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 2007  agosto 18 Sabato calendario

La legge n. 30/2003, più nota come legge Biagi (’Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro”), prende il nome dal giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002: varata dal secondo governo Berlusconi dopo la sua morte, asseconda la sua idea che per creare posti di lavoro serva una maggiore flessibilità, ma sarebbe incompleta per quanto riguarda i cosiddetti ammortizzatori sociali, che nelle idee del suo ispiratore avrebbero dovuto limitare la possibile precarizzazione dei lavoratori

La legge n. 30/2003, più nota come legge Biagi (’Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro”), prende il nome dal giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002: varata dal secondo governo Berlusconi dopo la sua morte, asseconda la sua idea che per creare posti di lavoro serva una maggiore flessibilità, ma sarebbe incompleta per quanto riguarda i cosiddetti ammortizzatori sociali, che nelle idee del suo ispiratore avrebbero dovuto limitare la possibile precarizzazione dei lavoratori. Per questo, secondo molti esperti, sarebbe più giusto chiamarla ”legge Maroni”, dal nome dell’allora ministro del Lavoro. Prima della legge Biagi, il mercato del lavoro era stato riformato nel ”97 dal cosiddetto pacchetto Treu (Tiziano, il ministro del Lavoro del primo governo Prodi), che disciplinava il lavoro interinale (dal latino interim, provvisorio: l’azienda di lavoro interinale prestava il lavoratore all’azienda che ne faceva richiesta) e rilanciava il part time. La legge Biagi, approvata nell’ottobre 2003, introduceva nuove tipologie contrattuali: il lavoro a chiamata (job on call: prevede che il lavoratore resti sempre a disposizione dell’azienda e che il datore di lavoro lo convochi a suo piacere per far fronte a particolari necessità di ordine tecnico, o per provvedere ad esigenze produttive improvvise e non prevedibili) e il lavoro ripartito (job sharing: due lavoratori assumono in solido l’adempimento di un’unica ed identica obbligazione lavorativa, ad esempio due segretarie, una per la mattina ed una per il pomeriggio). La legge Biagi riformava anche il sistema dei contratti di collaborazione facendo sparire le collaborazioni coordinate e continuative (Co.co.co) e sostituendole con le collaborazioni a progetto (Co.co.pro), che avrebbero dovuto accorciarne la durata e limitarne la diffusione. Il lavoro interinale veniva infine sostituito dal cosiddetto staff leasing (principale differenza: prima i contratti potevano essere solo a tempo determinato, adesso sia a tempo determinato che indeterminato). Secondo un sondaggio di Confindustria, grazie alla Biagi metà dei contratti a termine sono stati trasformati in contratti a tempo indeterminato; secondo il sociologo Aris Accornero (vicino alla Cgil), grazie a quella legge è crollata di 6,8 punti la quota di imprese che hanno utilizzato collaboratori coordinati e continuativi: «Il grosso della flessibilità è arrivato con la legge Treu, fatta dal centrosinistra. La Biagi ha creato pochi posti di lavoro, dunque anche pochi precari in più. Ma ha creato delle figure estreme, novità inutili e ridondanti». L’economista Pietro Garibaldi: «La legge rende più semplice l’ingresso nel mondo del lavoro, ma non facilita il passaggio fra tra le aree protette e quelle no». I critici della legge Biagi sostengono che ha inserito troppi tipi di contratti (l’Istat ne ha contati 48) complicando inutilmente un mercato che già prevedeva part time, lavoro interinale individuale e co.co.co., «strumenti utili sia per i dipendenti che per le imprese» (l’economista Luciano Gallino). Quanto all’accusa di aver aumentato la precarietà del lavoro (secondo un’indagine Doxa-Gallup, dal 2001 al 2005 la quota di italiani sicuri del proprio posto di lavoro è scesa dal 75 al 58 per cento, e quelli che temevano di perdere il lavoro sono saliti dal 17 al 32), i sostenitori di questa tesi (ad esempio il comico-bloggista Beppe Grillo nel suo libro Schiavi moderni) affermano col premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz che «ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni». I dati mostrerebbero in realtà che in Italia la precarietà è più bassa della media europea: la quota di lavoro temporaneo da noi è del 12,3 per cento, in Francia e Germania sopra il 13. L’economista Pietro Ichino sostiene inoltre 1) che i rapporti di collaborazione autonoma continuativa sono riconosciuti dalla legge italiana fin dal 1959 e hanno avuto una crescente diffusione negli ultimi trent’anni del secolo scorso; 2) che la legge Biagi ha, semmai, introdotto una disciplina restrittiva di quei rapporti (di cui si è avvalso proprio il governo di centrosinistra per dare un giro di vite contro il lavoro precario nei call center); 3) che dall’entrata in vigore della legge Biagi quei rapporti, lungi dall’aumentare, hanno preso a ridursi; 4) che neppure la quota dei contratti di lavoro a termine sul totale del lavoro dipendente ha segnato dal 2000 al 2006 un apprezzabile aumento. Il 23 luglio scorso governo e parti sociali hanno firmato un patto che in sostanza conferma la Biagi (verrà abrogato il lavoro a chiamata e forse quello in affitto, contratti che in Italia non applica quasi nessuno, se si eccettua qualche caso che la Cgil ha trovato nelle mense aziendali o nei supermercati). L’indennità di disoccupazione dovrebbe salire dal 50 al 60 per cento dell’ultima retribuzione (ma sarà legata a iniziative di formazione e reimpiego), dovrebbe essere messo un limite ai contratti a tempo determinato (tre anni), al di sopra del quale per l’impresa dovrebbe diventare più conveniente assumere a tempo stabile il lavoratore precario. Le aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati dovrebbero salire al 33%, i costi del riscatto degli anni di università dovrebbero essere abbassati, il cumulo gratuito dei contributi versati a più enti dovrebbe essere facilitato. Per la sinistra radicale questa riforma sarebbe insufficiente e non risolverebbe due problemi: 1) la legge dovrebbe stabilire una percentuale massima di lavoratori precari per ogni azienda; 2) poiché il lavoratore precario ha una possibilità di essere licenziato nove volte più alta degli altri, e una possibilità di trovare un nuovo lavoro cinque volte più bassa, dovrebbero essere fissati per legge stipendi più alti che compensino questo problema. A settembre scatteranno nelle fabbriche le consultazioni sul testo dell’accordo.