Corriere della Sera 18/08/2007, pag.5 Luigi Ippolito, 18 agosto 2007
Il centro Taganskij a Mosca, museo della Guerra fredda
Il bunker della Guerra Fredda dentro le viscere della capitale. Corriere della Sera 18 agosto 2007. MOSCA – La stradina dietro la piazza Taganskaja, a poca distanza dalle torri del Cremlino, ha conservato il suo anonimo aspetto post-sovietico. Così la palazzina bianca all’angolo non si distingue dalle altre, se non fosse per quel cancello verde collocato di lato, sormontato da una grande stella rossa. Ma la superficie, mai come in questo caso, inganna. Perché sotto quella casa si cela il Centro di comando sotterraneo Taganskij, uno dei luoghi più segreti della storia dell’Urss: una città scavata nelle viscere della terra e progettata per resistere a un attacco nucleare. Da qui, in caso di conflitto atomico, sarebbe stato coordinato lo sforzo di difesa della patria sovietica. Il Centro fu abbandonato nel 1995 ma solo ora è stato aperto al pubblico, che può visitarlo su appuntamento. La prima sorpresa è la casa stessa: è finta. Esiste solo la facciata: dentro c’è una grande cupola che sigilla l’immenso rifugio antiatomico. Per decenni gli abitanti di quel quartiere non hanno mai sospettato quale realtà si celasse dietro quelle mura. Dopo essersi registrati e aver ricevuto la copia di un pass del ministero della Difesa sovietico, si entra nell’ascensore che porta a 65 metri di profondità. All’uscita nel sottosuolo, un cartello elenca puntiglioso le regole da seguire: prima di tutto, mai staccarsi dalla guida per evitare di incorrere in qualche pericolo. Per il tour si indossa un mantello verde oliva dell’Armata rossa, che serve più a far scena che a proteggere dall’umidità. All’ingresso del primo corridoio, un contatore Geiger degli anni Sessanta ancora funzionante rivela l’eventuale presenza di radiazioni sui visitatori. Poi ci si addentra nel labirinto sotterraneo. Immensi tunnel corazzati da lamiere rossastre si intersecano sottoterra. Porte d’acciaio spesse un metro sigillano i diversi ambienti. La prima cosa che sorprende, a questa profondità, è la qualità dell’aria, assicurata da un efficace sistema di ventilazione. Ma tirare un buon respiro non serve a fugare l’atmosfera di minaccia e di pericolo incombente che regna in quest’Ade. Perlustrando i sotterranei, si avvertono ora scrosci d’acqua, ora il rombo dei treni della metropolitana che passano sulla testa. Cavi si intrecciano sul pavimento o pendono dalle volte, improvvise deviazioni si perdono nel buio. La costruzione del centro fu avviata nel 1951, ancora sotto Stalin, ma venne completata soltanto nel 1956: lo scopo della struttura segreta, operativa 24 ore su 24, era di assicurare le comunicazioni dei vertici del Paese in caso di attacco nucleare. In uno spazio di settemila metri quadrati lavoravano in permanenza 1500 persone, con la possibilità di ospitarne fino a 2500. La vigilanza veniva rafforzata nei momenti di maggior tensione internazionale, come il volo nello spazio di Gagarin o la crisi dei missili a Cuba. «Le persone che venivano a lavorare qui, ogni volta che salutavano le loro famiglie, pensavano di averle viste per l’ultima volta – rammenta la guida ”. Così tesa e drammatica era la situazione ». Negli anni Sessanta il centro venne attrezzato per ospitare cinquemila persone per tre mesi in piena autosufficienza in caso di apocalisse nucleare. L’elite del Paese avrebbe potuto sopravvivere grazie a ingenti scorte di viveri, acqua potabile e a un sistema di purificazione dell’aria esterna. Alla fine degli anni Ottanta, col nuovo clima di distensione, il Centro perse la sua funzione chiave e per ultimo venne decommissionato nel 1995. L’anno scorso è stato acquistato da una ditta privata che lo sta trasformando in museo della Guerra fredda. Già ora si può visitare una collezione di strumenti di comunicazione che copre i decenni di attività del centro. Ci sono macchine per i messaggi cifrati con sopra la scritta «ricorda, il nemico ti ascolta», telefoni speciali che si sbloccano solo premendo leve e pulsanti, apparecchi radio a onde corte. Il tutto presentato con una miscela di appello alla pace mondiale e nostalgia per la potenza sovietica. «Il Centro Taganskij è prima d’ogni altra cosa un monumento alla potenza della nostra patria» spiegano. E fanno capire che se questa struttura è diventata un museo, altre analoghe sono in piena attività a Mosca e nel resto del Paese. Perché chi dava per sepolta la Guerra fredda è destinato con ogni probabilità a ricredersi. Luigi Ippolito