La Stampa 21/08/2007, pag.14 HENRY KISSINGER, 21 agosto 2007
”Diamo a Putin una chance”. La Stampa 21 Agosto 2007. WASHINGTON. Il dibattito sulle difese missilistiche, vecchio di cinquant’anni, si è nuovamente acceso attorno alla decisione di dispiegare parte della difesa anti-missile americana nella Repubblica ceca e in Polonia
”Diamo a Putin una chance”. La Stampa 21 Agosto 2007. WASHINGTON. Il dibattito sulle difese missilistiche, vecchio di cinquant’anni, si è nuovamente acceso attorno alla decisione di dispiegare parte della difesa anti-missile americana nella Repubblica ceca e in Polonia. Sono riemerse dispute tipiche della Guerra Fredda: la Russia ha messo in dubbio la necessità di un simile dispiegamento e sostiene che lo «scudo» è in realtà destinato a neutralizzare le sue forze strategiche piuttosto che le minacce iraniane, come invece afferma l’Amministrazione americana. Ma il Cremlino non si è limitato all’invettiva; ha proposto un’ardita iniziativa per creare una collaborazione senza precedenti tra la Nato e la Russia nell’opporsi alla minaccia nucleare iraniana. L’aspetto da Guerra fredda del dibattito fa tornare su una questione che ha tormentato gli esperti di strategia fin dall’avvento delle armi atomiche: se sia possibile trarre dalle conseguenze catastrofiche di un conflitto nucleare una strategia militare che permetta alla società di sopravvivere. Durante la Guerra fredda la dottrina americana cercò la deterrenza attraverso la capacità di entrambi i contendenti di annientare il nemico. Ma poiché le perdite previste dalla strategia della distruzione reciproca assicurata (mutual assured destruction, Mad, cioè «pazzo») era nell’ordine delle decine di milioni, i governi si ritrassero di fronte a quello che i loro strateghi avevano elaborato. L’avvento dei missili balistici negli Anni Sessanta provocò una pressione dell’opinione pubblica per la difesa contro nuove minacce. In pratica, solo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano la capacità militare di sviluppare l’equivalente di qualcosa in grado di abbattere una pallottola nello spazio; e solo gli Stati Uniti avevano la capacità industriale di costruirlo a livello globale. Negli Usa, la concezione di una difesa missilistica ebbe vita dura. I sostenitori della strategia della Mad la respinsero come inutile spreco, gli avvocati della riduzione degli armamenti negarono che le conseguenze di una guerra atomica potessero - o dovessero - essere mitigate. A parer loro, rendere una guerra nucleare più tollerabile la rendeva anche più probabile. Queste tesi portarono il Congresso ad affossare il progetto di difesa missilistica che il Presidente Richard Nixon aveva proposto nel 1969. Ma, per salvarne il nucleo centrale, l’amministrazione Nixon, nel 1972, negoziò il Trattato anti missili balistici (Abm), che congelava le difese missilistiche dei due campi in parallelo con il primo freno all’escalation sovietica nei missili d’attacco. Nei decenni successivi, il panorama internazionale cambiò totalmente e impose una riconsiderazione delle decisioni precedenti. Primo, il collasso dell’Urss eliminò le basi concettuali della dottrina della Mad; secondo, i progressi tecnologici resero la possibilità di una difesa missilistica molto più concreta; terzo, la proliferazione di armi atomiche e tecnologia missilistica ha creato rischi senza precedenti di attacchi da parte di «Stati canaglia». Ma c’è anche una questione morale. Come potrebbe un presidente giustificare, anche dopo il più limitato degli attacchi nucleari, di aver lasciato la popolazione indifesa, pur essendo in possesso degli strumenti per prevenire quell’attacco o per lo meno ridurne le conseguenze? Queste considerazioni convinsero l’Amministrazione Bush a ritirarsi dalla Trattato Abm nel 2002 e a cominciare la costruzione di una sistema di difesa missilistica globale. I primi dispiegamenti sono cominciati in Alaska. La progettata costruzione di una stazione radar in Repubblica ceca e di un piccolo numero di intercettori in Polonia sarebbero le prime nuove installazioni fuori dal territorio degli Stati Uniti. La Russia, che aveva accettato il ritiro degli Usa dall’Abm nel 2002 con minime, se non nulle, proteste, ha reagito in modo isterico. Non dovrebbe essere una sorpresa. Mosca ha sempre mostrato grande interesse nella difesa missilistica - in realtà, l’Unione Sovietica fu pioniera nel dispiegare difese missilistiche attorno alla sua capitale alla metà degli Anni Sessanta. Nel 1967, il premier sovietico Alexei Kossygin respinse bruscamente la proposta del Presidente Lyndon Johnson che entrambi i campi rinunciassero a simili difese. Tre anni dopo Mosca rovesciò la sua posizione, forse preoccupata dagli straordinari sviluppi tecnologici dell’America in quel campo. L’odierno dibattito russo-americano, quindi, ripercorre passi tradizionali. Ma le sue conseguenze vanno ben oltre il piano strategico. C’è nell’atteggiamento di Putin, fin dal discorso di Monaco, un implicito risentimento nei confronti dell’avanzata della Nato verso le frontiere della Russia a dispetto di quelle che Mosca considera assicurazioni che ciò non sarebbe successo. Mosca ha lanciato una dura campagna per far recedere gli Usa e la Nato dai loro piani. Ma, a ben vedere, ci sono anche segnali che indicano un atteggiamento più costruttivo. Putin ha proposto un’interessante alternativa, con implicazioni profonde, ad ampio spettro: legare al sistema di difesa missilistica occidentale le installazioni radar in Azerbaijan e nella Russia meridionale, contro l’Iran. Anche se la proposta così come è stata formulata è inaccettabile, contiene una visione di come migliorare la gestione degli interessi strategici paralleli che potrebbe tornare utile per affrontare altre sfide globali. Russia e Stati Uniti fronteggiano un nuovo ordine mondiale le cui minacce e prospettive trascendono ciò che qualsiasi Stato, per quanto potente, può gestire da solo. Proliferazione delle armi di distruzione di massa, terrorismo islamico, ambiente, globalizzazione impongono un approccio collaborativo. Ciò è chiaro a livello diplomatico, ma a livello pubblico stanno emergendo atteggiamenti da Guerra fredda. Non dobbiamo lasciar radicare questa tendenza: Usa e Russia non sono più in competizione per la leadership mondiale. Tutte e due, naturalmente, hanno interessi nazionali che possono divergere. L’America deve mostrare maggiore sensibilità per le complessità del mondo russo. Mosca deve capire che la sua richiesta di essere presa sul serio è stata accolta e che le minacce non sono la strada per raggiungere i suoi scopi. La sfida più urgente è sullo scudo spaziale. L’Alleanza atlantica e gli impegni con Repubblica ceca e Polonia non devono essere messi in discussione. Ma quello che l’America può e deve fare è limitare il dispiegamento agli scopi dichiarati di bloccare le minacce degli «Stati canaglia» e trovare il modo di separare la difesa missilistica in Europa centrale da una strategia per un’ipotetica e altamente improbabile guerra contro la Russia. Ma la proposta di Putin permette anche di immaginare un nuovo approccio globale contro lo spettro della proliferazione nucleare. certo possibile che la proposta del Cremlino sia una manovra tattica. Sarebbe un peccato. Perché un negoziato serio - anche solo uno sforzo in quella direzione - porrebbe il negoziato sul nucleare iraniano in una dimensione radicalmente diversa. La proposta russa merita quindi un esame dettagliato. Come potrebbe funzionare il sistema? Come potrebbero essere coinvolte altre nazioni? Se queste domande trovassero una risposta positiva - se, in altre parole, la nazioni coinvolte unissero le loro strategie nella lotta alla proliferazione - avremmo uno schema valido per affrontare altre questioni. E un dibattito cominciato sulle armi più distruttive potrebbe concludersi nel tracciare la strada verso un mondo più pacifico. HENRY KISSINGER