Corriere della Sera 18/08/2007, pag.3 Federico Fubini, 18 agosto 2007
Le fabbriche dei rating che danno i voti al mondo. Corriere della Sera 18 agosto 2007. MILANO – Nel 1909, non c’erano veicoli d’investimenti strutturati, CDO sintetici o ibridi o altri derivati dai nomi palesemente concepiti per respingere i curiosi
Le fabbriche dei rating che danno i voti al mondo. Corriere della Sera 18 agosto 2007. MILANO – Nel 1909, non c’erano veicoli d’investimenti strutturati, CDO sintetici o ibridi o altri derivati dai nomi palesemente concepiti per respingere i curiosi. Allora c’erano veicoli di ferro, su rotaie, ed è su di loro che un laureato di Boston, John Moody, iniziò a scrivere pesanti rapporti che recapitava ogni anno agli abbonati: dopo varie ondate di febbre sulla finanza delle ferrovie, Moody aveva capito che c’era un mercato nel segnalare agli investitori quando si sarebbero bruciati le mani la prossima volta. passato un secolo e la molla dell’avidità creativa che agita le menti di venditori e compratori di debito è rimasta identica nella sostanza. Nella forma, no: anziché il debito per costruire le vie ferrate verso il Far West, oggi le agenzie di rating valutano la probabilità che falliscano altre obbligazioni emesse sul mercato. Quelle legate alla cosiddetta «finanza strutturata», per esempio, rappresentano l’ultima ondata di passione per il danaro nelle sue mille forme, ma abbastanza forte da conquistare in pochi anni il suo spazio. Poco importa che la definizione della categoria, di per sé arcana, rimandi a titoli che spesso lo sono anche di più: i CDOs («collateralized debt obligations»), i CLOs («collateralized loan obligations»), e via coniando acronimi, sono in realtà «salsicce» nelle quali c’è un po’ di tutto: mutui ad alto rischio concessi e poi rivenduti, mutui a rischio minore, derivati. A loro volta, queste «salsicce» generano un’altra ondata di carta in teoria vendibile: i Cds («Credit default swaps»), contratti assicurativi contro la bancarotta il cui prezzo sale quando più sembra probabile che essa avvenga. Questa piramide di carta (esclusi i Cds) necessita di un rating per navigare. Ed è qui che le agenzie di valutazione hanno conquistato sempre più spazio negli ultimi anni. Per Moody’s la finanza strutturata ha garantito il 46% degli introiti nel primo trimestre del 2007, ma è di un passo indietro: nel 2005 e nel 2006 i ricavi da CDOs e dagli altri eredi estremi dei bond ferroviari, hanno superato il 50% delle entrate totali. Già questo tenue declino è la spia che forse qualcosa è andato storto. Per dirlo nelle parole di Martin Winn, capo dei portavoce di Londra di Standard&Poor’s, «la natura delle correzioni negative per i titoli emessi nel 2005 e nel 2006 è stata più intensa di quanto ci aspettassimo». Vero: Standard&Poor’s, parte di un gruppo che fa ricerca finanziaria, consulenza, indici di Borsa (fra cui New York e Milano), a sua volta controllata da McGraw-Hill (Business Week, libri universitari), non racconta molto di sé. Winn non risponderà se gli si chiede quale parte dei profitti di S&P’s sia legata alla finanza strutturata o quanti analisti vi lavorino (centinaia, almeno). Lui, come altri nelle agenzie, preferisce snocciolare altri numeri: solo l’1% dei titoli che contengono mutui a rischio è stato declassato, meno dell’1% degli emittenti con un buon voto è andato a gambe all’aria dal 1978 ad oggi. Per un gruppo che esamina il debito di oltre 40 mila fra aziende, governi e «CDOs», si tratta di numeri che danno credibilità e potere. Ma anche Winn di S&P’s, come i suoi colleghi di Moody’s e Fitch, riconoscono quali siano i punti d’attacco dei critici. Mai come nel caso della finanza strutturata il rapporto fra agenzie di rating e gli innovatori che hanno creato i CDOs è stato così incestuoso: i giovani analisti lavorano fianco a fianco con banchieri loro coetanei per creare acronimi dal rating plausibile. Un’attività ben pagata (il margine di utile di Moody’s è al 50%) che scopre il fianco all’accusa di conflitto d’interessi. «Potenzialmente il rischio c’è – ammette Winn – ma non compromette la nostra obiettività». Intanto però Moody’s e McGraw-Hill in un mese sono scivolate di oltre il 20% a Wall Street, prima di riprendersi ieri. Servirebbe loro forse più concorrenza o più vigilanza: le agenzie possono esistere solo su licenza della Sec, l’arbitro Usa dei mercati, perché senza quella i fondi-pensione americani non darebbero loro ascolto. Ma la Sec fin qui ha concesso la patente per dare i rating solo a un pugno di attori, creando un oligopolio, quindi ha perso il diritto di sorvegliarli. Troppo poco, in un mercato globale interconnesso da molto più delle vie ferrate di John Moody. Federico Fubini