La Repubblica 19/08/2007, pagg.33-34-35, 19 agosto 2007
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C’era una volta Diana. La Repubblica 19 agosto 2007.
Diana, principessa delle favole. LONDRA. A dieci anni dalla morte, Diana ha ancora un seguito di pubblico analogo a quello, per esempio, di Elvis Presley o John F. Kennedy. Come per questi due personaggi, anche nel suo caso sussiste ancora una sorta di culto che porta alcuni tra i suoi molti devoti a rifiutarsi di accettare la versione ufficiale della morte. Nel caso di Diana, questo culto della morte è alimentato da Mohammed al-Fayed, proprietario dei magazzini Harrods e padre di Dodi al-Fayed, l´uomo accanto al quale Diana perse la vita nello schianto della Mercedes in un tunnel parigino. Al-Fayed si rifiuta di credere che si sia trattato di un incidente e ribadisce a chiunque sia disposto ad ascoltarlo, o a pubblicare le sue parole, la sua versione degli eventi, secondo la quale i due sarebbero stati uccisi dai servizi segreti britannici, perché l´establishment britannico, venuto a conoscenza che Diana e al-Fayed intendevano sposarsi e metter su famiglia, non poteva accettare che la principessa sposasse un musulmano.
Altri non credono forse che Diana sia stata uccisa per questo motivo, ma sono convinti, in ogni caso, che la principessa sia stata una vittima: una vittima dello Stato britannico o della stampa scandalistica o della famiglia reale. Diana resta nel cuore di molti cittadini britannici una martire eterna.
Che attorno alla sua morte continui ad aleggiare questa favola è, seppure di cattivo gusto, coerente con la sua vita. Questo perché, anche se la frase coniata per lei da Tony Blair fu «la principessa del popolo», ora, con il distacco che il tempo trascorso consente, è più appropriato pensare a lei come alla principessa delle favole. Ciò che ha dato alla Gran Bretagna e al mondo - mai eguagliata in questo da nessun altro personaggio dopo la sua morte - è una serie di storie, di favole, tra le più persuasive mai create per un´audience da un personaggio pubblico d´intesa con i media. Perché senza i media Diana sarebbe stata semplicemente una bella ragazza che diventa sposa del principe ereditario e forse un giorno regina di Gran Bretagna. Grazie ai media, Diana diventò una leggenda mondiale.
La prima favola è quella della Bella. Diana era già bella quando, da adolescente, fu individuata come futura principessa e fotografata fuori dall´asilo d´infanzia dove lavorava: controluce, con una gonna leggera, cosicché si vedeva la forma delle sue gambe, in un assaggio dello straordinario potere sessuale che avrebbe esercitato. Sarebbe diventata più bella, sia perché poteva disporre dei migliori parrucchieri, stilisti, truccatori e personal trainer, sia perché, se si tralascia un periodo in cui dimagrì terribilmente a causa della bulimia, il suo aspetto di donna adulta superava quello dell´adolescente.
Una volta che i media ebbero scoperto che la sua bellezza era reale e duratura, entrambi - lei e i media - si diedero da fare per renderla trascendente e gloriosa, la più grande bellezza del mondo. Era una bellezza ingigantita dalla sua immagine e dalla sua provenienza: in lei si trovavano combinati l´ordinario e il regale. L´ordinario, perché Diana aveva lasciato la scuola quasi senza istruzione, comunque con titoli inferiori a quelli della media della popolazione, e il suo evidente disinteresse per le attività intellettuali o le arti, se si esclude la musica pop, la collocavano allo stesso livello della maggioranza della gente. Ma era di sangue eminentemente aristocratico: risalendo l´albero genealogico della sua famiglia, gli Spencer, si trovavano dei re e il casato conservava un cospicuo patrimonio e una grande dimora di campagna ad Althorp, nel Northamptonshire.
Diana era dunque una persona comune dal punto di vista dell´istruzione e un´aristocratica per l´ambiente in cui era cresciuta. La sua bellezza e le nozze fecero di lei una principessa, sia nella rappresentazione che nella realtà. Diana diventò l´immagine più efficace e il miglior incentivo alle vendite di quotidiani, riviste e programmi televisivi del dopoguerra. Quando scomparve, il lutto dei media fu genuino: avevano perso una miniera d´oro.
Ma c´era dell´altro. Alla Bella occorre la Bestia. E, in una seconda favola, la Bestia fu incarnata dal principe ereditario. Il principe Carlo era stato educato per diventare re, ma la madre mostrava, e mostra, di voler arrivare a cent´anni, come la nonna. Carlo aveva dunque una grande ricchezza e un grande titolo, ma nessun particolare merito nella vita, se non quelli che egli stesso avrebbe saputo darsi. Aveva qualcosa da offrire: era relativamente colto e nutriva un genuino interesse per l´architettura, opponendosi - cosa interessante - al modernismo. Il principe si appassionò di ambiente. La sua personalità celava, tuttavia, una certa insicurezza che diventò più evidente tra i trenta e i quarant´anni, quando nessuna delle sue storie sentimentali mise capo a un matrimonio.
Il fidanzamento con la principessa Diana - cui la stampa dedicò un´attenzione superiore a quella riservata al resto della famiglia reale messa insieme - fu strano fin dall´inizio. I due non apparivano mai a proprio agio in compagnia l´uno dell´altra. Una volta, durante un´intervista, fu chiesto al principe se fosse innamorato della futura moglie. «Sì», rispose Carlo, «… qualunque cosa voglia dire ”amore´». Fu una frase rivelatrice; quanto rivelatrice, divenne chiaro solo anni più tardi, quando Diana disse in un´intervista televisiva che il marito aveva continuato ad avere una relazione con Camilla Parker Bowles, suo vecchio amore e oggi sua moglie. Quando il matrimonio si guastò anche pubblicamente, Diana e i suoi amici tirarono fuori la storia della crudeltà del principe nei confronti della moglie, storia che almeno in parte era vera. Lui, mobilitando i suoi pierre, contrattaccò con altre storie, che spesso però gli si ritorsero contro. Le notizie trapelate sulle sue conversazioni intime con Camilla, le accuse di freddezza e di arroganza e la netta differenza di bellezza tra Diana e Camilla - Diana era di vent´anni più giovane - portarono la maggioranza del pubblico a schierarsi dalla parte di Diana.
E questo accadde anche a causa della terza favola, che era la favola della Santa. Fin dai primi tempi del suo matrimonio, Diana si era allontanata dall´infinito giro di attività caritatevoli, inaugurazioni e visite alle case di riposo per anziani che costituisce buona parte della vita della famiglia reale. Aveva capito di avere una diversa e più grande fonte di potere: i media. E aveva anche capito che la stampa e la televisione avrebbero prestato poca attenzione alle opere buone della famiglia reale e invece dedicato un grande spazio alle sue, soprattutto se fossero state di alto profilo. Diana si impegnò quindi attivamente a favore di un buon numero di cause, soprattutto nella campagna contro le mine antiuomo e in quella per accrescere la consapevolezza e raccogliere fondi per la cura dell´Aids. In entrambi i casi, fu fotografata accanto alle vittime: le vittime, mutilate o emaciate dall´Aids, fornirono uno straordinario sfondo alla sua bellezza.
Amando lo show business come lei lo amava, fu in grado di abbinare la sua presenza ai concerti e ai galà con la raccolta di fondi per le sue cause. Le star, desiderose a loro volta di apparire mentre fanno del bene, amavano quello che lei faceva e amavano lei: di riflesso, Diana dava loro glamour e moralità. Il suo fascino genuino e il suo senso dell´umorismo, laddove Carlo e la Regina apparivano inibiti e rigidi, la facevano apparire calorosa ed estroversa. E questo è stato il terzo, necessario elemento della principessa del popolo: quella di una persona che utilizzava la propria fama e ricchezza per portare sollievo ai sofferenti. Nella sua ultima intervista, a Le Monde, Diana dichiarò che si sarebbe recata da chiunque soffrisse e avesse bisogno di lei, in qualsiasi momento, ovunque. Solo i santi e le dee possono farlo: ai propri occhi, Diana aveva tenuto fede alla promessa della terza favola ed era diventata santa.
La sua morte causò una reazione enorme: le strade del centro di Londra attorno a Buckingham Palace furono invase dalla gente; i mazzi di fiori si accumulavano contro le inferriate; la televisione intervistò centinaia di persone, uomini e donne, che piangendo amaramente raccontavano alle telecamere quanto l´avessero amata e quanto tremenda sarebbe stata la vita senza di lei. Il suo funerale fu altrettanto di massa. Centinaia di migliaia di persone si raccolsero fuori dall´abbazia di Westminster e centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo lo seguirono in televisione.
E adesso possiamo vedere quanto tutto questo fosse vuoto. Perché se è vero che Diana aveva catturato lo spirito del tempo, altrettanto vero è che si trattò di un fenomeno evanescente fatto di celebrità, bellezza, di molta pubblicità e di opere caritatevoli scelte accuratamente. Molti hanno sottolineato il fatto che fu in quel momento che i britannici divennero emotivi. Ma in realtà i britannici sono sempre stati emotivi quando si tratta della famiglia reale e fin dagli anni Sessanta hanno preso ad ostentare comportamenti stravaganti in pubblico. Non è stata Diana a far diventare emotivi i britannici: sono stati loro a permetterle di impadronirsi del loro buon senso ed equilibrio emotivo. Aveva toccato una loro vena profonda di sentimentalismo quasi aggressivo e aveva incoraggiato gli uomini e le donne, in particolare i più giovani, a vedere in lei una sorta di vittima sacrificale. Ma una vittima così elevata nella gerarchia sociale, così splendidamente glamour, così straordinariamente ricca, che l´unica cosa che si poteva fare era adorarla. Diana è stata la dea di un Paese senza dei, una religione senza la profondità e senza la riflessione che si addicono a ogni credo serio. Un esempio che procurava gratificazione istantanea; un´icona per tempi dominati dai media.
Poco prima di diventare primo ministro, Gordon Brown si è detto convinto in un´intervista che i cittadini britannici stiano superando la loro passione per le celebrità e diventando più seri. Io penso che si sbagli: dopotutto, le celebrità occupano sempre più spazio sui giornali, sulle riviste e in televisione. Ma c´è di più: Diana ha dimostrato quanto sia radicato il desiderio di una vita cui delegare la propria, di qualcuno che possa dare corpo - con il proprio aspetto, il comportamento e le favole che i media gli costruiscono attorno - a una fantasia che è in parte divina. Per questo la sua triste morte è stata una tragedia molteplice. Oltre alla perdita di una giovane vita, è andata anche perduta l´opportunità di vedere se, con il passar degli anni, Diana avrebbe smarrito il potere che indubbiamente aveva sul pubblico mondiale e in particolare sul popolo britannico. La dea sarebbe diventata umana? E questa persona sarebbe stata in grado di affrontare la vita con il suo nuovo, inferiore status? E tutto questo ci avrebbe insegnato quanto sia futile cercare divinità sui media?
Se fosse vissuta, Diana avrebbe difficilmente potuto evitare di impartire ai cittadini britannici una lezione sulle celebrità: sarebbe stata una lezione di maturità, innanzitutto per lei stessa e poi per noi. Per come sono andate le cose, nella morte Diana resta una favola.
JOHN LLOYD
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Senza lieto fine. Marilyn Monroe è ancora viva, dopo quarantacinque anni dalla sua scomparsa; la sua docile femminilità d´epoca, che imprigionava luminosa le sue disperazioni, ha attraversato intatta i decenni, e ancora si scandagliano la sua vita e la sua morte, e si scovano immagini inedite, e si pubblicano libri, e ci si lascia incantare dai suoi film. Nel 2042, a quarantacinque anni dalla morte della incantevole, dolorosa, perduta principessa Diana, il popolo dei rimpianti penserà ancora a lei, o la sua breve storia, reale ma soprattutto mediatica, si sarà dispersa a poco a poco nel tempo, accantonata dal succedersi incessante di nuovi, brevi miti istantanei che l´affanno dell´informazione sempre più virtuale e precaria, da spiaggia, da reality e da codice penale, crea e cancella? A soli dieci anni dalla tragedia che dilaniò il corpo della giovane donna tra le lamiere di un´automobile, nella notte parigina tra il 30 e il 31 agosto, cresce una sensazione.
La sensazione che il ricordo, la commozione, i rimpianti, le commemorazioni, ma soprattutto lo sfruttamento mercantile di un evento che sconvolse allora ogni angolo della terra, abbiano raggiunto il loro culmine: con decine di nuovi libri, e memorie, e inchieste, e concerti, e santini, e oggettistica-ricordo, che stanno seppellendo forse definitivamente la fiabesca ragazza nell´eccesso di offerta e nell´accanimento a volerla reinventare, per pura illazione o fantasia, sottraendola alla sua vera, inconoscibile storia. Nei fatali sei giorni tra la sua morte e le sue solenni, spettacolari esequie quella che era cominciata come una corale commozione stupefatta si era giorno per giorno trasformata in una oceanica disperazione, in una universale allucinazione che aveva riversato a Londra quattro milioni di persone: una moltitudine unita dal grandioso lutto collettivo per una principessa sconosciuta che ognuno, individualmente, sentiva come sorella, come riflesso spezzato dei proprio sogni e delle proprie sconfitte.
C´è oggi una sensazione di polvere, di stanchezza, di fine, anche di generosa pietà per una persona che avrebbe diritto a quel silenzio e a quell´oblio che invece lei, bisognosa di essere al centro del rumore e della luce di una indistinta moltitudine di devoti, tanto avversò e temette in vita. Non le bastava allora, forse non le basterebbe neppure adesso, abitare solo nel cuore di chi lei amò davvero e incondizionatamente, per esempio i figli: i quali, amandola tanto anche loro e certamente non dimenticandone mai il fulgore, la dedizione, la solitudine male affollata, la nera inquietudine, le umiliazioni familiari, la durezza della nonna, la Regina, e il comportamento del padre, l´erede al trono, non hanno voluto ricordare la sua morte, ma hanno dedicato in luglio un grandioso concerto pubblico, sul palco tanti suoi amici allora giovani come era lei, a quello che sarebbe stato il suo compleanno.
Se fosse vissuta: oggi, a quarantasei anni, sempre bellissima oppure spenta da implacabili lifting? Sempre in fuga con uomini incresciosi oppure felicemente accasata con qualche persona per bene e magari di nuovo madre? Sempre impegnata in opere filantropiche doverose per una principessa, oppure più frivola, e sgargiante, e alla moda, e superstar mondiale tra i personaggi da paparazzi? Sempre complice dei media, in cerca di una visibilità vendicativa contro tutta l´odiata famiglia reale o finalmente in fuga da loro, sul serio e non come nella notte dell´Alma, quando ingaggiò il suo ultimo sanguinoso gioco con quei fotografi che le erano indispensabili per dare vita alla sua vita? Dove si sarebbe rifugiata il giorno delle nozze del divorziato Carlo con la divorziata Camilla, cosa avrebbe escogitato, ancora una volta, per distogliere l´attenzione dalla odiata coppia (e dalla regina consenziente a quelle nozze non protocollari, molto moderne), per metterli nell´ombra, per trionfare come sempre ancora una volta, lei, la principessa del popolo? E se negli anni, invece, quel popolo le avesse voltato le spalle, a poco a poco, incuriosito da quest´altra signora, una regina di cuori meno mediatica ma più simile a tante donne qualsiasi, non giovane, non bella, però capace con pazienza e amore, di conquistare il suo agognato lieto fine, forse non da favola, ma certamente molto umano?
NATALIA ASPESI
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Una donna "normale". Henri Paul, «l´autista di Lady Diana», non era un autista, né tanto meno di Lady Diana. Famoso suo malgrado, era un francese normale che faceva un mestiere forse speciale: responsabile della sicurezza dell´Hotel Ritz di Parigi, di proprietà della famiglia Al Fayed. Spappolato nell´incidente di dieci anni fa nel tunnel dell´Alma (cioè dell´Anima), il suo corpo – la sua intera vita – fu fin dall´inizio il perno dell´inchiesta e di ogni racconto mediatico sulla morte di Lady D. Tutto si basa sull´analisi di un campione di sangue con una percentuale di alcool, ma anche con una tale quantità di monossido di carbonio da impedire a chiunque di muovere due passi. Era il suo?
Ubriacone, drogato, depresso (perfino l´assenza di una riconoscibile felicità mentale fu giocata come indizio di una colpa), spia inglese, spia francese, tutto questo insieme: sono le parole che hanno distrutto l´immagine di H.P. all´indomani dell´incidente, e che perdurano. Immaginatevi la sua famiglia (genitori in pensione, lui da operaio lei da maestra, e un fratello invalido), stretta tra i Windsor e gli Al Fayed: un incubo. H.P. è un morto sul lavoro, anche se avrebbe potuto declinare l´invito a guidare la Mercedes dello schianto. Quella sera era ancora in vacanza, appena tornato dalla Spagna.
Qualche giorno dopo la tragedia, la cortina di silenzio in cui spiccavano solo le ingiurie triviali dei media fu rotta dalla calda e semplice lettera di un vicino di casa ai giornali parigini. La descrizione di H.P. insisteva sulla sua normalità negata: «C´era un Francese nella Mercedes fracassata della Principessa, anzi era lui che ne teneva il volante. Era il mio vicino. Gli si è fatto indossare ogni abito, senza troppo curarsi se gli andava oppure no. [...] Monsieur Paul era un parigino come gli altri. Tranne il vino rosso: preferiva la birra o il pastis. Ma non al punto di farne un ubriacone, questo no. [...] Celibe senza bambini. Lettore di giornali. Proprietario di una Mini Austin nera automatica, facile da parcheggiare in città. Che parlava l´inglese. Socievole. Libero [...] Ma le automobili non lo entusiasmavano, e nemmeno la velocità: la sua passione era l´aeroplano. Aveva 605 ore di volo all´attivo. Sulla strada era perfino più prudente degli altri e non dimenticava mai di allacciare la cintura [..] Monsieur Paul non andava mai al cinema. A fare cosa, poi? Aveva di meglio, aveva a grandezza naturale il Ritz colle sue star e i suoi sultani, le loro turpitudini e i loro piccoli piaceri».
Abitavo a Parigi, e provai un´insolita empatia per questa persona normale, al punto di indagare su di lui e dedicargli un romanzo. «Le vite ordinarie», mi insegnava il filosofo Emmanuel Lévinas, «richiedono più coraggio di quelle dei samurai». Mi accorsi che anche la grande protagonista della tragedia del tunnel dell´Anima era divenuta un´icona e un mito popolare grazie alla sua normalità, che il pubblico percepiva identificandosi. Chi era Lady Diana, oltre tutto ciò che sappiamo? Una donna che si faceva pettinare per assomigliare a Linda Evangelista, che si immaginava a volte come Sharon Stone nel presente, e come Jacqueline Onassis nella posterità. Che due mesi prima di morire sfogliava annunci immobiliari e sognava una casa in California per ricominciare daccapo, come tutti noi. Che leggeva i romanzi sentimentali di Danielle Steel e ascoltava i Dire Straits mentre l´ex marito ascoltava Berlioz. Interrogai il concetto di vita "privata": privata di cosa? Scoprii che tutti i personaggi di questo dramma provavano una strana nostalgia, e trafficavano in illusioni. Io compreso. Una frase di Kierkegaard mi guidò nell´indagine: «L´arte significa avere nostalgia anche a casa. per questo che bisogna intendersi di illusioni».
BEPPE SEBASTE