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 2007  agosto 21 Martedì calendario

L’impero americano e quello di Roma antica

L’ America assomiglia all’ impero di Cesare Multiculturale e in guerra contro i barbari. Corriere della Sera 21 agosto 2007. WASHINGTON - Il 4 luglio scorso, Festa dell’ indipendenza, il New York Times scriveva che per la prima volta gli americani l’ avrebbero celebrata con un «toga party», ossia indossando una toga romana. Noi siamo un impero, notava il giornale, e la nostra somiglianza all’ antica Roma è l’ unico punto «su cui la destra e la sinistra, i conservatori cristiani e i fondamentalisti islamici, gli storici più ortodossi e i blogger più iconoclasti sembrano d’ accordo». Tutti vi si riferiscono, sosteneva il New York Times: «I nativisti che paragonano gli immigrati ai vandali, il telepredicatore Patrick Robertson che denuncia nostre presunte immoralità neroniane, e Al Qaeda che ci definisce rumieh, imperialisti romani». Il Washington Post gli ha fatto eco commentando uno degli sceneggiati televisivi di maggiore successo del 2006, Roma, ripetuto nel 2007: «Non è soltanto tv, siamo noi». Ed ecco le ragioni: «Come i romani noi siamo multiculturali, come loro distrussero gli etruschi noi abbiamo distrutto gli indiani, essi furono una versione militarista della Grecia e noi lo siamo dell’ Europa». Lo storico Adam Goodheart si è divertito a interpretare in questa luce l’ ambigua vittoria di George Bush su Al Gore nel 2000: «Bush come Cesare e Gore come Pompeo?». Più pronti per un libro sulle analogie con Roma gli americani non potevano essere. E Cullen Murphy, lo scrittore preferito di Vanity Fair, un cultore della romanità, glielo ha dato. S’ intitola Siamo Roma?, sottotitolo La caduta di un impero e il fato dell’ America (ed. Houghton Mifflin), ed è divenuto un bestseller. La sua tesi: l’ America ricalca i passi di Roma, e rischia di fare la stessa fine. Dal crollo dell’ Urss, è venuta assumendo il connotato dell’ impero e perdendo quello della democrazia. persuasa di essere predestinata a guidare il mondo e sovente si pone al di sopra delle leggi, con la dottrina dell’ exceptionalism. Il presidente Bush vede nel XXI secolo l’ «American Century», e il vicepresidente Cheney incide sulle cartoline di Natale il quesito di Benjamin Franklin: «È forse probabile che un impero possa sorgere senza l’ aiuto di Dio?». In un palese richiamo ai limiti dell’ espansione imperiale dell’ America, Murphy ricorda che Roma dovette fermarsi al Reno (la Russia) e all’ Eufrate (l’ Iraq). Il tema non è nuovo, è stato trattato tra gli altri dallo storico inglese Paul Kennedy e dal politologo Edward Luttwak, e più di recente dal docente di Yale Ramsay McMullen, nel saggio La corruzione e il declino di Roma (Yale University Press), e dal giornalista Rajiv Chandrasekaran Vita imperiale nella città smeralda (ed. Knopf), cioè Bagdad. Ma l’ analisi di Murphy, un liberal, è la più provocatoria. Il libro s’ apre con un viaggio di Diocleziano, incoronato imperatore nel 284 dopo Cristo: lo precedono centinaia di addetti alla sicurezza, lo scortano legionari armati, lo accompagnano frotte di funzionari e diplomatici. Il paragone è chiaro, anche se paradossale: Diocleziano, che rimilitarizzò e salvò per qualche tempo l’ impero, è Bush, «il presidente di guerra» in volo sull’ Air Force One. Un paragone, spiega Murphy, suggeritogli da una visita in Irlanda: vi trovò Bush protetto da batterie di missili terra-aria, dai top gun, da truppe americane e irlandesi, «spettacolo che rievoca certamente quello di 17 secoli fa». L’ anno passato, all’ apice delle polemiche sulle violazioni delle libertà civili commesse in nome della lotta al terrorismo, lo scrittore e regista Nicholas Meyer si soffermò sul salto di Roma da repubblica a impero: venne facilitato dal saccheggio del porto di Ostia da parte dei pirati, i terroristi di allora, disse, e dalle leggi speciali successive. Murphy va oltre. Cita la lettera di un cittadino romano del IV secolo all’ imperatore: «La sicurezza dello Stato - protestava il cittadino - non dipende solo dalla forza militare, ma anche dalla coesione della società». E cita il presidente soldato Dwight Eisenhower: «Ogni cannone, ogni corazzata, ogni missile è in un certo senso un furto a tutti coloro che hanno fame». Per Murphy, però, la lezione di Roma non è solo che il riarmo e le guerre vanno troppo spesso a danno di chi li promuove. anche che l’ impero è più esposto della democrazia alla corruzione e al sovraccarico di impegni militari, due mali fatali. L’ accostamento più eclatante è tra i fruitori romani del nepotismo dell’ imperatore - Murphy nomina Plinio il giovane, maestro in questo campo - e le lobbies di Washington, impersonate da Jack Abramoff, l’ ex re di K Street finito in carcere. L’ autore di Siamo Roma? ne trascrive una email: «Tu sei il mago. Mago ascolta! Quanti dollari mi mandi? Quanti altri ne hai incassati?». Come a Roma, a Washington non si distingue più tra il bene comune e l’ interesse privato, rileva Murphy, ma almeno Plinio era più elegante. Lo scrittore sottolinea anche la similitudine tra le difficoltà di Roma e quelle dell’ America a fare fronte agli eccessivi impegni militari: i romani ricorsero a mercenari stranieri come i visigoti e gli americani si affidano alle ditte private. All’ inizio i cittadini soldati formavano la base di entrambi gli imperi, aggiunge, ma più tardi rifiutarono il servizio militare. E precisa che negli Usa meno del 10 per cento di chi indossa la divisa è laureato. Il concetto dell’ America «nuova Roma» è da sempre radicato. Ma i padri fondatori s’ ispirarono alla «virtuosa» repubblica romana, non all’ impero, in cui identificavano invece l’ Inghilterra. Nicholas Meyer nota che il generale romano più stimato da George Washington fu Fabio Massimo, che logorò Annibale con le sue ritirate tattiche, e il suo modello di presidente fu Cincinnato. Thomas Jefferson, ammiratore del Palladio, improntò la capitale alla romanità, un tratto coltivato fino a cento anni or sono, come testimoniano le onnipresenti aquile, l’ obelisco, l’ arco romano della stazione ferroviaria, i fasci della statua a Lincoln: dietro la Casa Bianca c’ è addirittura la «pietra miliare zero» da cui si misura ogni distanza, la versione Usa di «tutte le strade conducono a Roma». Se i politici prospettavano un impero, il pubblico reagiva: nel 1817 un elettore paragonò il fastoso insediamento del presidente James Monroe «alle orge e alle battaglie dei gladiatori al Colosseo». Secondo Cullen Murphy, sono le virtù romane originarie, non i vizi del tardo impero, che l’ America dovrebbe incarnare. A suo giudizio può ancora riuscirci. Ma occorre che si sbarazzi dell’ arroganza che la spinge a considerare inferiori le altre culture e gli altri popoli; che s’ interessi genuinamente a essi e impari a conoscerli; che sia meno individualista e più solidale e veda nel governo e nei servizi pubblici non oneri ma elementi costruttivi; che integri le proprie etnie e gli immigrati; e che impieghi con più parsimonia e cautela i militari, in casa e fuori. «Alla fine l’ elite romana - dichiara Murphy - non si curava del benessere dei cittadini, ma noi americani crediamo nella possibilità di migliorarci, e non abbiamo ancora perso la capacità di innovare e riformare». La sua analisi non è tuttavia universalmente condivisa. Un altro bestseller respinge ogni analogia tra l’ America e Roma. Americanismo, la quarta grande religione occidentale (ed. Doubleday) del neocon David Gelernter, uno scienziato. L’ America, afferma Gelernter, è una repubblica biblica, Bush non è Diocleziano ma «un attivista Usa», e il suo obiettivo non è l’ impero, ma sono «la libertà e la giustizia che solo l’ America può portare». Ennio Caretto