La Repubblica 17/08/2007, pag.23 Giuseppe D’Avanzo, 17 agosto 2007
Perché la ”ndrangheta, al contrario di Hamas, non trova alcun posto nell´agenda politica? Perché non riesce a diventare né una priorità la distruzione di un´organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un´urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c´è un´intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4-5 mila affiliati su una popolazione di 576 mila abitanti? Per aggirare o scolorire la vera questione, è al lavoro un discreto spin doctoring che confonde la scena
Perché la ”ndrangheta, al contrario di Hamas, non trova alcun posto nell´agenda politica? Perché non riesce a diventare né una priorità la distruzione di un´organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un´urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c´è un´intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4-5 mila affiliati su una popolazione di 576 mila abitanti? Per aggirare o scolorire la vera questione, è al lavoro un discreto spin doctoring che confonde la scena. La strage di Duisburg non sarebbe da iscriversi a un conflitto, a una guerra tra interessi criminali, ma all´antropologia. Quel paesello dell´Aspromonte, San Luca, e forse l´intera Calabria, sarebbero prigionieri di un regime psichico primitivo che di tanto in tanto, per un nonnulla, magari per uno scherzo di Carnevale, deflagra in gesti imprevedibili, in una violenza inumana, degna di un livello ferino. La strage sarebbe nata in questa arretratezza antropologica, consigliano ambienti governativi e sembra suggerire in pubblico il ministro dell´Interno. La ricostruzione, sostengono gli investigatori più attenti, non sta in piedi. Non è uno scherzo di Carnevale a provocare la faida, ma un conflitto di interessi per il controllo del territorio e del traffico della droga a provocare quello scherzo di Carnevale, come sfida, provocazione e umiliazione dell´antagonista. Lo spinning permette però di liquidare quel che tutti sappiamo da tempo e sempre dimentichiamo fino a farci sembrare nuovissimo l´antico. La mafia, e basta qui ripetere la lezione degli storici più che quella dei magistrati, non potrebbe esistere se non intrecciata a poteri più visibili e formalizzati: la politica, l´economia, le istituzioni. Solo queste relazioni le permettono di assumere, come in Calabria, in Sicilia e in Campania, funzioni di ordine pubblico. Le consentono di garantire ogni tipo di transazioni, di prelevare tributi, di offrire occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall´agenda dei governi non ci sarebbero. E´ un protagonismo che consente alle mafie di governare i meccanismi di mercato e addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa. Per sciogliere un nodo così serrato, non possono bastare la magistratura e le polizie e nemmeno un centinaio di arresti. L´affare è ben più serio per essere affidato ai soli schiavettoni, che pure sono necessari. Dovrebbe essere una battaglia nutrita con un costante alimento etico-politico; con un adeguato sostegno dello spirito pubblico; con il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi che possano rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità. Non è sufficiente, in quelle regioni abbandonate dall´attenzione pubblica, l´appello alla scelta etica di ognuno e dei giovani soprattutto, come ha proposto ieri molto superficialmente Romano Prodi. Occorre offrire risposte più eque e più efficienti di quelle fornite dal sistema mafioso. Sarebbe necessaria, dunque, una politica oltre una promessa di repressione. E dov´è, nel tempo più recente, la politica, una politica? E´ difficile rintracciarne la presenza, nonostante l´incomprensibile soddisfazione mostrata dal premier. E d´altronde, nel programma dell´Unione per il governo, al di là di qualche scontato luogo comune e buona intenzione non si va (18 righe in 281 pagine). In linea con il passato, la politica del governo è l´inazione ottimale. «Inazione ottimale» fu chiamata la politica dell´Impero inglese in Oriente tra la fine del Settecento e i primi decenni dell´Ottocento a fronte delle iniziative d´aggressione all´India degli Zar e di Napoleone Bonaparte. Gli inglesi decisero che "far nulla" fosse la miglior delle politiche, la più fruttuosa. La politica italiana, tutta la politica italiana, ha scelto l´ "inazione ottimale" come nucleo essenziale delle politiche pubbliche destinate a contrastare le mafie. E´ sempre più diffusa, al di là di retorica e approcci moraleggianti, la consapevolezza che "far nulla" sia la politica più efficace per tenere Cosa Nostra, ”Ndrangheta e Camorra invisibili, dipendenti, subalterne ai poteri statali, socialmente influenti ma disponibili. "Nessuna politica pubblica", l´inazione – sembra pensare il ceto politico italiano – sollecita senza strappi la ricerca nel Mezzogiorno di un equilibrio "interno" tra politica, amministrazione, imprenditoria, burocrazie della sicurezza, interessi delle "famiglie" mafiose. Mentre, al contrario, un´azione che pretende di lasciare le mafie "nude", e quindi deboli e aggredibili, imporrebbe di affondare il bisturi, con esiti non prevedibili per il consenso, proprio in quei legacci che stringono le mafie ai poteri formalizzati della politica, dell´economia, delle istituzioni, della pubblica amministrazione. Un compito che alla politica italiana deve apparire troppo oneroso per essere affrontato. Se l´ "inazione ottimale" è il "grande orizzonte" entro cui l´intero sistema politico italiano si muove nei rapporti con le mafie, chi può sorprendersi allora della strage di Duisburg e delle altre che, senza dubbio, affronteremo? Giuseppe D’Avanzo