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 2007  agosto 21 Martedì calendario

Hollywood scopre i «subprime». Il Sole 24 Ore 21 agosto 2007. EASTHAMPTON. Michael Douglas è nei guai: è in ritardo sui pagamenti per il terzo mutuo sulla casa, ma riesce lo stesso a ottenere una carta di credito per la figlia che lavora al McDonald’s locale, in una valle della California

Hollywood scopre i «subprime». Il Sole 24 Ore 21 agosto 2007. EASTHAMPTON. Michael Douglas è nei guai: è in ritardo sui pagamenti per il terzo mutuo sulla casa, ma riesce lo stesso a ottenere una carta di credito per la figlia che lavora al McDonald’s locale, in una valle della California. Pochi giorni dopo arrivano i camion dei creditori che gli svuotano la casa.  soltanto un piccolo episodio del nuovo film interpretato dall’attore americano, «King of California», in anteprima domenica sera a Easthamtpon, rifugio estivo per l’alta finanza in cerca di quiete. Senonchè, quella del credito facile e del brutto risveglio è stata la storia che nelle ultime due settimane ha dominato i mercati finanziari devastati dalla crisi subprime. anche la storia di ieri, con Wall Street debole, con gli operatori che intravvedono altri nuvoloni all’orizzonte, con i mercati che si preparano a una nuova prova di forza con la Fed: quando cadranno anche i tassi sui Fed funds? Il film diventa così un brusco richiamo alla realtà. Soprattutto per i finanzieri in sala. Per Henry Kravis, ad esempio, anche lui al cinema in pulloverino beige. Kravis ha avuto un problema non da poco giovedì scorso: la divisione immobiliare della sua società di private equity Kkr ha dovuto chiedere una proroga di sei mesi per un "commercial paper" da cinque miliardi in scadenza. Un’umiliazione. Si dice che il suo fondo rischi forti perdite. Di certo, giovedì, quelle di Kkr e Countrywide sono state le due crisi determinanti per la decisione della Fed di ridurre il tasso di sconto. Subito dopo il film, Kravis, scuro in volto, ha rinunciato alla cena organizzata in onore di Douglas da Woody Johnson, proprietario della squadra di football dei Jets, filantropo ed erede della fortuna Johnson and Johnson. Che sia un segnale? Di questi tempi si guarda a tutto. Ma Johnson è sereno, Henry era solo stanco, e lui si occupa d’altro: «Il mio mestiere è riempire gli stadi – dice - Sto preparando un nuovo numero per le cheer leaders e non credo che questa crisi diminuirà l’affluenza». Racconta di aver passato un fine settimana spensierato a giocare a golf con Douglas e la moglie, l’attrice Catherine Zeta-Jones. A giudicare dall’atmosfera agli Hamptons non si direbbe che l’America possa essere davvero sull’orlo del tracollo. Sabato sera c’erano almeno una dozzina di parties. I più ricercati, quello dell’oligarca russo Lev Blavatnik, barbecue all’aragosta sulla spiaggia a Mecox Bay con falò e musica "live": Blavatnik ringrazia il petrolio, che in crisi sembra non entrare mai. Party cubano a Southampton da Frank Lopez Balboa, banchiere a New York e party mediorentale a Bridgehampton da Donald Zhilka, per il compleanno della moglie Virginia, con cibo esotico e danzatrici del ventre. C’è anche George Soros, 77 anni, grande manovratore degli anni 90, svariati miliardi di dollari, titolare dell’omonimo fondo. Danza scatenato al ritmo del vecchio successo di Gloria Gaynor, «I will Survive». Quando gli chiediamo se alla fine, dopo le iniezioni di liquidità e dopo la riduzione del tasso di sconto, i mercati sopravviveranno è sorpreso: «Oggi mi occupo solo di filantropia e teoria politica… dei mercati non mi interesso». Luci e ombre di un’America tramortita dal pericolo? Incoscienza? Caduta completa delle responsabilità di un sistema finanziario che dovrebbe essere il punto di riferimento mondiale per trasparenza e rettitudine? In realtà dietro le musiche, le danze e l’apparente distacco, la preoccupazione c’è, eccome. Zhilka, un investitore oculato, ha due approcci, uno a breve e uno a medio termine. A breve è rientrato: «La settimana scorsa avevo il 40% in contanti. Oggi ho il 20%. Compriamo senza debito o scadenze al margine. A breve ci sarà turbolenza, ma credo che ne usciremo». A medio termine, a due o tre anni è più preoccupato: «Forse ci stiamo accorgendo che l’America non è più una roccaforte indiscussa: il dollaro si indebolirà e per finanziare il disavanzo delle partite correnti si chiederanno altre contropartite». Steve Roberts, presidente dell’università Brown, legato al fondo Reinassance, si concentra sugli squilibri a breve: «Troppa redistribuzione del rischio in pacchetti e strumenti esotici: le banche sono sfuggite alle loro responsabilità. Il vero problema oggi è che nessuno sa davvero che cosa ci sia davvero in certi strumenti finanziari». Roberts, ma anche Wilbur Ross (carbone) o Bob Pittman (finanziere, ex Aol Time Warner) sono preoccupati. Forse il peggio non è ancora passato. Bear Stearns, Lehman, JP Morgan e la stessa Goldman Sachs hanno dovuto liquidare con forti sconti alcune posizioni. E i confini tra realtà e finzione si fanno sottili. «Troppa ricchezza facile, è normale che i nodi vengano al pettine - osserva Michael Douglas - Ma il guaio più grave è un altro, se a pagare sarà solo la gente comune. Proprio come capita al protagonista del mio film». Mario Platero