La Repubblica 19/08/2007, pag.36 GIOVANNI MARIA BELLU, 19 agosto 2007
Tra i silenzi di San Luca il paese che muore di faida. La Repubblica 19 agosto 2007. SAN LUCA. Ancor prima di vedere le case rustiche arroccate sulla schiena della montagna «come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno ad uno spino indurito», noti lo scheletro in cemento armato di una villa di tre piani sfacciatamente edificata sul dorso d´una collina
Tra i silenzi di San Luca il paese che muore di faida. La Repubblica 19 agosto 2007. SAN LUCA. Ancor prima di vedere le case rustiche arroccate sulla schiena della montagna «come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno ad uno spino indurito», noti lo scheletro in cemento armato di una villa di tre piani sfacciatamente edificata sul dorso d´una collina. E credi di capire perché il più illustre cittadino di San Luca, Corrado Alvaro, a un certo punto la smise di frequentare il paese. Fu una premonizione, forse. La vista dello scheletro della villa ti accompagna anche dopo che la comparsa del paese vecchio per un attimo ti ha restituito l´immagine poetica dei nidi di calabrone. E quando finalmente se ne va, ecco un altro scheletro, ecco i ferri acuminati del cemento armato, la periferia grigia, le porte chiuse. così brutta «la Betlemme della ”ndrangheta», come l´ha definita in una requisitoria il sostituto procuratore Francesco Mollace, che suscita il sospetto di un travestimento. Un modo per non dare nell´occhio. Pensi alla casupola di Bernardo Provenza, ai poveri vestiti di Totò Riina. Se questa è la sede sociale di una organizzazione criminale che fattura ogni anno trentasei miliardi di euro, deve pur esserci una strategia dietro tanta desolazione. Ma quando scopri la banale verità, il disgusto estetico si muta in compassione. Povera San Luca e povera la sua gente con la bocca cucita che della ”ndrangheta si prende solo il fango. E che ha paura anche di dire «Noi non c´entriamo». Come se temesse che il solo prendere le distanze dalla faida possa suonare come un affronto verso una delle parti. Il sindaco, Giuseppe Mammoliti, un avvocato quarantenne diessino che da ragazzo protestava a Comiso contro i missili, ha evitato persino di proclamare il lutto cittadino. «Perché non è mai stato fatto prima - dice - nemmeno per i morti delle alluvioni». In effetti esiste una relazione tra quel che accade in questi giorni e il dissesto idrogeologico. All´origine di tutto c´è il rapporto dell´uomo con la terra. La terra come misura certa delle ricchezza, il controllo del territorio come misura del potere. La faida scoppiò quando, improvvisamente, inaspettatamente, due ragazzi decisero di farsene beffa. Se ne è parlato molto in questi giorni. «Tutto cominciò con un lancio di uova». «Con uno scherzo». Ma non si è detto della straziante sorpresa che quelle uova contenevano. L´ha rivelata, fin dal 1994, la cosiddetta "operazione Olimpia", una delle più grandi inchieste contro la criminalità organizzata - seicento arresti in un solo giorno - condotta dai sostituti procuratori di Reggio Calabria Salvatore Boemi, Francesco Mollace, Roberto Pennisi e Giuseppe Verzera. Era il 14 febbraio del 1991, uno degli ultimi giorni di Carnevale, quando due ragazzi mascherati entrarono nel bar del circolo Arci di San Luca, gestito da Domenico Pelle, uno dei membri della "maggiore", la famiglia più potente della ”ndrangheta, l´aristocrazia mafiosa che aveva in Giuseppe Nirta il capo indiscusso. I due si chiamavano Francesco Strangio e Domenico Nirta. Quest´ultimo, però, non apparteneva ai Nirta "nobili", quelli di Giuseppe, ma a un ramo minore, cadetto, in definitiva a una delle famiglie che, al pari degli Strangio, avevano in passato riconosciuto pacificamente la supremazia e dunque la guida della "maggiore". Meno di un´ora dopo, i due ragazzi mascherati furono uccisi a colpi di mitra mentre ancora ridevano dello scherzo seduti su un muretto del paese. Quel duplice omicidio, che nelle intenzioni degli autori avrebbe dovuto chiudere definitivamente la partita, innescò la reazione a catena che ha portato alla strage di Duisburg. Le uova erano marce. Avevano cominciato a marcire a metà verso la metà degli anni Sessanta. All´epoca la ”ndrangheta era davvero la sorella minore della camorra e della mafia. Una organizzazione rurale, che governava con mano ferma un popolo di pastori e contadini e che cominciava appena a intravedere le possibilità di guadagno che sarebbero potute derivare dal polo siderurgico, dai lavori nelle autostrade, dagli appalti pubblici. Era guidata da una sorta di triumvirato all´interno del quale Giuseppe Nirta, primus inter pares, rappresentava San Luca, riconosciuta sede spirituale dell´organizzazione soprattutto per via del Santuario di Polsi, il luogo in cui per anni, verso i primi di settembre, i capi delle famiglie si sono riuniti per consacrare al loro dio le decisioni più importanti. Le uova della futura faida accelerarono il loro processo di putrefazione verso la metà degli anni Settanta quando la ”ndrangheta di Reggio Calabria, capeggiata dai De Stefano, mise sanguinosamente in discussione l´egemonia dei cugini di campagna i quali, in quegli stessi anni, scoprivano un nuovo filone d´oro, ben più remunerativo delle estorsioni e degli affari tutti interni alla modesta economia della Locride: i sequestri di persona a scopo di estorsione. Fu allora che il rapporto con la terra cominciò a cambiare, e con esso la misura della ricchezza e del potere. Fu allora, forse, che la premonizione di Corrado Alvaro cominciò a compiersi. La terra, la meravigliosa terra della Valle del Buonamico, smise di valere in quanto tale - come bosco, come campo, come pascolo - perché il prodotto che era in grado di dare l´allevamento di un solo esemplare - un uomo, specie se si chiamava Paul Getty Junior - era incommensurabilmente superiore a quello di qualunque coltivazione e anche di qualunque estorsione. Ma comunque, anche se come prigione, la terra ancora serviva. Anzi, alcuni interminabili sequestri, come quello di Cesare Casella (743 giorni) o quello di Carlo Celadon (831) forse durarono tanto anche perché i loro autori volevano manifestare la loro potenza e la loro ferocia. Il territorio di San Luca valeva ancora. Ci volle infatti un altro passaggio perché le uova della faida marcissero definitivamente. Un passaggio generazionale come, del resto, era inevitabile in un´organizzazione a base familiare quale la ”ndrangheta. Esattamente come i loro coetanei della generazione del boom economico, i figli dei boss avevano studiato, avevano cominciato a girare il mondo, avevano scoperto che in un giorno di treno si poteva arrivare in Germania e in mezza giornata di aereo si poteva addirittura raggiungere l´America. Scoprirono che esisteva una formula magica per moltiplicare all´infinito il denaro. Bastava comprare della polvere e farla girare. Una partita di quella roba valeva quanto un latifondo. Questo processo il 14 febbraio del 1991, quando quei due ragazzi entrarono al circolo Arci di San Luca, si era ormai compiuto. C´erano stati omicidi che avevano scosso gli antichi equilibri. Caduto il triumvirato, rapidamente abbandonata, perché incompatibile con la natura stessa dell´organizzazione, l´idea di arrivare alla individuazione di un unico capo supremo, a San Luca ancora reggeva, come fosse un titolo nobiliare, la distinzione tra "la maggiore" e le altre famiglie. Quel lancio di uova ne segnò la fine. La puzza che invase il circolo Arci salì fino al cervello dei Nirta, dei Vottari e dei Pelle come una filastrocca beffarda che diceva: «Non ci fate più paura. Non comandate più». La terra, esattamente come dopo la disgregazione di un feudo, tornò incolta nelle mani dei contadini. Anche se qua hanno uno stipendio regionale e si chiamano forestali. Sono cinquecento in un paese di quattromilacinquecento abitanti. Hanno ereditato l´Aspromonte e le sue macerie, più qualche ospite occasionale. I latitanti di peso hanno per rifugio il mondo. Una terrificante buca nella strada ti dà il benvenuto dopo uno degli ultimi tornanti, quando sei ormai sotto le «case-nido di calabrone». come se il mare fosse una componente essenziale dell´asfalto. Infatti, via via che ti allontani dalla costa, la strada peggiora. Tra Bovalino e Bianco vai sul liscio o quasi e, se non fosse per la ferrovia che segue ostinatamente il litorale e spesso lo nasconde, vedresti l´opulenza di certe ville, di certi alberghi e anche di certi palazzi, poliambulatori, garage. Una visione parziale, comunque. Perché per capire dove vanno quei trentasei miliardi dovresti poter spaziare con lo sguardo oltre la curva dell´orizzonte. A San Luca è rimasto sono rimasti solo il nome, come un marchio d´infamia, le buche delle strade e gli scheletri delle case. Suona beffarda quella scritta "Comune d´Europa" che campeggia sotto il toponimo in un cartello bianco all´ingresso del paese, assieme ai nomi dei due paesi gemellati: Vallerano, un ridente centro sul lago di Bolsena, e Cascia, in Umbria. Una fila di vecchi lampioni ti guida verso il centro del paese. I nomi delle strade sono scritti direttamente sul muro: "Via U. La Malfa", "Via P. Togliatti", "Via D. Aligheri". La casa-museo di Corrado Alvaro si affaccia, con le sue finestre chiuse, sulla piazza della chiesa. Una sola messa nei giorni d´estate, poco prima delle otto. Il parroco, don Pino Strangio, parente di una delle vittime della faida, non c´è. Lo sostituisce don Stefano, un sacerdote indiano, che è qua da due anni e ha già capito tutto. Eppure qualcosa la dice, anche perché in effetti non c´è alcun motivo per nasconderla visto che è scritta all´ingresso del paese. «Nel maggio scorso siamo andati con dei paesani in uno dei paesi gemellati con San Luca, a Cascia. Il paese di Santa Rita, che perdonò gli assassini del marito». E poi basta. A parte la frase rituale, la stessa che ripete il sindaco: «Non infierite su di noi, siamo a pezzi». GIOVANNI MARIA BELLU