Andrea Romano, La Stampa 18/8/2007, 18 agosto 2007
Vladimir e l’asse di Shanghai di Andrea Romano. Dopo aver messo ordine nel cortile di casa, grazie all’organizzazione di un consenso dal sapore sempre più autoritario, Vladimir Putin ha avviato una nuova stagione di protagonismo internazionale
Vladimir e l’asse di Shanghai di Andrea Romano. Dopo aver messo ordine nel cortile di casa, grazie all’organizzazione di un consenso dal sapore sempre più autoritario, Vladimir Putin ha avviato una nuova stagione di protagonismo internazionale. Da qualche tempo vediamo una Russia più baldanzosa e sicura di sé, capace persino di mettere a segno qualche colpo d’immagine ben studiato. Ma se la stagione è nuova, gli strumenti sono quelli antichi che Mosca ha ereditato dall’esperienza storica dell’Urss. Per carità, in questo non c’è niente di ideologico e nessuna nostalgia propriamente politica per il passato sovietico. A tornare utile all’amministrazione del Cremlino è, semmai, l’unica strategia internazionale che la potenza russa è stata capace di mettere a frutto nella seconda metà del Ventesimo secolo. Quella che mirava a ricavare peso e influenza dalla duplice capacità di interdire e coalizzare. Il potere di interdizione è tornato a essere uno strumento letale nelle mani di Putin, che se ne serve per far sentire la propria voce anche a molta distanza da casa propria. Come nel caso del Kosovo, dove una soluzione equilibrata e condivisa alle tensioni regionali continua a essere impedita dal veto di Mosca solo ed esclusivamente per il timore che un esempio riuscito di autonomia nazionale possa essere usato in Cecenia contro gli interessi post-imperiali russi. Il potere di coalizione è invece quello che vediamo dispiegarsi in Oriente, dove con il «Gruppo di Shanghai» la Russia sta ponendosi alla testa di un ampio numero di soggetti nazionali diversi per profilo economico, strategico e politico, ma uniti dal potenziale militare antioccidentale che potrebbero eventualmente dispiegare. Non sappiamo se le esercitazioni «antiterrorismo» che ieri Russia e Cina hanno condotto insieme possano prefigurare i segni di una nuova guerra fredda. Sappiamo però che Vladimir Putin ne sta facendo l’uso più efficace in termini di immagini e percezioni che, già di per sé, costituiscono una buona porzione del confronto politico tra grandi potenze. Con i suoi reiterati accenti sul mondo multipolare – che è poi il contrario di quel mondo multilaterale dove l’Onu e le altre istituzioni internazionali dovrebbero avere un ruolo decisivo – il leader russo ha di fatto preso il controllo simbolico del campo antiamericano e delle sue ossessioni per la potenza unica statunitense. Con la sapiente agitazione della minaccia energetica ha saputo trovare uno strumento di pressione straordinariamente efficace, rispetto al quale non possiamo non sentirci vulnerabili. Da oggi, con il ritorno dei suoi bombardieri strategici e con la possibilità che persino l’Iran di Ahmadinejad possa essere affiliato al nuovo asse asiatico, Putin torna a dotare la Russia di quella concretezza militare che negli ultimi quindici anni avevamo dimenticato. Ma sbaglieremmo a considerare la nuova partita come un problema dei soliti americani. Innanzitutto perché il Gruppo di Shanghai si è già candidato a promuovere un suo piano di normalizzazione per la crisi afghana, puntando il dito contro le difficoltà della Nato e del governo di Karzai. Ed è evidente quale sarebbe il prezzo politico per una soluzione di questo tipo, soprattutto a fronte di un’ulteriore crescita di influenza di Teheran. L’Alleanza atlantica ne uscirebbe di fatto travolta, ben oltre i confini di quella regione, e con essa qualsiasi velleità dell’Europa di giocare un ruolo di sicurezza e stabilizzazione strategica. Ma la questione riguarda noi europei anche per un’altra ragione. La guerra fredda, quella vera, ci vide nel ruolo straordinariamente oneroso di campo di battaglia ideologico e militare. Ne vennero sofferenze e vincoli che solo pochi riescono a rimpiangere. Ma ne venne anche una centralità geopolitica nel confronto tra le potenze e con questa la possibilità di procedere verso forme crescenti di integrazione economica e civile. La nuova guerra fredda, se mai fossimo costretti a parlarne in questi termini, si svolgerà in Asia, lontano da noi e dalla nostra pretesa di essere sempre e comunque insostituibili. Piuttosto che un motivo di tranquillità, potrebbe rivelarsi il fattore decisivo per il declino del nostro continente nella partita per il potere mondiale.