La Stampa 19/08/2007, pag.10 STEFANIA MIRETTI, 19 agosto 2007
”Io, orfana di ”ndrangheta”. La Stampa 19 Agosto 2007. LOCRI. La mia è una storia semplice e comune
”Io, orfana di ”ndrangheta”. La Stampa 19 Agosto 2007. LOCRI. La mia è una storia semplice e comune. Inizia nel 1984, con il trillo del telefono di casa. Rispondo io, una voce di uomo dice che se mio padre non pagherà moriremo tutti. E’ la mia prima telefonata intimidatoria, quella che chiude per sempre un’infanzia spensierata. Ho quattordici anni, vado a scuola. Papà verrà ucciso sotto casa cinque anni più tardi». Cinque anni di minacce, di proiettili sparati da auto in corsa contro le vetrine della piccola concessionaria di famiglia, di incendi appiccati nella notte. Cinque anni di esposti, tutti inutili: «Papà non era un eroe, aveva come tanti il senso della legalità, pensava fosse giusto denunciare e lo faceva; non credo abbia mai creduto davvero di poterci rimettere la vita». La ’ndrangheta vista da Locri, Calabria. Quella che fa stragi sotto casa e non conquista mai le prime pagine dei giornali. Sono passati diciotto anni dalla mattina di marzo in cui i sicari portarono a termine il loro lavoro e il primo pensiero cosciente della figlia dell’imprenditore ucciso fu: «Questa volta è deciso, da qui me ne vado per sempre». Stefania Grasso vive ancora a Locri, e ancora non sa chi sia stato ad uccidere suo padre. Come antidoto alla smemoratezza pubblica, coltiva paziente la sua memoria privata, «ripasso in continuazione tutti i particolari», confida, «perché ho sempre paura di veder sfumare qualche dettaglio di quel che accadde, di com’era papà». Stefania Grasso vive ancora a Locri e lavora nella malfamata Asl numero 9, già definita da una commissione parlamentare d’inchiesta «pesantemente infiltrata dalla criminalità mafiosa». Ha poi scelto di provare a resistere in questo posto dove se t’ammazzano un genitore è «una storia semplice e comune», in questa Italia in ombra «dove sotto elezioni i politici vengono a parlare di sistema Calabria, e va a capire se hanno davvero qualcosa in mente». Ha scelto di militare in Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, e di lavorare «per mantenere vivo un filo di speranza, nonostante tutto». Tutto sono le mazzate, le delusioni, la solitudine; è seguire la cronaca della strage di Duisburg e avere pensieri diversi da quelli di tutti gli altri: «Sono disorientata, perché non riesco a credere che in Germania, in meno di ventiquattr’ore, possano aver messo insieme un identikit. Di fronte all’attenzione del mondo e dei media io, che vivo in un paese dove si muore ogni giorno nell’indifferenza, non posso fare a meno di pensare: accidenti, eppure anche la Calabria è in Europa!». A Locri, probabilmente Europa, Stefania c’è poi rimasta, insieme alla madre e ai dieci fratelli, «perché abbiamo capito che nessuno può essere costretto ad andarsene dalla sua terra: se tutte le persone oneste se ne vanno via, qui in Calabria è davvero finita. Da poco è nato il mio primo nipotino, porta il nome di papà. E’ nato qui, è importante». Però racconta - anche questa è storia semplice e comune - che dopo l’agguato mortale la sua famiglia è restata sola, non ha ricevuto alcun aiuto né psicologico né pratico, «io me la sono cavata e non ho perso la fiducia nello Stato, so che il problema non sono le istituzioni ma le persone... Però quanti ne ho visti, feriti e abbandonati a se stessi, crescere nell’odio... Per questo ora mi batto per migliorare la legge: se ti capita una cosa così terribile, non sei tu che devi andare a cercare aiuto, è l’aiuto che dovrebbe venire a te». A loro non venne. In città c’era chi stava a distanza, chi additava per strada. «Non è omertà, l’omertà non esiste: è paura, bisogna chiamarla col suo nome, paura. Nasci, cresci e vivi in un territorio dove non sei protetto, in strade controllate fisicamente dagli uomini delle cosche. Se li conosco? Certo, qui ci conosciamo tutti. Ma parlarci no, non ci parlo, è importante creare il distacco, impedire che s’allarghi quella zona grigia della connivenza. Conosco anche le loro donne, certo. Sono donne semplici che conoscono il valore della vita perché l’hanno generata, ma prive della consapevolezza di poter fare qualcosa per mettere fine alla spirale dei lutti, perciò complici». Stefania non è ottimista, «tutto quel che passa scorre via, la situazione di Locri oggi è la stessa di due anni fa, di quattro, di sei... Qui continuano ad arrivare magistrati trentenni senza esperienza; qui si vede che chi uccide torna libero dopo qualche anno; qui si vive privi di diritti, constatando che il territorio è ancora in mano loro, sempre e comunque». Qui si leggono, in queste ore, le molte riflessioni sui giornali, ma cos’è poi la ’ndrangheta, vista da chi, a Locri, ci ha fatto così pesantemente i conti? «Un’associazione potente e organizzata che ha dalla sua l’arroganza delle armi, perciò vince. Che lucra e reinveste capitali ovunque, anche all’estero, anche in Germania, là dove ora tutti gridano allo scandalo... L’unica differenza è che qui siamo costretti a sopportare l’occupazione militare delle strade. Anzi, no. Non è l’unica. Ce n’è un’altra: ora tutti s’aspettano, e me l’aspetto anch’io, che a Duisburg nel giro di qualche giorno ci siano degli arresti. Qui a Locri, invece, siamo rassegnati a non veder pagare nessuno, mai». STEFANIA MIRETTI