Massimo Montanari, la Repubblica 19/8/2007, 19 agosto 2007
CIBO AMAZZA-PAPI ABORRITO NEL MEDIOEVO
di Massimo Montanari. Papa Paolo II morì all´improvviso la notte del 26 luglio 1471. Si trattò di un colpo apoplettico, che i medici del tempo attribuirono a una scorpacciata di meloni fatta la sera stessa: dopo avere passato la giornata in concistorio, il pontefice cenò tardi (verso le ventidue) con «tre poponi non molto grandi» e altre cose «di trista substantia, come si era assuefacto mangiare da alcuni mesi in qua». Il racconto dell´evento, fatto in questi termini da Nicodemo di Pontremoli in una lettera al duca di Milano, rivela un atteggiamento di grande sospetto nei confronti di questo frutto, capace non solo di far male, ma addirittura di uccidere. L´imprudenza alimentare del pontefice fu richiamata anche nella biografia che gli dedicò l´umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina: «Si dilettava moltissimo a mangiare meloni», scrive questi, «e da ciò si crede che sia stata provocata l’apoplessia da cui fu strappato alla vita. Infatti la sera prima di morire aveva mangiato due meloni, per giunta assai grandi». A parte la discordanza sul numero dei meloni e sulla loro dimensione, il nesso fra i due eventi anche qui è postulato come verosimile e attendibile.
Da che cosa nasceva questa diffidenza per il melone? La freschezza e l´acquosità del frutto, che ce lo fanno desiderare nelle giornate di calura estiva, accompagnato magari da una fetta di prosciutto, nel Medioevo erano valutate negativamente sul piano dietetico: si pensava che questa «frigidità», comune alla maggior parte dei frutti, minasse il calore naturale dell´organismo e sbilanciasse pericolosamente l´equilibrio umorale dalla parte del freddo. Tale giudizio, basato sui princìpi della medicina galenica, poteva anche essere legato alla reale qualità dei frutti, che all´epoca erano assai meno dolci di oggi, a volte ancora vicinissimi allo stato selvatico. Sta di fatto che i medici consigliavano di mangiarne pochi e possibilmente di evitarli. E questa raccomandazione valeva al massimo grado per il melone, ritenuto il più pericoloso di tutti.
Se proprio si desiderava mangiarne, non mancavano strategie per tutelarsi la salute. La frigidità di un frutto si poteva temperare con il calore del fuoco, ossia cuocendolo (pesche e pere si mangiavano quasi solo cotte), oppure con il calore del vino, la cui funzione di rimedio è testimoniata da tanti proverbi antichi: «Dopo la pera», si diceva, «il vino o il prete», a significare che senza quel toccasana non restava che l´estrema unzione. Doppio risultato si otteneva con la cottura in vino. In alternativa si consigliava di abbinare il frutto con salumi o con altri prodotti «caldi».
Non è difficile scorgere in questa tradizione scientifica il senso, e per così dire l´ideologia, di un uso così tipicamente francese come quello di accompagnare il melone con un bicchiere di vino dolce e forte (per esempio un porto). Non è difficile scorgervi il senso di un uso così tipicamente italiano (ma oggi diffuso in tutto il mondo) come quello di servire il melone col prosciutto, vero must della ristorazione estiva. Poco importa che oggi, grazie al lavoro sulle specie botaniche effettuato negli ultimi secoli, i meloni siano diventati dolcissimi e forse (guardando la cosa con gli occhi di un medico medievale) meno pericolosi: l´uso ormai si è affermato e, poiché funziona sul piano del gusto, non c´è motivo di abbandonarlo. Praticandolo magari con misura: tre interi meloni sono davvero troppi, anche se accompagnati da prosciutto e da vino. La «trista substantia» è anche questione di quantità.