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 2007  agosto 21 Martedì calendario

Il quattro per mille ai partiti? No, grazie. Il Sole 24 Ore 21 agosto 2007. « il sistema istituzionale che in molti aspetti deve cambiare

Il quattro per mille ai partiti? No, grazie. Il Sole 24 Ore 21 agosto 2007. « il sistema istituzionale che in molti aspetti deve cambiare. ormai matura, sulla spinta della sollecitazione dell’opinione pubblica e della consapevolezza degli stessi gruppi parlamentari, una profonda riforma della politica». Walter Veltroni nel suo discorso di Torino era stato chiaro: il nostro sistema democratico è profondamente in crisi con un fossato che si allarga sempre di più, quello tra i cittadini che chiedono regole chiare e servizi efficienti e una politica che sembra sempre di più avvolgersi su se stessa in una difesa, altrettanto appassionata quanto suicida, dei propri privilegi. Ma se l’analisi è chiara, a parole largamente condivisa anche al di là e al di sopra delle parti politiche, quando si iniziano a guardare i comportamenti concreti, le proposte di legge, gli obiettivi di breve e medio termine, il panorama è quanto meno disarmante. L’ultimo esempio, ma è solo la punta di un iceberg, è la provocatoria proposta di reintrodurre il finanziamento diretto dei partiti, proposta avanzata (anche se, visto l’effetto che ha fatto, parzialmente corretta) dal tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti («un adoratore del brivido», come lo hanno definito Sergio Rizzo e Gianantonio Stella sul Corriere della Sera di ieri). Ma la tentazione è l’ultima a morire, come dimostra il disegno di legge per introdurre con la formula del quattro per mille un nuovo modello di sostegno finanziario alle forze politiche. Una tentazione che in un colpo solo sfida l’impopolarità, scavalca la logica del buon senso, affonda i richiami al sobrio spirito di servizio che dovrebbe invece animare ogni forma di partecipazione politica. Il problema non è solo che di finanziamenti i partiti ne hanno già, e fin troppi, come hanno dimostrato le ultime inchieste del Sole-24 Ore. Ne hanno, aggirando di fatto il mandato popolare del referendum del ’93, attraverso i rimborsi elettorali (aumentati più volte e sempre con voto rigorosamente bipartisan negli ultimi anni). Ne hanno con i fondi per i giornali di partito e il finanziamento diretto ai gruppi di Camera e Senato. Ne hanno con stipendi tra i più alti d’Europa ai mille parlamentari (rispetto ai 577 della Francia, i 646 della Gran Bretagna, i 614 della Germania e i 435 degli Stati Uniti). Ne hanno con le facilitazioni, gli sconti, le franchigie e le guarentigie di cui possono quotidianamente usufruire i professionisti della politica (compresi i componenti dei consigli regionali, provinciali, comunali e talvolta circoscrizionali). Il problema è anche che questi soldi sarebbero ben spesi se la classe politica sapesse dare prova di efficienza, magari anche di efficacia, e, almeno qualche volta, di sensibilità verso il bene comune e la realtà di una Nazione che ha bisogno come l’ossigeno di ritrovare il valore e la concretezza della parola democrazia. E invece ci ritroviamo a rilevare, con allarmante fatalità, come i temi che vengono rilanciati alla vigilia della ripresa autunnale siano lontani anni luce dalle più concrete e reali esigenze della società. Basti osservare il quadro politico. Partiamo dalle estreme: a destra, con la Lega, si parla di sciopero fiscale, come se il pagare le tasse non fosse una dimensione irrinunciabile di etica pubblica al di fuori e al di sopra degli schieramenti politici; a sinistra, con Rifondazione comunista, si annuncia come una lotta di civiltà quella per l’abolizione della legge Biagi, in maniera assoluta e pregiudiziale senza accettare alcun dibattito serio sui dati reali del mondo del lavoro. Ma se ci spostiamo verso le grandi formazioni a sinistra troviamo il grande cantiere del Partito democratico impegnato a discutere di nomi e organigrammi offrendo l’aperta impressione di considerare il potere come un dato di fatto scontato e i programmi un optional fuori moda. A destra i movimenti sono più frammentari ed impulsivi, condizionati da quella leadership di Berlusconi che per tutti è indispensabile, ma per alcuni resta una camicia di forza, per altri un seducente abito di alta classe. Quello che unisce tutta la politica italiana è in fondo la sindrome della favola di Biancaneve: guardarsi nello specchio e pensare di essere la più bella, la più brava, la più efficiente del mondo. E non sorprende se praticando con pervicacia l’arte di ammirarsi l’ombelico la politica perda di vista l’urgenza delle riforme di base capaci di trasformare la sovrastruttura statuale, che attualmente per i suoi costi e le sue inefficienze continua ad essere un freno allo sviluppo economico. tL’esigenza di tagliare i costi della politica non può però limitarsi ad una pur apprezzabile sforciata dei compensi a a ministri e sottosegretari (che peraltro restano più di cento, ognuno un piccolo o grande centro di spesa). C’è bisogno di scelte altrettanto drastiche, quanto capaci di mettere in moto un meccanismo virtuoso di semplificazioni e risparmi. Abolire, per esempio, la struttura politica delle Province; rinunciare cioè a Giunte, Presidenti e assessori, garantendo l’operativita degli uffici tecnici per le scuole, le strade, l’ambiente affidandoli all’indizzo politico regionale. E poi liberalizzare, ma veramente, i servizi pubblici locali evitando il moltiplicarsi pericoloso degli intrecci tra interessi economici e consenso politico. Tutto questo nell’ambito di una riforma sostanziale di una pubblica amministrazione in gran parte ancora obbligata al formalismo burocratico che, moltiplicando i centri decisionali, ottiene il doppio effetto di ampliare a dismisura i tempi operativi e di allargare le occasioni di spreco e, talvolta, anche di corruzione. Non ci sono scorciatoie: solo una politica che torni alla concretezza e alla fiducia può sconfiggere il tarlo dell’antipolitica. Gianfranco Fabi