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 2007  agosto 20 Lunedì calendario

Truccatrice ero e truccatrice sono rimasta. Corriere della Sera 20 agosto 2007. M’ è venuta voglia di ascoltare i Velvet Underground

Truccatrice ero e truccatrice sono rimasta. Corriere della Sera 20 agosto 2007. M’ è venuta voglia di ascoltare i Velvet Underground. C’è ancora il vinile, con in copertina la banana disegnata da Andy Warhol. Ma quello non lo tocco più e devio sul cd. Vado vicino alla finestra e mi immagino i tetti bagnati, come quelli che vedevo dalla finestra più piccola cui io mi sia mai affacciata. Prima o poi pioverà. Era gennaio, era il 1966 ed ero appena arrivata a New York. Di preciso non so come avevo trovato il coraggio di comprare il biglietto. Mi pare di ricordare che uno dei motivi della mia partenza era stato un discorso durato tutta una giornata su un set fotografico di moda, con un truccatore che ogni tanto mi chiamava a dargli una mano. L’idea del servizio fotografico consisteva nel fare saltare alcune mannequins – si chiamavano ancora così – su un tappeto elastico, vestite, pettinate e truccate di tutto punto. Per evitare che andassero a sbattere contro il soffitto, avevano affittato un teatro di posa a Cinecittà. Alcuni omoni ai lati del tappeto elastico stavano pronti ad acchiappare le ragazze che finivano fuori. Nasceva proprio in quel periodo l’Italian fashion. E io non ne potevo già più. «Vacci, sarà la tua Babilonia!», fu il refrain di tutto il pomeriggio. «Ok, mi hai convinto, ma a fare cosa?». «La truccatrice!». Così ero finita nel Lower East Side, due locali senza finestre e un bagno con un finestrino da cui vedevo un centimetro di cielo. Mi sentivo felice: a 24 anni, stavo nel posto più vivo del mondo. Tutto quello che sapevo sulla moda e sul trucco non valeva più. Qui era normale mettersi giù da gara, per uomini e donne, anche solo per andare in lavanderia. Non era poi così importante essere belli, quello che contava davvero era essere delle star. In attesa di una vera occasione truccavo e tingevo capelli, a casa mia, a tutti quelli che avevano voglia di farmi provare. Intanto mi divertivo e poi, pensavo, magari avrei potuto incontrare qualcuno in grado di farmi entrare nella storia. Che so: Allen Ginsberg, Bob Dylan, Edie Sedgwick, Paul Morissey, Truman Capote, Federico Fellini, Jasper Johns. La mattina dopo un party mi sono trovata su un ascensore in compagnia di una ragazza bionda e bellissima, più o meno della mia età. Parlava inglese con accento tedesco. Siamo state le ultime due ad andarcene dalla festa. «Come ti chiami?». «Giovanna». «Di dove sei?». «Di Milano». «Che cosa fai a New York?». «Non so, cerco la mia Babilonia». «Andiamo, allora». Facemmo un sacco di strada a piedi. Mi si ruppe anche un tacco delle scarpe da star, ma grazie al cielo eravamo arrivate: Chelsea Hotel, 222 della Ventitreesima strada. Qualcuno la chiamò dalla scala antincendio: «Nico!». Guardò per aria e disse, indicandomi: «Lei è con me». Quella fu la mia prima volta su un set cinematografico, e comunque l’unica – l’ho capito dopo – in cui si stesse girando quello che poi sarebbe diventato un cult movie: Chelsea Girl. Mi si avvicina un signore timido, gentile, con una parrucca bionda in testa. Con una vocina sottile mi dice: «Chi sei?». «Non so». «Sei la mia superstar?». «Forse». E allora sorride, mi prende per mano e mi porta dentro una stanza, la numero 18. Mi siedo sul letto. Sono sola, a parte una macchina da presa e un ragazzo che mi riprende. Ci rimango tutto il pomeriggio. Quello che dovevo fare era semplicemente sedermi sul letto e raccontare come facevano l’amore gli uomini italiani. Secondo me l’avevo raccontato bene, con un certo trasporto: mi sembravano tutti soddisfatti. Alla fine avevano chiamato Nico che si era seduta sul letto al mio posto. Le luci le facevano risaltare le occhiaie; con il fondotinta che avevo nella borsa cercai di cancellarle. Non capii che cosa succedeva di preciso, ma il tipo, quello con il parrucchino, le sussurrò qualcosa e lei lo guardò a lungo. Non la smetteva più e i ragazzi giravano, e anche loro non la smettevano più. Poi il tipo con il parrucchino mi chiama dal corridoio e mi chiede se posso andare ogni giorno a mettere il fondotinta ai suoi attori. Per molti giorni mi sono presentata tutte le mattine, puntuale alle nove. Quelli che dovevano arrivare non arrivavano, quelli che dovevano essere svegli continuavano a dormire nelle stanze del Chelsea Hotel. In compenso mi pareva che chiunque passasse di lì per sbaglio arrivasse sempre al momento giusto per girare proprio quella scena. Tutti tranne me, che continuavo a cancellare le occhiaie di vecchie e nuove superstar. Entravano a volte nude e a volte vestite nelle stanze dell’albergo e per molto tempo mi sono chiesta che genere di film stavamo girando. Poi ci fu la prima. Sul doppio schermo vedevo cose di cui allora mi sfuggiva il senso cinematografico: Nico che discuteva con altri in cucina se tagliarsi o no i capelli, un’altra chiamata Ondine che si autoproclamava Papa, un travestito che cantava, alcune donne che si facevano mentre si facevano la messa in piega. Tenevo d’occhio i due schermi in attesa di vedere la mia scena. Il film durava più di tre ore, ma io non c’ero, neanche per un quarto d’ora, neanche per un minuto. Non ero diventata la superstar di quello lì col parrucchino, ma in compenso da quel momento fui ufficialmente truccatrice per il cinema. Oggi quando passo vicino a Times Square guardo per aria per vedere gli schermi pubblicitari con i filmati, gli effetti speciali, gli oggetti appesi, le top model del momento. Di alcune fanno sentire anche la voce. Francamente, niente di speciale. Penso sempre che l’immagine della ragazza bionda che avevo incontrato in ascensore sarebbe molto più adatta a troneggiare in mezzo alla piazza. E soprattutto a parlare, con quella voce. Ho saputo dopo che Nico era la cantante dei Velvet Underground. Nobildonna tedesca decaduta, era giunta in America come compagna di Brian Jones. stata lei la donna più bella cui io abbia mai cancellato le occhiaie. Ho saputo che è morta qualche anno fa a Ibiza, cadendo dalla bicicletta. Sono morti quasi tutti quelli di Chelsea Girl. Io sono ancora qui, truccatrice ero e truccatrice sono rimasta. Forse perché non sono mai diventata una superstar dei film di Andy Wharol. MARINA SPADA