la Repubblica 19/8/2007, 19 agosto 2007
Lettera. Sono in macchina con la mia famiglia, stiamo attraversando il Molise per andare al nord. La strada sale lentamente
Lettera. Sono in macchina con la mia famiglia, stiamo attraversando il Molise per andare al nord. La strada sale lentamente. Sulla sinistra, dall’alto si scorge un nucleo urbano tutto ordinato ed omogeneo, nelle forme e nei colori. Si potrebbe scambiarlo per un villaggio turistico, invece è il villaggio San Giuliano, dove hanno trasferito in moduli prefabbricati, la gente le cui case sono state gravemente danneggiate dal terremoto del 2002. All’ingresso del paese dopo l’ultima curva, ci accoglie un misero cartello: città evacuata. "Cosa vuol dire?" mi chiede mia figlia piccola e istintivamente vorrei fare il paragone con le conseguenze dei bombardamenti della guerra, poi provo a semplificare: "Una città evacuata è una città vuota, di cui dovrebbero testimoniare le sue case deserte". Non proseguo perché qui, se guardi la strada principale, resti senza parole: è tutto in ricostruzione. Eppure laddove sorgeva la scuola, sembra immutato: il vecchio edificio giallognolo ferito ma ancora in piedi, quasi intatto, di fianco le macerie. Giriamo intorno alla scuola perché l’area è tutta recintata, e mia figlia ci indica laddove sulla recinzione metallica, qualcuno ha inchiodato dei cuori di cartone. All’uscita del paese un monumento proietta verso il cielo il volo di quegli angioletti, mentre nel cimitero all’ingresso secondario qualcuno ha scritto con un pennarello: non fate foto, rubano l’anima! Ma, mi dico, chi entra qui con il giusto animo, non ha alcun bisogno di fare foto, perché quei volti sereni ed innocenti, circondati dai loro peluche e dai loro giocattoli, restano comunque impressi dentro. Ivo Lignola