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 2007  agosto 17 Venerdì calendario

Per i giornali d’agosto la vicenda del Partito democratico è una vera manna: nel caso difettino notizie importanti, la pagina politica può essere riempita con le baruffe che accompagnano la costituzione del partito: queste non mancano mai

Per i giornali d’agosto la vicenda del Partito democratico è una vera manna: nel caso difettino notizie importanti, la pagina politica può essere riempita con le baruffe che accompagnano la costituzione del partito: queste non mancano mai. Non mancano perché il processo di elezione dei delegati all’assemblea costituente, del segretario nazionale e dei segretari regionali si svolge secondo regole che sono state sì approvate da una commissione controllata dai due partiti promotori, Ds e Margherita, ma poi licenziate in gran fretta e senza che nessuno ne avesse studiato a fondo le possibili conseguenze. Quando alcune di queste si materializzano, come ora sta avvenendo, e vanno in senso opposto alle intenzioni delle leadership nazionali e locali, scatta la sorpresa, e a seguito di essa la preoccupazione e il risentimento. Dunque le baruffe e le polemiche. La sorpresa principale è forse quella che le proporzioni elettorali canoniche tra Ds e Dl (grosso modo di 3 a 2) rischiano di spostarsi a favore dei Dl, nell’insieme o in alcune regioni cruciali. E questo avviene proprio per la smania di controllo che ha indotto i vertici dei due partiti a scommettere da subito sull’accoppiata plebiscitaria Veltroni-Franceschini e, nel caso dei Ds, a scoraggiare fortemente altre candidature forti dall’interno del loro partito, e in particolare quella di Bersani. Questa dissuasione non è riuscita nel caso dei Dl, per la natura meno disciplinata del loro partito e la presenza di personalità meno disposte a farsi scoraggiare, sicché ora i Dl possono pescare secondo le proporzioni canoniche all’interno dell’accoppiata, non più plebiscitaria, e aggiungervi i delegati che verranno raccolti dalla Bindi e da Letta: lo ha spiegato benissimo Vassallo su questo giornale venerdì 10 e non ho niente da aggiungere. Sorprese, risentimenti e baruffe ancor più evidenti – perché moltiplicate per tutte le regioni del Paese – riguardano le candidature a segretario regionale, improvvidamente aggiunte a quella del segretario nazionale. Qui la vecchia tentazione di usare il livello locale come terreno di compensazione nelle relazioni di potere tra i due partiti nazionali sembra oggi irresistibile, alla faccia di chi sperava in un processo che salisse dal basso verso l’alto e in un partito nazionale come federazione di partiti regionali. Sommerso da questi scontri di potere, di gruppi e di persone, ancora si avverte poco un conflitto molto più serio e che invece sarebbe opportuno venisse alla luce con maggior forza: quello tra diverse posizioni politiche. In un partito a vocazione maggioritaria, che aspira a rappresentare gran parte del centrosinistra, non ci può essere unanimità: non c’è nella Spd tedesca, nel Psoe spagnolo, nel Labour britannico. Ovviamente le differenze interne saranno minori e più facilmente componibili che non quelle tra centrosinistra e sinistra radicale – questo è il motivo per cui si costruisce il Partito democratico – ma ci sono. Meno importanti in questioni di politica estera e di politica economica, dove il consenso è diffuso, ma abbastanza serie su temi eticamente sensibili, su problemi istituzionali e in materia di politiche sociali. Solo in parte queste diverse posizioni sono rappresentate dai candidati alla segreteria: nessuno garantisce che i loro sostenitori, quelli che organizzeranno liste locali in loro favore, li sostengano per i motivi più caratterizzanti dei loro programmi, sempre sufficientemente elastici da consentire diverse accentuazioni. In che misura, ad esempio, chi sosterrà Rosy Bindi lo farà perché è donna, perché è di sinistra o perché è cattolica? O per motivi non riconducibili a ragioni di principio, bensì a beghe interne alla galassia ex-democristiana? Il problema è particolarmente serio per l’accoppiata Veltroni-Franceschini, pensata proprio per tirar dentro nel Pd gran parte della nomenklatura dei due partiti promotori. Il discorso di Veltroni a Torino è stato un bel discorso liberal: ma sono liberal coloro che stanno organizzando liste «A sinistra per Veltroni»? Basta un’occhiata al loro documento per rendersi conto che un testo tutto incentrato sulla «centralità del lavoro» – uno slogan che risale alle origini del Movimento Operaio – potrebbe essere tranquillamente sottoscritto da Mussi, per non dire di Epifani. Eppure proprio questa potrebbe essere una via d’uscita per dare senso politico alle baruffe in corso, per attenuare quella sensazione di beghe di potere tra pezzi di nomenklatura che gli osservatori hanno ritratto sinora. Basterebbe organizzare altre due liste: «I liberal duri e puri per Veltroni» e «I liberal ragionevoli per Veltroni », nella quale rifluirebbero gran parte dei leader e degli apparati dei due partiti. Sto scherzando, ovviamente. Ma fino a un certo punto.