Corriere della Sera 20/08/2007, pag.19 Gianni Santucci, 20 agosto 2007
Terrore nel campo rom, nonno uccide due nipoti. Corriere della Sera 20 agosto 2007. MILANO – Alla fine il vecchio patriarca Nazif, capoclan della famiglia rom Sulejmanovic, 78 anni, fisico asciutto e faccia cotta dal sole, se ne sta in piedi fermo tra le roulotte del campo, la pistola ancora stretta in mano
Terrore nel campo rom, nonno uccide due nipoti. Corriere della Sera 20 agosto 2007. MILANO – Alla fine il vecchio patriarca Nazif, capoclan della famiglia rom Sulejmanovic, 78 anni, fisico asciutto e faccia cotta dal sole, se ne sta in piedi fermo tra le roulotte del campo, la pistola ancora stretta in mano. E quasi non risponde a quelli che lo circondano e lo spintonano, gli ringhiano sul volto e minacciano di linciarlo. Due macchine sono già partite sgommando verso l’ospedale, ma Svetlanja e Salvatore, 20 e 17 anni, arriveranno al pronto soccorso già morti, le pallottole sparate dal nonno li hanno colpiti alla testa e alla schiena mentre scappavano. Quando la polizia entra fra le roulotte il vecchio Nazif consegna la pistola, sale in macchina e mormora soltanto: «Non mi rispettavano più, mi trattavano male». Sono le dieci e venti, ieri mattina. Nazif Sulejmanovic e la nuora iniziano a litigare. Lui è arrivato sabato pomeriggio da Firenze e s’è fermato in questo campo nomadi alle porte di Milano, estrema periferia Ovest della città. Quindici roulotte, alcuni camper e qualche baracca, su un terreno che un gruppo di rom bosniaci ha comprato più di dieci anni fa. Venti famiglie, tutte imparentate, quasi tutti con lo stesso cognome. Nazif è una sorta di patriarca. Sono più di tre anni che si sfoga sulla ex moglie di suo figlio, un odio covato a distanza che riesplode a ogni incontro. Nazif e la nuora Alida si scambiano i primi insulti sotto la tettoia di una baracca, dove l’anziano sta bevendo il caffè. Il nuovo compagno della donna interviene. All’improvviso Nazif tira fuori la pistola che porta infilata nella cintura dei pantaloni. Primo colpo a vuoto. I due scappano, si rifugiano tra le baracche. Restano a tiro solo i ragazzi. Salvatore, che tutti chiamano Rambo, 17 anni. E Svetlanja, vent’anni, che è già madre di due bambini (uno due anni, l’altro quattro mesi) ed è incinta di cinque settimane. «Ho sentito il sangue al cervello e la rabbia che mi invadeva la testa», racconterà il nonno assassino nel pomeriggio, di fronte agli investigatori della Squadra mobile e al pubblico ministero Stefano Dambruoso. E poi, con voce ferma: «Volevo ammazzarli tutti». Svetlanja è crollata nella polvere con due pallottole in testa, Salvatore è stato colpito alla nuca, alla schiena e a un braccio. Due colpi se li ritrova nella pancia anche una terza persona, 34 anni, che non c’entrava nulla. L’ha spiegato lo stesso Nazif, parlando dell’unico «sbaglio» nella sua carneficina: «Mi dispiace di aver colpito il mio amico Roberto, volevo uccidere solo quelli della mia famiglia». Roberto è stato operato nel pomeriggio, è grave, ma secondo i chirurghi non rischia di morire. «Si è trattato del triste esito di una conflittualità familiare», spiega il pm Dambruoso. Il rancore acido del vecchio patriarca risale almeno a tre anni fa, quando il figlio Giuliano si è impiccato in una cella del carcere di Reggio Calabria. Si portava addosso un’accusa infame, quella di aver violentato una delle figlie. A denunciarlo era stata Alida, la mamma dei ragazzi uccisi ieri, e il vecchio non gliel’aveva mai perdonata. Si parla anche di un affare, l’acquisto di un terreno per 15-20 mila euro, che la donna stava trattando per conto suo, senza consultare il capoclan. Lui che per anni aveva avuto l’ultima parola su tutte le decisioni e ieri, anziano ed escluso, ha rivendicato il suo potere con una pistola in pugno. Gianni Santucci ************* Nazif e l’odio per quei figli suicidi in carcere. Corriere della Sera 20 agosto 2007. MILANO – Il passaporto rinnovato al consolato bosniaco di Milano un paio di mesi fa dice che è nato a Gorazde e ha 78 anni. Ma la notte prima della strage ha dormito in macchina, come un killer ragazzino. E steso su un sedile, al buio, col traffico della tangenziale che gli ronzava nelle orecchie, deve aver ripensato a quello che tutti i rom slavi d’Italia dicono di lui, «il vecchio Nazif e la sua famiglia maledetta». La maledizione dei suicidi. Tre figli e un nipote, 36 anni, quello che gli ha dato l’ultimo dolore, si sono ammazzati in carcere. E poi la moglie morta un paio d’anni fa. La solitudine era diventata insopportabile, per lui che nel 2000 aveva un conto da 240 milioni di lire e il rispetto reverenziale di tutto il clan. Nazif Sulejmanovic, il «patriarca », occhi azzurri profondi e non un cedimento nella voce anche dopo aver ammazzato due ragazzi, suoi nipoti. Nel 2004 è stato condannato a sei anni di carcere dal Tribunale di Firenze, dopo che la polizia, anni prima, aveva tagliato le gambe al clan di nomadi che porta il suo cognome e faceva base nel campo dell’Olmatello. Disse l’accusa: era lui che si occupava di gestire il denaro e ricettare tutto quello che un piccolo esercito di ragazzini sfruttati e maltrattati riuscivano ad arraffare rapinando i turisti. Nazif lavorava nell’ombra, era una sorta di tesoriere, che si preoccupava di versare o cambiare il «raccolto » nell’agenzia di Sesto Fiorentino della Cassa di risparmio di Firenze. Il colpo definitivo al clan Sulejmanovic è del 2000. La Procura del capoluogo toscano libera decine di ragazzini a cui gli adulti passano la droga per mandarli in strada a rubare. Eroina da fumare a otto anni. Botte a chi la sera rientra al campo col bottino più magro. Borseggiatori addestrati ed esperti, ma sempre sotto i 14 anni, per legge non imputabili. E quindi pronti da rimettere in strada anche dopo i fermi della polizia. Decine di assalti ai turisti, ogni giorno. Il tesoro dei Sulejmanovic scoperto allora dalla polizia conta oltre due chili d’oro tra collane e gioielli, 400 milioni di lire in valuta estera, tra cui anche dollari e franchi francesi, e 620 milioni di lire su un libretto bancario al portatore. La leggenda della «famiglia maledetta» di Nazif Sulejmanovic si forma da allora, in pochi anni di morti solitarie nelle celle di mezza Italia. In carcere si impiccano tre figli: prima Scewco, nel 2003, l’anno dopo Giuliano, padre dei due ragazzi uccisi ieri. Ancora nel 2004, nel penitenziario Dozza di Bologna, si uccide Beba. L’ultimo morto di questa leggenda nera è il nipote, Graziano, 34 anni. Lo chiamavano il principe del campo rom di Firenze. S’è ucciso, ancora alla Dozza, il 4 agosto dell’anno scorso. Ha preso la bomboletta di butano dal fornelletto che i detenuti usano per cucinare in cella e ha inalato il gas. rimasto per settimane abbandonato in una cella frigorifera dell’ospedale, e il patriarca Nozif si rodeva il fegato: per il funerale del suo ultimo ragazzo morto servivano poco più di 1.500 euro, la famiglia Sulejmanovic è miliardaria, ma con tutti i beni sotto sequestro. C’è questa catena di morti dietro la sparatoria di ieri a Muggiano. C’è una pistola da padrino zingaro d’altri tempi, una calibro 7,62 di fabbricazione jugoslava di almeno vent’anni fa. E quelle parole delle donne del clan: «Aveva perso la testa, il nostro vecchio dalla famiglia maledetta». Gianni Santucci