La Stampa 19/08/2007, pag.37 MARCO BELPOLITI, 19 agosto 2007
Voglio una vita semplificata. La Stampa 19 Agosto 2007. Una delle cose che le persone cercano maggiormente durante i mesi estivi è la semplicità, ovvero ridurre al minimo la complicazione della propria vita, lo stress, la tensione emotiva che nasce da un’intensa attività lavorativa cui si sommano ogni giorno sempre nuove e differenti attività
Voglio una vita semplificata. La Stampa 19 Agosto 2007. Una delle cose che le persone cercano maggiormente durante i mesi estivi è la semplicità, ovvero ridurre al minimo la complicazione della propria vita, lo stress, la tensione emotiva che nasce da un’intensa attività lavorativa cui si sommano ogni giorno sempre nuove e differenti attività. Semplificare significa, pensano le persone, ridurre al minimo ogni attività superflua. Ogni giorno abbiamo infatti l’impressione di annegare, di essere sommersi da una serie di compiti, spesso piccoli, piccolissimi, che paiono assorbire le nostre energie, sequenze di atti pratici, o solo mentali, che spezzettano il nostro tempo sino a polverizzarlo quasi del tutto. A sera, in un giorno normale, ci sembra di aver fatto un milione di cose e insieme di non aver fatto nulla. John Maeda, classe 1966, graphic designer, artista visivo (ha esposto al MoMa di NY e di recente alla Fondazione Cartier di Parigi), teorico dell’informatica, docente al MIT, inventore della grafica pubblicitaria in internet, è convinto che l’industria della semplicità sia destinata a crescere nel prossimo futuro. Non solo a livello dei singoli - semplificare quale metodo per sopravvivere -, ma anche e soprattutto quale strumento strategico attraverso cui le imprese possono risolvere le loro attuali complessità. Alla Philips ci stanno già lavorando e Maeda è loro consulente. Naturalmente subito dopo le industrie venderanno a noi - già lo stanno facendo - oggetti per semplificare. Maeda ci spiega il futuro prossimo venturo in un libro recente, Le leggi della semplicità (Bruno Mondadori), utile lettura nel corso dell’estate in cui anche l’editore Castelvecchi propone un libro dal titolo analogo, Vivere semplice di Antonio Maza, pubblicizzato con lo slogan «Estate Low Cost». La semplicità come compito delle vacanze? Perché no? Il libretto di Maeda non è un trattato di psicologia individuale, bensì una riflessione a tutto campo sulla tecnologia, grande promessa della semplificazione: le macchine, nostre alter ego, nell’arco di un secolo hanno finito per schiavizzarci, come raccontava parecchi decenni fa Kurt Vonnegut in Piano meccanico. Oggi gli strumenti che usiamo più frequentemente - telefono cellulare, computer, Ipod - si sono rimpiccioliti nella speranza, forse non inutile, di semplificarne l’uso. Tutto diventa minuscolo. Più un oggetto è piccolo, minori saranno infatti le aspettative di chi lo usa, sostengono gli psicologi. Ma all’opposto c’è anche l’esigenza di avere a disposizione tutto quello che serve, anche ciò che sembrerebbe superfluo. Una contraddizione in apparenza irrisolvibile. I designer si sforzano, ad esempio, di far scomparire le miriadi di tasti inclusi nei nostri strumenti tecnologici; il riproduttore di Dvd ne è un buon esempio: oggi possiede pochissimi pulsanti. Anche i cellulari seguono la medesima via con la forma a conchiglia che occulta i tasti: nascondono la loro stessa complessità. Del resto, il computer, l’oggetto che ha più modellato la nostra vita quotidiana, e perfino il nostro corpo, possiede una capacità infinita di nascondere la propria complessità creando l’illusione della semplicità: nella barra degli strumenti sono contenute innumerevoli funzioni che non appaiono immediatamente. Noi tutti siamo attratti dagli oggetti più piccoli e meno funzionali, ma solo se li percepiamo dotati di maggior valore, scrive Maeda, rispetto a una versione più grande: ecco una ragione importante nel successo dell’Ipod. Lo scopo dei designer è questo: spostare l’attenzione da come sono le cose a come le percepiamo. Nel mondo complicato di oggi i creatori di «cose» cercano di indurci verso questa percezione. Ci sono telecomandi per la televisione, ad esempio Bang & Olufsen, che sembrano più funzionali solo perché più sottili e leggeri di altri: il design della semplicità avanza. Ma non c’è solo questo. Uno dei grandi problemi della semplificazione riguarda l’enorme numero di oggetti che abbiamo stipato nelle nostre case, cosa di cui ci accorgiamo solo nel corso dei traslochi. L’aspirazione di molti è di avere una casa sempre più grande per contenere sempre più cose. Maeda, maestro di semplicità, prova a indurci a riflettere: solo organizzandoci possiamo «far sì che un sistema composto da molti elementi appaia costituito da pochi». L’organizzazione è una delle funzioni essenziali della contemporaneità insieme alla logistica, non a caso inventata da un militare svizzero nell’Ottocento. Maeda sostiene anche che il risparmio di tempo somiglia fortemente alla semplicità. Non a caso i beni di cui siamo più avari con gli altri sono lo spazio e il tempo. Le tecniche per visualizzare le attese mediante display si diffondono sempre più nei luoghi pubblici. L’elettronica è stata una formidabile promessa di semplicità, purtroppo oggi ci rendiamo conto che ogni apparecchio elettronico che introduciamo nella nostra vita implica un tempo di apprendimento, di uso e soprattutto di ricarica: il palmare è come un animale domestico che dobbiamo nutrire, così i computer portatili, i telefoni cellulari, o i nuovi media che integrano le tre cose in un mezzo solo che non potrà, per forza di cose, essere troppo semplice; sarà più trasportabile in modo facile, questo sì. Maeda racconta di un semplice invenzione messa a punto nel Media Lab del MIT: l’interruttore senza fili che si autoalimenta attraverso l’energia generata mediante la pressione del pulsante; per lui una delle più grandi scoperte degli ultimi anni. La parola d’ordine «semplificare» sembra divenuta importante anche nell’ambito energetico. Così che semplificare e risparmiare sono diventati sinonimi. La parola d’ordine della semplicità sembra appartenere a quelle trasformazioni che Malcom Gladwell in un libro ha definito Il punto critico (Rizzoli), ovvero a quei cambiamenti nella mentalità comune che si producono all’improvviso seguendo tre semplici regole: 1) il contagio; 2) i piccoli cambiamenti possono avere grandi effetti; 3) il cambiamento non avviene gradualmente, bensì all’improvviso in modo simile a un’epidemia. Come dice alla fine del suo libretto John Maeda, la semplicità ha oggi raggiunto il punto critico: «Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo». Sarà davvero così? MARCO BELPOLITI