Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 17 Venerdì calendario

Roach Max

• Newland (Stati Uniti) 10 gennaio 1924, Brooklyn (Stati Uniti) 15 agosto 2007. Batterista • «’Max, quella è musica del diavolo, non posso lasciartela fare. Hai un diploma classico...”: rideva sempre Max Roach raccontando l’indignazione della madre, cantante di gospel, quando aveva scoperto la sua passione per il jazz. E aggiungeva: ”Mi sono fatto perdonare anni dopo scrivendo dei gospel proprio per lei”. [...] già verso i dieci anni la madre lo aveva spinto verso la musica, prima il flicorno al Manhattan Conservatory, poi le percussioni. Ma era il jazz la sua passione (e in più, pensava, chi avrebbe mai fatto suonare un nero in un’orchestra sinfonica?). Così, nonostante le prediche materne, a 16 anni aveva sostituito Sonny Greer nell’orchestra di Duke Ellington. Una breve esperienza che lo aveva fatto entrare nel giro: Count Basie, Louis Jordan. Ma nei primi anni Quaranta avvenivano cose strane, musicalmente, sulla 52.ma Strada: Parker, Gillespie, Monk, Kenny Clarke e altri stavano rivoluzionando il jazz. Dicevano di fare del be-bop, musica beffarda che stravolgeva il passato e Kenny Clarke, alla batteria, inventava un modo nuovo di scandire il tempo. A lui Max aveva cominciato a guardare, ma al massiccio modo di Clarke preferiva la leggerezza, la discontinuità, l’uscire dall’accompagnamento per diventare voce solista. Aveva lavorato con Parker, Gillespie, Davis, Monk, Mingus; era comparso in Carmen Jones, lo splendido film con soli attori neri che Otto Preminger ha tratto dal dramma di Bizet. La sua vera dimensione di batterista e compositore l’aveva trovata nel 1954 formando il quintetto con il trombettista Clifford Brown, un autentico genio, scomparso troppo presto in un incidente stradale. Il sassofonista Sonny Rollins che suonava con il quintetto aveva pensato che Max non avesse la forza per riprendersi: sembrava perso in una drammatica nebbia. Poi il tempo aveva cancellato il dolore e Max aveva ripreso a incidere anche da solista e in duo, inventandosi quel modo jazzistico di suonare il valzer che rimarrà per sempre la sua sigla: Jazz in 3-4 Time è il disco che meglio lo rappresenta in questa fase. Negli anni Settanta la sua passione politica si era fatta anche più accesa. Si era avvicinato ai gruppi che chiedevano i diritti civili, Potere nero, Pantere nere, parlava anche di usare le armi, ma la sua unica arma rimaneva la musica. E non solo il jazz. Aveva cominciato a comporre per il teatro, per il balletto, per quartetto d’archi, una sua figliola suona il violino, per orchestre da camera, aveva inventato quello straordinario gruppo di percussioni che aveva chiamato M’boom re: Percussion. Era il re della batteria, ma anche un musicista fecondo in ogni direzione e alla batteria aveva dato una inedita dimensione: una energia sottile, stringata, elegante, una capacità di mutare i ritmi, di inventare tempi insoliti, di usare i tamburi come voci capaci di cantare: E il suo ”du-du-dum”, il suo valzerino jazzato, rimane nella storia e nello strumento di quasi tutti i giovani batteristi» (Vittorio Franchini, ”Corriere della Sera” 17/8/2007).