Guido Olimpio, Corriere della Sera 17/8/2007, 17 agosto 2007
I pasdaran sono una strana creatura. Aggressiva, dura, capace però di modificarsi. Quando li hanno creati, agli albori del regime islamico, avevano il ruolo di guardiani del clero
I pasdaran sono una strana creatura. Aggressiva, dura, capace però di modificarsi. Quando li hanno creati, agli albori del regime islamico, avevano il ruolo di guardiani del clero. Erano definiti «il sangue della rivoluzione ». L’imam Khomeini li guardava con l’occhio di un padre severo, consapevole che si sarebbero gettati nel fuoco per lui. E così avvenne. Nel 1980 l’Iran venne attaccato dall’Iraq di Saddam e i suoi confini furono difesi strenuamente proprio dai pasdaran. Gli ayatollah li mandarono a morire a migliaia, insieme alla milizia dei Basji, contro i meglio armati iracheni. Un sacrificio che ne ha ingigantito l’immagine e conferito autorevolezza. Ma non solo. Nel nome di quei martiri i guardiani si sono lentamente trasformati in potere. Parata la minaccia esterna (Iraq), Teheran li ha convertiti in un apparato di sicurezza a doppio taglio. Per tenere a bada l’esercito e intervenire contro i nemici interni. La cosiddetta seconda fase dei pasdaran è stata accompagnata da un grande sforzo bellico. I miliziani hanno iniziato a dotarsi di aerei, marina, missili a lungo raggio e impianti di produzione militare. Quasi uno Stato nello Stato, sempre vicino alle posizioni più oltranziste della teocrazia. Se vi sarà un’aggressione – è stato lo slogan – saranno loro a dover rispondere e rendere difficile la vita all’invasore. Contestualmente, i guardiani hanno accresciuto la sezione per le operazioni clandestine. Nel mondo dell’intelligence è conosciuta come l’Armata Qods, divisa in dipartimenti e specializzata nella guerriglia come nella sovversione. Gli «ufficiali» della Qods sono stati inviati in Libano a dare una mano agli amici Hezbollah, a Gaza al fianco di Hamas, altri invece sono finiti nei paesi occidentali Italia, compresa - nel ruolo di quinta colonna. Svolgono normali attività, si dedicano ai commerci. Ma in caso di emergenza possono trasformarsi in agenti operativi. Con il passare degli anni, i pasdaran hanno poi assunto il controllo di alcuni settori strategici. In particolare lo sviluppo del programma atomico a fini militari, la messa a punto di missili a lungo raggio – con l’aiuto di Corea del Nord, Cina, Russia ”, lo sviluppo di unità speciali in grado di contrastare una eventuale azione statunitense nel Golfo. Potremmo chiamarla la stagione degli annunci. Il regime e il comando dei guardiani hanno fatto a gara nel presentare le «nuove armi» messe a punto: sottomarini lanciamissili, jet, mini-sub, vedette veloci, ordigni anti-nave. In realtà si tratta di copie (rifatte male) di prodotti russi e occidentali oppure di mezzi acquistati all’estero e poi modificati. Il ritardo nel settore delle armi convenzionali non deve però trarre in inganno. I miliziani – secondo alcune stime sono quasi 150 mila – detengono nelle loro mani le chiavi dell’equipaggiamento strategico. A questo peso «militare» se ne è aggiunto uno più politico. Con la presidenza di Ahmadinejad – anch’egli un ex pasdaran – una gran numero di guardiani sono diventati ministri e responsabili di uffici delicati. Per alcuni osservatori si è trattato di un golpe strisciante. Altri, invece, ritengono che i militanti hanno solo sfruttato l’opportunità. Vedono l’attuale presidente come una sponda, ma sono pronti a spazzarlo via se urterà i loro interessi. Che non sono necessariamente solo politici. La fase più importante nella storia recente del Corpo è sicuramente quella legata agli affari. I pasdaran non muovono solo tank ma amministrano un impero economico. Costruiscono grandi strade, gestiscono aeroporti civili, commerciano nel petrolio, amministrano potenti fondazioni, concorrono per appalti. Hanno vinto un contratto da un miliardo e mezzo di euro per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e un secondo per la realizzazione di una pipeline diretta in Pakistan. Le autorità gli hanno poi concesso l’utilizzo di numerosi porti esentasse che portano nelle casse dei guardiani ingenti guadagni. Come ha notato di recente l’analista Karim Sadjadpour (Carnegie Endowment for International Peace), ai pasdaran l’isolamento dell’Iran non spiace perché giova ai loro traffici. «Sono diventati una sorta di mafia che teme un’apertura al mercato internazionale. Vogliono essere loro i gestori », sostiene l’esperto. Che però aggiunge: «Non considerateli come un blocco monolitico. Esistono molte fazioni: ce n’è una che vuole il cambiamento ma deve fare i conti con una minoranza più forte, attestata su posizioni radicali ». Dunque pronti ad essere il sangue della rivoluzione, a patto che convenga ai loro disegni.