Vari, 22 agosto 2007
SESTO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)
CORRIERE DELLA SERA, MARTED 21/08/2007
MARIKA DE FEO
Papadia, l’ italiano che apre i rubinetti dell’ euro. FRANCOFORTE - Per la Banca centrale europea i giorni di massima allerta si sono attenuati, e il taglio del tasso di sconto della Fed ha portato a una tregua nei mercati. Ciò non toglie che ai piani alti della Eurotower prosegua intenso il monitoraggio delle grandi banche e dei mercati, sulla falsariga di quanto avvenuto fra giovedì nove e martedì quattordici agosto, nei giorni drammatici degli interventi plurimiliardari effettuati dalla Bce per riportare ordine nei mercati e ridare fiducia agli operatori. Decisioni prese formalmente a tempo di record dal Consiglio direttivo guidato dal presidente Jean-Claude Trichet. Ma chi ha curato la regia di questi interventi su una scala senza precedenti nella storia della Banca centrale di Francoforte? Francesco Papadia. Un italiano, direttore generale del dipartimento-chiave di «Operations», responsabile per la preparazione, il coordinamento e l’ esecuzione delle operazioni di politica monetaria dell’ Eurosistema, nonché per gli investimenti delle riserve internazionali della Bce. Un «cool italian» - un italiano freddo e con i nervi saldi - come giudicano in Bce il romano 60enne, laureato in legge ad Ancona e con master in Economia conseguito alla Lse di Londra. E giunto a Francoforte, contemporaneamente a Tommaso Padoa-Schioppa (allora membro del board) fin dalla costituzione della Bce, nel 1998, dopo 25 anni di esperienza in Banca d’ Italia, per realizzare il sogno della sua vita: la creazione della moneta unica europea. Che è stata un po’ il «filo rosso» della sua carriera. Fin da quando, assistente di Carlo Azeglio Ciampi (allora governatore di Bankitalia) preparava i dossier per il Comitato Delors. O quando, come vice di Fabrizio Saccomanni (ora direttore generale di Bankitalia) ai Servizi dei rapporti con l’ estero di Bankitalia, fra il ’ 92 e il ’ 95, preparava gli interventi sulla lira. O lavorava come consigliere economico con Padoa-Schioppa al Comitato per gli affari economici e finanziari della Commissione. O come rappresentante di Bankitalia alla conferenza intergovernativa del Trattato di Maastricht. Probabilmente, con la sua esperienza, Papadia avrà seguito con preoccupazione per mesi il montare dei problemi nel «subprime» americano. E poi, dicono in Bce, quel fatidico giovedì 9 agosto, proprio mentre stava per andare a godersi le meritate vacanze in Toscana, ha dovuto rimandarle. Perché la Bce è dovuta intervenire con un’ iniezione da 95 miliardi di euro nei mercati «overnight», per alleviare le difficoltà di finanziamento sorte nel cuore dei mercati degli scambi di liquidità a breve. La Bce ancora non commenta i dettagli di quanto avvenuto in quei momenti drammatici. Ma non è difficile immaginare che Papadia e il suo dipartimento siano rimasti in continuo contatto con la ventina di banche più importanti e i colleghi delle altre banche centrali nazionali e estere, per capire quello che stava succedendo. E, come è accaduto nelle crisi precedenti, affrontate dalla Bce, Papadia avrà elaborato possibili linee di intervento. Che avrà sottoposto al board, per una decisione urgente. Autorizzazione ottenuta, e eseguita, probabilmente, a tempo di record, «per assicurare l’ ordinato funzionamento dei mercati», come ha spiegato Trichet martedì 14 agosto. Fino a quando, non è ancora chiaro, perché di certo i banchieri centrali di Francoforte non sono ancora del tutto tranquilli. Ma in nove anni sotto la guida di Papadia, il dipartimento di «Operations» - chiamato «la finestra, il ponte fra la Bce e il mercato» - ha sviluppato nervi saldi, reagendo all’ attacco terroristico dell’ 11 settembre 2001, ai momenti difficili sui mercati dei cambi nel 2000, e simulando crisi finanziarie, spiegano gli operatori esperti di politica monetaria, che ha permesso alla Bce di stilare una specie di mappa dei percorsi da seguire per elaborare le soluzioni necessarie ad agire.
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CORRIERE DELLA SERA, MARTED 21/08/2007
Fubini Federico
«I rating? Non ci pentiamo di niente Ma il flop delle case ci ha sorpreso». MILANO - A Wall Street, a Bruxelles, nelle code in banca: tutti danno la colpa a loro. Nella crisi dei «subprime», i mutui americani a rischio, gli analisti delle agenzie di rating catalizzano l’ ira. Da grandi saggi del mercato, di colpo si sono trasformati in untori presunti dell’ epidemia finanziaria. Dopo settimane di silenzio, adesso Moody’ s spiega il suo punto di vista. Lo fa, senza complessi, con Michael Kanef: direttore generale di gruppo per il settore Abs, quello delle emissioni garantite dai beni immobiliari, Kanef è al cuore del mercato oggi nella tormenta. Le perdite sono molto forti. Superano le vostre previsioni? «Da qualche tempo c’ è una debolezza nelle condizioni macroeconomiche e nel mercato immobiliare, oltre che nella sottoscrizione dei titoli e nell’ emissione dei mutui. Tenga conto che il mercato ci considerava prudenti: fra il 2004 e il 2006 abbiamo aumentato del 30% le nostre proiezioni sulle perdite, mentre sul mercato i premi di rischio calavano». Vi accusano di non aver previsto la caduta del valore delle case presentate a garanzia dei crediti che valutavate. così? «L’ intero mercato è rimasto sorpreso dalla scala delle perdite e dalla debolezza del mercato immobiliare. Però nei nostri rating noi valutiamo molte opzioni diverse. Quando diamo una valutazione più bassa, gli investitori capiscono che il rischio di insolvenza è più alto e chiedono interessi più alti». Ma i titoli legati ai subprime in «tripla A», il massimo dei voti, danno interessi più alti delle obbligazioni «tripla A» della Repubblica tedesca. Come si spiega? «Perché c’ è meno liquidità su certi mercati, che in questa fase sono trainati dall’ avidità e dalla paura». Lavoravate fianco a fianco con gli emittenti, che vi pagavano. un conflitto d’ interessi? «Il nostro modello prevede che l’ emittente ci paghi, è vero, ma prendiamo misure per garantire che gli analisti non siano al corrente delle transazioni e che non vengano remunerati in base ai bei voti che danno, bensì sulla qualità del lavoro. E i rating non li decidono i singoli, li mettiamo ai voti in comitati di 5 o 8 persone». Avete appena declassato titoli per altri 19 miliardi di dollari. Va bene l’ accuratezza, ma non arrivate un po’ tardi? «Moody’ s ha iniziato a agire sui rating legati ai "subprime" nell’ ultimo trimestre del 2006, in certi casi su emissioni dello stesso anno». Quelli erano pochi titoli, no? «Meno di quelli declassati di recente. Ma dal 2002 al 2006 abbiamo pubblicato molto sull’ aumento dei rischi. Ciò detto, non possiamo fare revisioni approssimative, dobbiamo vedere i dati e studiare titolo per titolo. Del resto i premi di rischio sono saliti solo a febbraio, ben dopo che ci siamo mossi noi. Siamo sempre stati attivi e trasparenti sui rischi dei titoli compositi. Il problema è stato la severità della caduta del mercato immobiliare, più forte del previsto». Nessun conflitto d’ interesse scappato di mano, nessun ritardo. Dunque non avete sbagliato proprio nulla? «I nostri rating sono basati sui dati che abbiamo al momento dell’ emissione e all’ epoca abbiamo attinto a tutte le informazioni disponibili». Nelle stesse condizioni rifareste tutto come prima? «Esatto. Ci sono molte ragioni per cui la gente ora scappa e i valori dei titoli cadono. Una è l’ assenza di liquidità, non la solvibilità che noi valutiamo». Insomma, hanno fatto di voi un capro espiatorio? «Non dico questo. C’ è un malinteso, molti nel mercato non capiscono in pieno quel che facciamo. Noi abbiamo un ruolo limitato, valutiamo la solvibilità dei crediti. Sta dicendo che non siete importanti come si crede? «Non ho detto questo. Ognuno nel mercato ha il suo ruolo specifico, noi il nostro».
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IL FOGLIO MERCOLED 22/08/07
Mutui soccorsi
Crisi di liquidità / 1
Nell’inizio di settimana la crisi di liquidità dei mercati finanziari internazionali è continuata. Ciò è avvenuto nonostante le iniezioni della Bce e della Federal Reserve e nonostante la decisione, che essa ha attuato venerdì, all’inizio della seduta, di ridurre di 0,5 punti il tasso di sconto e di accrescere a un mese lo sconto alle banche sulla carta commerciale (asset backed commercial paper, abp) per fronteggiare il prosciugamento del contante del mercato monetario. Ciò che è in crisi, per rischio di insolvenze, non è il mercato delle abp, ma quello delle obbligazioni che hanno per controvalore i mutui immobiliari o titoli analoghi, cioè le asset backed securities, abs. Come mai, dunque, si è prosciugato il contante per le abp? La spiegazione è che, d’improvviso, è aumentata la preferenza per la liquidità. Secondo la teoria di John Maynard Keynes, essa si accresce, per ”motivi precauzionali”, quando c’è molta incertezza. Tali motivi non risiedono necessariamente nel timore di insolvenze dovute a fatti sostanziali o a carenze di cassa. Esso esiste, è notevole, ma non va sopravvalutato. La preferenza per la liquidità è aumentata anche perché c’è chi si tiene liquido per profittare delle situazioni di crisi e delle cadute di valori per investimenti vantaggiosi. Sembra, ad esempio, che Warren Buffett si stia preparando ad acquistare il controllo della statunitense Countrywide financial, leader nel campo dei mutui immobiliari, le cui azioni sono state colpite duramente dalla crisi dei subprime.
Ricerca di liquidità / 2
La carenza di liquidità nei mercati internazionali, soprattutto in quello monetario ha come causa ed effetto l’acquisto di titoli a breve del Tesoro Usa e degli stati europei. Questi titoli sono quasi moneta, in quanto a breve scadenza si traducono in contante. Appaiono un impiego sicuro, oltreché certo, poiché tutti li accettano. I più ricercati sono i titoli del Tesoro Usa, che hanno raggiunto una quotazione aggiuntiva, rispetto al valore facciale, che non avevano da 19 anni a questa parte. Ciò non accade solo per la domanda di operatori dell’area del dollaro, come ci si potrebbe attendere. C’è anche quella degli operatori di altre aree, comprese quelle asiatiche e l’area dell’euro. Infatti, la quotazione dell’euro col dollaro, che era arrivata a 1,38 si è ridimensionata a 1,34. Ciò dimostra che si stanno vendendo euro per comprare dollari. Non si può spiegare una variazione di quotazioni valutarie di questa ampiezza, in pochi giorni, con un improvviso miglioramento della bilancia commerciale Usa verso eurolandia, né con un’improvvisa frenesia europea di shopping a Wall Street. Emerge così l’ipotesi di una corsa ai titoli a breve del governo di Washington proveniente dall’area dell’euro. Ciò sembra paradossale dato che la crisi dei subprime è nata negli Usa, non in Europa, e sta colpendo molti più operatori americani che europei. Nei periodi di difficoltà, il dollaro appare ancora come la moneta più sicura e il Tesoro degli Usa come l’impiego migliore. Nonostante tutte le critiche di questi giorni, la Federal Reserve è l’autorità monetaria che dà maggiore affidamento mentre l’Amministrazione Bush, appare in saldo controllo dell’economia.
Riserve di liquidità / 3
C’è anche chi, nell’attuale situazione finanziaria sprigiona ottimismo. Così la Borsa australiana è in crescita e ottimista. E i leader australiani affermano che è bene che la Fed non abbassi il tasso, plaudono all’aumento attuato dalla Cina, vedrebbero con favore un ritocco in su della Banca centrale giapponese e della Bce. La ragione non sta nel timore di una inflazione internazionale che possa contaminare l’Australia, ma nel fatto che le compagnie australiane, che stanno incassando molto denaro con le materie prime, sperano di effettuare buoni investimenti nelle imprese estere in difficoltà. Fra gli operatori dotati di liquidità non c’è solo Warren Buffett.
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LA STAMPA, MERCOLED 22/08/2007
MAURIZIO MOLINARI
Countrywide rischia il collasso, dunque si profila come un buon affare. Questo deve aver pensato Warren Buffett, il guru di Wall Street con i natali a Omaha nel Nebraska, di fronte alle difficoltà del gigante dei mutui, al quale una iniezione di capitali da oltre 11 miliardi di dollari non ha evitato di dover licenziare cinquecento dipendenti nelle ultime 48 ore, rinnovando i timori di collasso. Le difficoltà finanziarie originatesi dai mutui subprime premono su Countrywide perché si tratta della più grande società di mutui degli interi Stati Uniti: sono decine di milioni gli americani che gli versano rate ogni mese. Ma proprio le dimensioni dell’impero immobiliare solleticano l’interesse di Buffett che, secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, sarebbe interessato ad acquistare almeno «alcune parti» dell’impero in disfacimento e, in particolare, i suoi servizi finanziari.
D’altra parte Berkshire Hathaway, la società di investimenti di Buffett, non è estranea al settore dei mutui immobiliari: all’inizio di agosto ha reso pubblico l’investimento fatto nella divisione mutui di Bank of America Corp e da tempo è azionista di Wells Fargo & Co., ovvero il secondo colosso in questo segmento, proprio alle spalle di Countrywide.
A conferma dell’interesse per il settore in crisi Buffett pochi giorni fa aveva confessato alla tv Cnbc che «il peggioramento del credito e del settore immobiliare offrono delle reali opportunità di investimento». Per capire il perché bisogna entrare dentro i meccanismi del sistema immobiliare degli Stati Uniti: se una società di mutui fallisce i prestiti passano tali e quali nelle mani della nuova azienda che li rileva, potendo così contare sulle entrate certe di quell’alta parte di cittadini che versa puntualmente le proprie rate, anche perché la legge garantisce l’intoccabilità dei contratti già sottoscritti che non sono dunque rinegoziabili. In altre parole le società di mutui consentono a chi ne è proprietario di avere un’imponente entrata di liquidi ogni mese, che possono poi essere utilizzati per ulteriori investimenti. Da qui il riferimento al «buon affare» in vista per Warren Buffett, anche se lui è subito corso ad affermare che si tratta «solo di speculazioni». I liquidi per tentare l’operazione comunque non gli mancano: nei forzieri di Berskshire vi sono 47 miliardi di dollari in contanti oltre ad un patrimonio di 74 miliardi di dollari in azioni e 27 miliardi di dollari in titoli di Stato. «Possono spendere soldi più velocemente di Imelda Marcos» assicura Buffett riferensosi all’ex moglie del presidente delle Filippine note per i frequenti acquisti di scarpe di lusso. Sul fronte dell’opinione pubblica le indiscrezioni del Wall Street Journal sono destinate a riportare, almeno per il momento, il sereno come testimoniato dall’andamento dei titoli di Countrywide che ieri hanno registrato sui mercati finanziari un balzo in avanti del 6 per cento, toccando quota 21 dollari, con una brusca inversione di tendenza rispetto agli ultimi giorni.
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IL SOLE 24 ORE, MERCOLED 22/08/2007
Simone Filippetti
Mutui, la crisi brucia 15mila posti. NEW YORK. Il terremoto mutui ha già presentato un conto salato all’America: l’industria del settore in un solo mese ha perso circa 15mila posti di lavoro, che salgono a 21mila considerando l’intero comparto finanziario.
L’annuncio più recente, ma non sarà l’ultimo, è arrivato ieri sera da Capital One: la finanziaria di carte di credito, chiuderà Greenpoint, la sua divisione mutui. Una decisione che ha portato alla perdita del posto di lavoro per 1.900 impiegati: il totale nel business dei mutui, calcolato dal Sole 24 Ore in base ai dati resi noti dalle aziende, è di 14.790 persone. Il crack dei mutui sub-prime travolge ogni giorno nuove compagnie e il dato è approssimativo per difetto perché ci sono decine di piccoli operatori sparsi nel Paese e il cui numero di impiegati non è disponibile.
Secondo la società di consulenza Challenger, Gray&Christmas nell’industria finanziaria nel suo complesso ci sono stati oltre 86mila tagli di personale da inizio anno, di cui 20.957 in agosto e 11mila nell’ultima settimana. L’impatto più forte è stato quello di American Home Mortgage (Ahm), il gruppo finanziario che è finito in crack ai primi di agosto e in un solo giorno ha licenziato 6.500 dipendenti via e-mail. E un modo analogo è stato utilizzato da Countrywide, la più grande finanziaria del Paese, che via e-mail ha annunciato ai dipendenti licenziamenti, senza però specificarne l’entità. Il colosso del credito ha 61mila lavoratori e un portafoglio di 1.400 miliardi di dollari, ma i tagli interesseranno la divisione Full Spectrum che si occupa di ”origination”, ossia struttura i mutui, dove lavorano 6.800 dipendenti. Tutta la divisione ”origination” conta circa 11mila addetti e se, come sostengono alcuni rumors, i tagli interesseranno il 10%, 2mila persone sono a rischio. Un numero che si aggiunge ai 2.400 dipendenti mandati a casa da Sun Trust Bank, ai 240 di Bear Stearns, uno dei primi broker a essere colpiti, alle migliaia di First Magnus, ai 500 di Novastar e ai 200 di National City.
Se finora numerosi licenziati avevano trovato riparo negli operatori più grandi, adesso anche questa uscita di sicurezza si è bloccata: la stessa Countrywide, che fino a pochi giorni fa aveva reclutato persone tra gli ex dipendenti delle compagnie rivali, ora traballa. C’è anche chi ha trovato un modo un po’ironico di tenere il conto delle finanziarie colpite dal ciclone sub-prime: il sito internet www.mortgagedaily.com, la più affidabile fonte on-line sul mercato dei mutui, ha inaugurato una sezione chiamata ”Mortgage Graveyard” (il cimitero dei mutui), aggiornata quotidianamente: dal 1 di gennaio sono 85 le finanziarie che hanno chiuso i battenti. L’anno scorso soltanto 16. Accanto ai big, la lista degli operatori minori è affollata: nel limbo dell’ibernazione sono finite compagnie in tutti gli Stati Uniti, dalla Chevy in Maryland fino alla Great Soutwest dell’Arizona, passando per la Mlsg del Nevada.
La stretta del credito che ha chiuso il mercato delle cartolarizzazioni, prosciugando la principale fonte di finanziamento per le società di mutui, ha costretto queste ultime a rivalersi sugli immobili che le famiglie hanno dato in garanzia per ottenere prestiti e mutui. Quegli stessi clienti, tra l’altro, faticano a ripagare i loro debiti, come dimostra l’incremento di default e insolvenze nei pagamenti, e un nuovo fronte si apre per le già afflitte famiglie americane, quello dei pignoramenti. A luglio i ”foreclosure”, vale a dire l’escussione di case da parte dei creditori, sono esplosi: RealtyTrac, database sul mercato immobiliare, ha registrato 179mila pratiche di pignoramento, tra avvisi di default, vendite all’asta ed espropri bancari, in tutta l’America. I pignoramenti a luglio sono praticamente raddoppiati dall’anno scorso e gli analisti hanno rivisto al rialzo le stime di foreclosure per l’intero 2007 (da un’iniziale previsione di una crescita del 33% sul 2006).
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IL SOLE 24 ORE 23/08/2007
Mario Platero
Rischio-domino sull’economia Usa. NEW YORK. In questa lunga e preoccupante estate di crisi dei mercati globali, il rischio di contagio dall’economia finanziaria a quella reale è ormai diventato l’argomento del giorno. Anche perché se è vero che ieri il mercato azionario è migliorato, e secondo la Fed potrebbe addirittura stabilizzarsi, dall’economia reale in America giungono un po’ da ogni parte segnali di problemi che non potranno essere risolti senza ridurre la capacità produttiva e dunque la forza lavoro. Questo porterà secondo gli economisti a un ridimensionamento anche fino a 100 punti base delle stime di crescita per il 2008, da un tasso stimato dalla Fed del 3-3,5% al 2%-2,5 per cento.
Dall’economia reale infatti giungono ormai ogni giorno segnali preoccupanti di frenate improvvise, di licenziamenti, di chiusure di intere divisioni. Per ora le notizie negative, con straordinaria rapidità di reazione, riguardano soprattutto il settore finanziario. Lehman Brothers, ad esempio, è stata ieri la prima fra le grandi istituzioni a Wall Street ad aver deciso la chiusura di un’intera divisione, quella che opera nel settore dei prestiti immobiliari, per via del contagio subprime. E ha licenziato in un sol colpo 1.200 persone.
Sempre ieri, la Accredited Home Lenders, un erogatore di mutui di San Diego, ha annunciato il licenziamento di 1.600 persone, più della metà della sua forza lavoro e ha sospeso l’avvio di nuove domande per credito immobiliare.
La grande mina di Hsbc
Con il numero totale dei licenziati subprime quasi a quota 18.000 in poche settimane, ci si domanda cosa succederà se colossi come la Hsbc dovessero improvvisamente trovarsi in difficoltà. Secondo indiscrezioni che circolano con insistenza a Wall Street, la Hsbc, che già alcuni mesi fa, agli albori della crisi, contabilizzò in perdita svariati miliardi di dollari in carta subprime, avrebbe ancora un’esposizione vicina ai 16 miliardi di dollari in titoli non garantiti. Ma le notizie scoraggianti arrivano anche dal settore auto, uno dei più vulnerabili a una crisi di fiducia - e di spesa - dei consumatori. La Gm, ad esempio, ha annunciato ieri di aver ridotto i turni di produzione in sei delle sue fabbriche.
Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che ai ritmi della domanda di queste settimana vi sono scorte per ben 114 giorni soprattutto per modelli di alta cilindrata e per i Suv. Ci si aspetta a breve un annuncio simile anche dalla Ford, mentre la Chrysler si trova nel mezzo di una ristrutturazione a tutto campo sotto la nuova proprietà del fondo Cerberus. Un altro settore da dove provengono brutte notizie è ovviamente quello immobiliare: i prezzi delle case ormai sono in caduta costante, le difficoltà a rinnovare o sottoscrivere mutui di alto valore stanno colpendo il settore del lusso che, soprattutto in città come New York, aveva resistito alla crisi generale diffusa nel resto del Paese.
Si aggiunga che il numero dei grandi compratori degli ultimi anni, in arrivo proprio dal comparto finanziario, subirà un forte ridimensionamento per gli inevitabili tagli dei bonus di fine anno. Il settore delle costruzioni, uno dei traini della crescita economica negli ultimi sette anni, è anch’esso avviato verso una brutta crisi: la Toll Brothers, specializzata in costruzioni e sviluppi di complessi di case di qualità, ha dichiarato ieri una caduta dei profitti dell’85% ed ha registrato un blocco degli ordinativi. "Abbiamo avuto il più forte numero di ordini cancellati nei 21 anni della nostra storia" ha dichiarato l’amminsitratore delegato Robert Toll.
assai verosimile che tutto questo porterà a breve un impatto negativo per il consumatore americano, che rappresenta il 70% del Pil.
In questo contesto vi sono già delle indicazioni che abbiamo raccolto in conversazioni con economisti americani: per la seconda metà dell’anno l’impatto di questa crisi si tradurrà in una diminuzione dello 0,5% del Pil nel quarto trimestre e dello 0,25% per la seconda metà dell’anno, con stime medie di crescita del 2,5% per il terzo trimestre e del 2% per il quarto trimestre. In apparenza nulla di devastante. Ma l’impatto più forte ci sarà nel corso del 2007 con una diminuzione forse dello 0,7% del tasso di crescita americano su base annuale soltanto sulla base di quel che è successo in queste ultime due settimane. Il tasso di crescita per il 2008, stimato dalla Fed fra il 2,5% e il 3%, scenderà come minimo al 2% e forse anche più in basso.
Le ipotesi sulla recessione
Le probabilità di una recessione inoltre, fino a due mesi fa calcolate mediamente dagli economisti nel 15%, sono più che raddoppiate, con una probabilità calcolata oggi nel 35%. Saranno i licenziamenti, la prudenza da parte delle aziende - che si tradurrà in una riduzione della capacità produttiva - ad avere un impatto sul tasso di disoccupazione e immediatamente dopo sulla propensione al consumo degli americani rispetto a un trend storico medio di aumento del 3-3,5% dei consumi: l’anno prossimo ci si aspetta un aumento del 2%.
Il tasso di disoccupazione, oggi al 4,6%, potrebbe salire anche fino al 5,5%, un livello non buono per un’economia come quella americana ormai dominata dal settore dei servizi. Se poi il tasso di disoccupazione salisse fino al 6% allora le probabilità di una recessione o di una diminuzione del tasso di crescita all’1%, considerato nell’economia di oggi un livello di crescita recessiva, passeranno dal 35% al 70 e persino all’80 per cento.
"Non si tratta di stime casuali, i dati parlano chiaro e il tasso di crescita diminuirà" - dichiara Allen Sinai, responsabile di Decisions economics - e da qui alla fine dell’anno stimo due tagli sui tassi sui Fed Funds, di 25 punti ciascuno?
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LA REPUBBLICA GIOVED 23/08/2007
ETTORE LIVINI
Mutui, la crisi brucia milioni tremano i re delle stock option. MILANO - Nessuno, alla fine, piange miseria. La crisi dei mutui subprime però ha dato un bel colpo di forbice non solo ai risparmi dell´italiano medio, ma anche al mondo dorato delle stock-option: quell´Olimpo ristretto di supermanager che grazie alla corsa di Piazza Affari degli ultimi anni e agli incentivi azionari si è gonfiato il portafoglio di guadagni stratosferici. E che oggi, complice il momento difficile dei mercati, ha visto cancellati in poche settimane milioni di potenziali plusvalenze che si sentiva già in tasca.
La maglia nera delle vittime (si fa per dire) dei mutui a rischio spetta al re tricolore delle stock option, Sergio Marchionne. Il tracollo del Lingotto in Borsa è costato al salvatore di Torino 77 milioni di euro. Un mese fa il pacchetto di opzioni in portafoglio all´ad della casa automobilistica valeva un guadagno teorico di 250 milioni. Oggi la bufera dei subprime ha ridotto questa montagna d´oro a "soli" 175 milioni.
Non sorride nemmeno Carlo Puri Negri, ad della Pirelli Re. Il titolo del suo gruppo (che opera in un settore sensibile come quello immobiliare) è sceso del 36% dai massimi di fine aprile. E il danno patrimoniale del numero uno ammonta a 38 milioni. In questo caso non si tratta solo di mancati guadagni. Puri Negri in passato ha monetizzato le sue stock option in azioni, conservando i titoli in portafoglio. E sul suo pacchetto di Pirelli Re ha perso in poco tempo 30 milioni, più altri 8 di plusvalenze teoriche sui futuri piani di incentivi azionari. Alessandro Profumo ha sacrificato invece sull´altare di subprime 35 milioni, il ritorno del suo "tesoretto" in opzioni a lunghissimo termine (le potrà esercitare dal 2014) andato in fumo negli ultimi mesi difficili per il titolo di Piazza Cordusio.
Un´altra vittima illustre è Roberto Faenza, l´ex ad di Banca Italease. Chi è causa del suo mal però, almeno in questo caso, non può far altro che pianger se stesso. In tasca – prima che scoppiasse il bubbone derivati della società di leasing – aveva plusvalenze ipotetiche per 33 milioni di euro. Oggi, dopo le dimissioni, il suo piano è stato automaticamente cancellato. Ma anche se fosse ancora valido, Faenza incasserebbe solo 4 milioni di euro.
L´elenco delle lacrime di coccodrillo nell´universo delle stock option potrebbe continuare per tutto il listino di Piazza Affari. Il numero uno dell´Eni Paolo Scaroni ha bruciato in poco tempo quasi 6 milioni, come il tandem di Generali Giovanni Perissinotto-Antoine Bernheim. Alberto Nagel, consigliere delegato del management board di Mediobanca, ha perso 9 milioni tra titoli in portafoglio (4,5) e opzioni. Carlo Pesenti, tra Italcementi e Italmobiliare, ha visto sparire 4 milioni di possibili entrate in due mesi.
Quasi 4 milioni ha perso sulle sue azioni IntesaSanpaolo Corrado Passera. La perdita però, almeno nel suo caso, è relativa. L´ad di Ca de´ Sass ha guadagnato negli anni scorsi 35 milioni con le stock option, reinvestendone buona parte in un pacchetto del titolo della sua banca e ritrovandosi oggi, con buona pace dei subprime, con titoli IntesaSanpaolo in portafoglio per un valore di 36 milioni di euro.