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 2007  agosto 19 Domenica calendario

Musicisti a tutto campo. La Repubblica 19 agosto 2007. ROMA. Non è per niente contento dei solenni festeggiamenti per i suoi novant´anni

Musicisti a tutto campo. La Repubblica 19 agosto 2007. ROMA. Non è per niente contento dei solenni festeggiamenti per i suoi novant´anni. Li compie il 2 settembre, e Roma si accinge a celebrarlo con «le stelle più brillarelle che ci ha», ma a lui, schivo com´è, la prospettiva non piace affatto. «Non mi piacciono le celebrazioni, le ricorrenze, il coro di happy birthday. Mi dà un po´ di malinconia. Arrivato a una certa età non sopporti più gli anni che compi. Subentra una specie di amara rassegnazione al tempo che è passato. Vorrei attraversare la giornata del mio compleanno ignorandolo, ma purtroppo gli eventi, e gli affetti, vanno in un´altra direzione». Ha la certezza che non ci sia nulla dopo la morte: «Nulla, nulla. Sarebbe davvero troppo comodo pensare che mi ritroverò a esibirmi con il complesso dell´Orpheus, oppure che andrò a corte a suonare il clavicembalo con Salieri». Seduto a un tavolino bordo piscina al Circolo Canottieri Roma, Armando Trovajoli consuma il pasto di mezzogiorno non senza un certo appetito. Mozzarella, patate fritte e una bella fetta di anguria, il tutto annaffiato con una lattina di cocacola. «Si dovrebbe arrivare fino a una certa età a ricordare i compleanni, dopo di che si dovrebbe morire. Intendo: si può morire in tanti modi, anche professionalmente. Ti ritrovi a fare paragoni con altri musicisti veramente grandi. Mozart per esempio è morto a trentuno anni…». Barba curatissima, sguardo vivace dietro gli occhiali dalle lenti perfettamente sferiche, indossa una giacca Armani destrutturata color grigio ferro, camicia di lino immacolata, piccolo foulard floreale nel taschino. Il traguardo dei novant´anni («ma traguardo di che cosa?») è inevitabile occasione di bilanci: «La mia vita nella sua mediocrità è stata fortunata, anche se non sempre felice». Mediocrità? Ma se mezzo secolo di storia italiana - la storia del costume e del cinema - è volata sulle ali e sul ritmo delle sue colonne sonore... Oltre trecento film, ventiquattro solo con Scola, tanti capolavori e tante emozioni, e poi le commedie musicali, e la tivù, il tenente Sheridan, Maigret, gli "sconcerti", le serenate. Lui ribadisce: «Mediocrità, sì, non ho fatto nulla di eclatante». La civetteria dell´antiretorica. «Cosa ho fatto in fondo? Ho soltanto mescolato il sacro e il profano». Bach e il Negro Zumbon, Totò e Benedetti Michelangeli, Rugantino e Chopin. A Trovajoli piace minimizzare, definirsi «solo un modesto artigiano». La sua è la semplicità dei grandi. Un gigante della musica jazz e insieme della musica colta. Non disprezza niente e non mitizza niente. Un talento noncurante, sempre tenuto a freno dall´ironia. Sperimenta con mano leggera e con approccio elegante. Contamina, ricerca. «Una vita, la mia, che contiene splendori e anche delusioni. Ho conosciuto la guerra, la fame, i night club, gli amori, il successo, ho avuto incontri fondamentali. Con De Sica. Con Mastroianni: più di un amico, un fratello. Con Scola, con Risi. Con Pietro Garinei, che per sfottermi mi chiamava il Cigno di Roma, per distinguermi, diceva, dal Cigno di Busseto». A quattro anni suona il violino, a sei il pianoforte, quando ha quattordici anni suo padre, che lo voleva architetto, si ammala e resta infermo: «Nella disgrazia ci fu un colpo di fortuna: scoprii il jazz e cominciai a esibirmi. Andavo alla Galleria Colonna e mi scritturavano per i tè danzanti alla Sala Pichetti o al Dopolavoro dei ferrovieri, prendevo cinque lire a sera, e così potevo comprare da mangiare per la famiglia e soprattutto le medicine. Quando stavo per spiccare il volo, la stangata della guerra. Mi ritrovai nello squallore dell´Albania e della Grecia, io innamorato di Omero, dell´Iliade, dell´Odissea, fuori di me dalla commozione all´idea di andare a toccare le colonne del Partenone». A trent´anni, con l´aiuto del maestro Libero Barni che lo prepara privatamente all´esame di pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia, si diploma «con dieci e menzione onorevole, non davano un voto così alto da quarant´anni». Davanti a lui si spalancano tutte le porte: «Ma a quell´età non hai più la struttura mentale per affrontare il pubblico e la critica. Uno che fa il concertista deve cominciare a dodici anni». Racconta del suo quasi sodalizio con Arturo Benedetti Michelangeli: «Aveva trovato in me l´alter ego, diceva: sei il mio equivalente. Mi faceva suonare fino alle quattro del mattino. Arrivò a propormi di studiare insieme il Concerto per due pianoforti di Mozart. Sarei dovuto andare a Lugano per un mese, esercitarmi con lui notte e giorno. Gli dissi: Arturo non me la sento. In me c´era troppo pudore all´idea di suonare assieme a quel genio». E lui come ha reagito? «Mi ha detto: sei un po´ un vigliacchetto. Sì, risposi, sono un po´ un vigliacchetto, però preferisco non fare brutte figure». Sicuramente a casa di Totò era più rilassato, anche se si sono sempre dati del lei: «Io lo chiamavo principe e lui maestro. Organizzava queste piccole cene molto formali a casa sua, ai Parioli. Si mangiava bene, in modo raffinato. Poi veniva sempre proiettato un film (mai suo), che noleggiava per gli ospiti. E quando la serata sembrava essere sulla fine mi faceva mettere al pianoforte e lui, in piedi accanto a me, cominciava a cantare a orecchio, improvvisava, mentre io scrivevo le note, le melodie, a volte anche le parole e armonizzavo il tutto a modo mio. Lui impazziva da quanto gli piaceva, andava in visibilio. Facevamo mattina». Tempo fa ha detto che scrivendo musica non si invecchia: lo pensa ancora? «Sì. come dare dei colori a un bambino e farlo dipingere, allo stesso modo quando mi metto al piano mi sento un bambino di novant´anni, torno indietro, divento un ragazzo, perché sto creando qualcosa. Puppets, per Salvatore Accardo, l´ho composto a ottantaquattro anni. pieno di trovate, sembra scritto da un ragazzo, credo, e non da un rincoglionito». Le capita mai di sognare la musica che poi scrive? «Mai, non mi è mai successo. Anche perché io non sogno mai. E se sogno non mi ricordo niente». Nel suo curriculum c´è di tutto: La ciociara ma anche Ercole al centro della terra, I mostri e Le avventure di Topo Gigio, Riso amaro e I cagasotto, Un giorno in pretura, Profumo di donna, C´eravamo tanto amati, La Famiglia ma anche Viuuulentemente… mia e A qualcuno piace calvo. Maneggia il trash con lievità: «Ho sempre amato lo sberleffo». Quanto all´Oscar che non ha mai vinto, taglia corto: «Non l´ho avuto per ovvie ragioni. I film italiani non sono quasi mai approdati a Hollywood. Alla frontiera tornano indietro. Ci sono arrivati La ciociara, e Ieri, oggi, domani, ma per merito di De Sica. Musicalmente forse non erano degni dell´Oscar. L´Oscar bisogna meritarselo. E bisogna anche avere l´occasione giusta». Con il pianoforte ha un rapporto di odio e amore: «Dicono che oramai do del tu alla tastiera, ma delle volte la tastiera mi dà del lei, giustamente. Più passa il tempo e più mi dà del lei. come una donna, devi amarla continuamente. Io invece sto anche mesi senza mettere le mani sul pianoforte. Come fai? mi chiedeva Benedetti Michelangeli, io se non studio otto ore al giorno ne risento». Ha suonato con Duke Ellington, Miles Davis, Chet Baker, Louis Armstrong. E proprio da Armstrong gli è venuto il complimento più bello: «Senti questo, sembra che sia nato ad Harlem». Capire e suonare il jazz, spiega, è un dono di natura: «Non si può acquisire, o ce l´hai o non ce l´hai, e ti dà una marcia in più, è come parlare un´altra lingua». Dice anche: «Il jazz è femmina, è come una bellissima donna. Come fai a dirle di no, come fai a tradirla?». Quale delle sue canzoni famose ama di meno, quale lo ha stufato? Risponde senza esitare: «Roma nun fa´ la stupida stasera. La drittata in questa canzone sono le parole, molto astute, non certo merito mio. La musica è un po´ così. Lo so, è diventata una sorta di inno nazionale sentimentale, ma non ha nulla di romano: potrebbe essere un pezzo brasiliano, oppure americano, o spagnolo. Indifferentemente. Quelle note proprio non mi venivano. Tutto il resto della commedia era pronto. Ma quella canzone l´ho scritta quando mancavano soltanto dieci giorni ad andare in scena. Una mattina, di colpo». Ha scritto per tutti i massimi registi italiani ma non per Fellini, perché? «Ero molto amico di Nino Rota. Quando morì, Fellini mi chiamò perché prendessi il suo posto, ma bastarono due o tre incontri per capire che non eravamo fatti uno per l´altro. Gli spiegai con chiarezza che non avrei accettato di sottostare al suo gusto circense».  riuscito a far cantare Sophia Loren, in anni ormai lontanissimi; per lei scrisse la canzone Tu che m´emparato a ”ffà: «Aveva una voce gradevole, adolescenziale e carinissima». Era così bella e così sexy, racconta, che metteva paura: «Alta, tanta, imponente. La guardavi e pensavi: oddio che succederebbe se succedesse? Succederebbe che scapperei… Era l´eccezione che conferma la regola. Le italiane erano tutte piccole e col sedere basso. La Loren invece era una visione». Che peso dà al (molto) danaro guadagnato in una lunga vita lastricata di successi commerciali? «Nessuno. Ho molto sperperato, soprattutto nella mia gioventù, con tante cose fatue. Le Jaguar, le barche. Ho sempre abitato in appartamenti bellissimi ma ero in affitto. Mai saputo gestire i miei soldi, quante volte i vari direttori di banca mi telefonavano per dirmi: guarda Armando che siamo in rosso. Mai pensato di arricchirmi, mai accumulato niente, mai messo da parte. Tanti musicisti fanno la fine delle cicale». Ma lui no. La moglie Maria Paola veglia su di lui con amore attento e grande efficienza organizzativa. Bionda, di classe, dolce fermezza veneta, del tutto estranea al mondo dello spettacolo, gli ha donato una seconda, lunghissima, giovinezza. «Un vero colpo di fulmine. Ci incontrammo per caso a Portofino trentacinque anni fa, e pochi mesi dopo eravamo sposati. Le sono grato per la sua abnegazione, per come mi protegge da ogni avversità piccola e grande, per come mi aiuta ad avere cura del mio aspetto e del mio abbigliamento, per come riesce a farmi vivere sereno. A tratti mal sopporto la sua gradevole dittatura, perché io sono un cavallo bizzarro e irrequieto, scalpito, mordo il freno. Ma lei è un grande equilibratore, e tutto quello che fa lo fa a fin di bene. Le sono infinitamente grato». LAURA LAURENZI