La Stampa 20/08/2007, pag.44 GIULIA ZONCA, 20 agosto 2007
La prima trasferta delle donne afghane. La Stampa 20 agosto 2007. Le giocatrici sono 20, le allenatrici due, l’uomo uno e parla lui
La prima trasferta delle donne afghane. La Stampa 20 agosto 2007. Le giocatrici sono 20, le allenatrici due, l’uomo uno e parla lui. Abdul Saboor Walizada, coordinatore, tecnico capo e portavoce di una squadra femminile nata tre anni fa e mai messa alla prova. Venerdì scorso la nazionale afghana ha attraversato il confine, come squadra riconosciuta, con le maglie sociali i gagliardetti da scambiare, le tute uguali. Un espatrio consentito e addirittura incoraggiato. Sono andate in Pakistan per partecipare al terzo «Torneo femminile», nome bizzarro e partite che durano 70 minuti con gironi a metà fra nazionali e club: Punjab, Afghanistan, Pakistan e poi Sindh red, Diya, Young Rising star. Pallone inesplorato. La normalità è lontana, eppure non è mai stata così a portata di mano. Il viaggio in Pakistan è storico, fino a oggi le ragazze, che non sono mai state tanto numerose, si sono esibite in partite amichevoli con formazioni di quartiere e bambini. Contro gli uomini non si gioca. Non esistono società, solo un gruppo che si allena nello stadio di Kabul. lo stesso stadio scelto dai talebani come mattatoio, durante il regime non c’era il calcio, neanche quello maschile. Nessuno ha più giocato dal 1984, la nazionale uomini è riapparsa nelle qualificazioni per la coppa d’Asia nel 2002, quella delle donne non ha idea di quando potrà approcciare una competizione vera, però per la prima volta ha lasciato lo stadio di casa. un posto di fantasmi, usato come esempio di quanto l’Afghanistan sia cambiato e anche ghetto, limite, luogo unico in cui sfogare la voglia di indipendenza. A lungo è stato gestito dalle ong, organizzazioni non governative, l’ultima si chiama «Fighting for peace» e si occupa di boxe. «Le ragazze prima non potevano circolare ora possono tirare pugni», hanno poster di grandi pugili appesi alle pareti, sognano di andare alle Olimpiadi anche se la boxe femminile, al momento, non è sport Olimpico. L’emancipazione dentro il Kabul Stadium segue un corso indipendente, è distante da quella che c’è fuori, ma il solo fatto che si provino i rigori dove prima le donne venivano giustiziate con un colpo alla nuca, basta. un altro mondo, non solo un passo avanti, anche se in tv non si parla dell’Afghanistan per la nazionale femminile e le notizie sono altre. Anche se si contano i rapimenti e non i gol e solo quest’anno due giornaliste sono state ammazzate in casa loro, colpevoli di aver scelto un lavoro poco adatto e di farlo in modo troppo spregiudicato. Non cambia tutto insieme. Sopra la stessa area di rigore dove Zarmina è stata giustiziata il 16 novembre 1999, oggi, Shamila Khusrid entra in scivolata su un’avversaria. Zarmina, madre di 5 figli, aveva ammazzato il marito. La picchiava da anni, non c’è stato processo, solo un campo spelacchiato dove inginocchiarsi in mezzo a gradinate vuote e morire. Il campo è sempre malridotto, servono troppi soldi e già è stato difficile reperirli per la trasferta storica. Partenza all’ultimo minuto, a meno di 24 ore dalla prima partita persa 2-0 contro il Diya club. La squadra ha pochi schemi, tutte avanti e tutte indietro e le altre hanno già provato il brivido di una lotta fra gironi, eliminazioni dirette e altro. Loro no. Mai messo il naso fuori, mai avuto gente abbastanza per partitelle undici contro undici, mai usato il campo intero. Ne sfruttano metà e lavorano con le due allenatrici femmine anche se quando bisogna entrare in campo, la formazione la decide Abdul Saboor Walizada, l’uomo di casa. Spiega lui che il torneo pakistano è «una collaborazione per uscire dai periodi bui», che le sue giocatrici «mettono una grinta in quello che fanno che le porterà lontano», che «non abbiamo tutti i ruoli a posto ma ora importa arrivare allo stesso livello degli avversari». Gli avversari esistono per nove giorni in un torneo limitato a un solo stadio, il Jinnah sport stadium di Islamabad. Le iscritte indossano il berretto da baseball e le tute lunghe. Non portano il velo mai, durante gli allenamenti stanno spesso a capo scoperto e sembrano convinte che questa nuova generazione farà la differenza e la farà giocando a pallone. O tirando pugni o con le arti marziali. Qualcosa di mascolino comunque. Lo sport prima era proibito, tutto, solo che nessuna vuole giocare a pallavolo e spiegano: «Ci devono considerare quando ci impegniamo con il calcio», come se fuori da Kabul qualcuno prendesse sul serio le donne che giocano a pallone. Non succede, ma loro non lo sanno e hanno le idee confuse su come si arriva alle Olimpiadi e su quanti gradi di separazione esistono tra il «Torneo femminile» di Islamabad e la coppa del mondo. Vista dalla prima trasferta la distanza sembra abbordabile. Uscire da Kabul era impossibile e oggi infilano i calzettoni per il secondo match contro Young Rising Star, se perdono sono a casa. Ma tornarci è diverso che non spostarsi mai. Sanno quanto è stato importante e 70 minuti possono anche non essere regolamentari, non importa: la federazione che benedice il viaggio e la fascia da capitano e i tacchetti sotto le scarpe sono molto professionali. Quelle del Pakistan hanno un’allenatrice tedesca, Monica Staab. L’estate scorsa sono state in Giordania per un quadrangolare e hanno scoperto quanto è diverso muoversi per qualcosa che conta, contro un’altra nazione. Per la prima volta parteciperanno alla qualificazioni per la Coppa d’Asia nel 2008. Le afghane vogliono arrivare lì, a quel livello, a uscire dal caso sociale per diventare una nazionale che si gioca un posto nel continente. Non nel 2008, ma la prossima volta. Il torneo femminile è stato voluto dalla Fifa, approvato in Svizzera, a maggio, durante il 57° congresso: «Sarà utile, per le donne nei paesi musulmani il calcio è un mezzo di emancipazione». L’emancipazione dell’Afghanistan che non segue linee rette e passa per lo stadio di Kabul, con tutti i suoi fantasmi. GIULIA ZONCA