanco, sfinito. Sono piatto. Ora non posso scrivere nemmeno una riga. Mi alzo, sto qui seduto, leggo i giornali locali, guardo la tv, soprattutto i serial polizieschi, «La squadra», «I Ris». Poi vado a letto e leggo, o meglio rileggo. Adesso Les liaisons dangereuses in francese, un’edizione scritta un po’ più larga che mi ha portato mia figlia». Poco più di un mese fa è scomparsa la moglie Maria Pia, dopo due anni di quasi immobilità, disfinimento e di dolore che hanno coinvolto tutta la famiglia. «Mi sento come prosciugato, mi costa fatica fare tutto. Devo digerire il lutto. A Torino non sono più tornato, anche mia moglie è qui, nel cimiterino sul mare di Castiglione, dove verrò anch’io» sospira accendendo l’ennesima sigaretta.
Gioisce quando la figlia Federica da Parigi gli dice che non è necessario andare in Francia per le interviste che Laffont, editore di Donne informate sui fatti, aveva previsto. «Le farò al telefono, sdraiato sul letto», dice all’altra figlia, Carlotta, che ormai si è trasferita con lui a Castiglione, in questo porto di mare di nipoti, amici, ospiti che Fruttero osserva imperturbabile dalla sua sdraio. A Venezia, invece, per la serata finale del premio Campiello, vuole esserci. Le sue Donne informate sui fatti (Mondadori) sono nella cinquina. «Vorrei andarci, prima di tutto perché non mi è mai capitato di partecipare a un premio così, dove dicono il tuo nome, in un rito che sembra quello delle primarie. Poi perché è alla Fenice, luogo meraviglioso». Le polemiche sui premi letterari lo animano molto meno del finto Ufo di Roccatederighi. «C’è sempre qualcuno che si indigna, che si mette in mostra». Lucentini, da solo, aveva vinto il Campiello alla carriera nel 2000; insieme F & L hanno portato a casa qualche riconoscimento minore. «Una volta vincemmo il premio Hemingway, una bella somma. Però io in quel periodo ero nel Quebec, così alla serata della premiazione, a Lignano Sabbiadoro, ci andò solo Lucentini. A lui dettero la sua metà, il suo Hemin, a me, il mio Gway non lo dettero mai». Allo Strega, al Viareggio, al Campiello i libri firmati F & L non sono mai arrivati. «Non siamo mai stati neppure tra i quattrocento amici della domenica dello Strega. Mastella vota, io no».
Perché non siete mai entrati nelle terne, nelle cinquine che contano? «Eravamo in due e, secondo la tradizione critica italiana, è impossibile scrivere a quattro mani. Se accade, sono due maneggioni, due pasticcieri, due astuti traffichini. L’ispirazione è unica, in due si può essere solo una ditta che lavora a puro fine di lucro. La seconda aggravante è il romanzo poliziesco, che noi abbiamo frequentato assiduamente». Così, per partecipare al Campiello, Fruttero ha dovuto trovarsi dolorosamente solo. Lucentini se n’è andato cinque anni fa, Donne informate sui fatti è uscito lo scorso anno, quando pensava ormai di «non avere più fiato». Lavorare senza l’amico è stato difficile, ma anche naturale «perché io immaginavo molto bene le obiezioni che lui mi avrebbe fatto. Quando scrivevamo insieme io potevo essere più andante, ma perché sapevo che c’era lui a fare il feroce. Qui ho dovuto fare io entrambe le parti». Lucentini era ossessionato dalla struttura, sempre pronto a trovare eventuali falle, punti deboli. «Mi sono tormentato a lungo su un problema: a chi parlano queste donne? Ci sono otto voci, ma senza una struttura che le leghi: un processo, un interrogatorio. Franco avrebbe voluto una cornice, ma io non riuscivo a trovarne una. Poi ho letto Il sipario di Kundera. Sostiene che il romanzo è l’invenzione della libertà. Una libertà che non è ancora stata sfruttata appieno: un romanziere può fare ancora tutto. Questo mi ha dato coraggio. Mi sono detto: allora me ne posso fregare della cornice. E me ne sono fregato. Però so che con Franco avremmo discusso a lungo. Così come per il movente, che qui è l’orgoglio ferito di una donna. Franco l’avrebbe trovato debole, così ci ho lavorato molto per fare in modo che quando arriva alla soluzione il lettore si sorprenda ma non troppo».
Scrivere dopo Lucentini sembrava la cosa più difficile: per superare quel blocco ci sono voluti tre anni e forse la scrittura è stata la medicina che potrebbe guarirlo un’altra volta. «Non so, quando arrivi a questo punto devi fare i conti con quello che hai fatto nella vita, gli errori, le sciocchezze, le scelte discutibili. Se fossi quello che alcuni pensano, un astuto mestierante, adesso scriverei un romanzo su otto uomini, che parlano in prima persona». Astutissimi, forse, Fruttero e Lucentini non lo sono mai stati, altrimenti, dal ’72, quando uscì La donna della domenica,
chissà quante avventure del commissario Santamaria avrebbero fatto. «Lì sì che ci saremmo arricchiti. Ci abbiamo anche provato, ma non ci siamo mai riusciti. Fare tanti libriccini alla Simenon non era nelle nostre corde. E poi ci volevamo divertire. Se fai sempre la stessa città, gli stessi investigatori, la stessa squadra, finisci con l’annoiarti. Bisogna avere lo spirito, il genio della ripetizione». C’è chi lo fa, e con successo, anche in Italia. Fruttero qualche giallo anche seriale, lo legge: «Camilleri, Carofiglio, Connelly. La cosiddetta Letteratura no: dopo Manzoni che cos’altro puoi scrivere? Se leggi le venti pagine dedicate a Gertrude capisci che su quel terreno non ti puoi più avventurare».
Gli otto uomini che parlano in prima persona però lo attirano, forse qualche idea che gli frulla in testa ce l’ha, chissà che presto non senta qualche voce che lo chiama, come ha sentito quella della bidella che gli ha ispirato Donne informate sui fatti. «Mi piacerebbe, ma credo che non ci riuscirò. Non ho delle idee nel cassetto, più che altro ho in testa delle immagini. Per esempio, penso spesso agli arazzi di Cluny, quelli della dama con l’unicorno. Mi piacerebbe farli entrare in un romanzo». Le donne gli sono sempre venute bene. «Mi riesce più facile entrare nella loro testa, usare il loro linguaggio. Forse perché sono sempre stato circondato da donne: mia moglie, le mie figlie, le loro amiche, la badante... Mi trattano bene, e forse, mi dico, me lo sarò anche meritato».
CRISTINA TAGLIETTI