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 2007  agosto 16 Giovedì calendario

LATERZA Giuseppe

LATERZA Giuseppe Bari 25 gennaio 1957. Editore. Figlio di Vito (11 dicembre 1926-28 maggio 2001) • «Privato e pubblico, a casa mia, si confondevano: mio padre, Vito, non staccava mai e, quando la sera tornava dall’ufficio, parlava con noi, a tavola, di libri e di autori. La mia sfera pubblica, invece, si limitava alla politica. Papà era un liberale progressista, io ero l’unico amendoliano nella sinistra giovanile comunista, dove tutti erano ingraiani: insomma, ero quasi un traditore socialdemocratico. Tutto il resto, amori, studi, interessi, era rigorosamente privato e restava precluso allo sguardo della famiglia [...] Volevo fare il ricercatore di storia economica, perché volevo dimostrare come la politica fosse condizionata dall’economia. Mio padre non mi spingeva a entrare in casa editrice: voleva misurare la mia vocazione, senza influenzarla minimamente. Ebbi la fortuna di incontrare un grande maestro: Federico Caffè. Era un professore ideale, con una intelligenza vivace, un keynesiano atipico, sempre disponibile con noi studenti, perché stava all’università dalle 8 del mattino alle 8 di sera [...] Provai a sostenere l’esame di statistica preparandolo con un mio amico, Pietro, figlio di Reichlin e di Luciana Castellina. Studiando con lui capii che non avevo proprio l’approccio del ricercatore: Pietro era interessato al metodo per arrivare al risultato, io solo al risultato [...] Era il ”77 e quando vidi Lama costretto a scappare dall’Università rimasi scosso e cercai di intensificare il mio impegno politico. Il mio gruppo era un concentrato di figli di papà: c’era Antonella Trentin, Jolanda Bufalini, Guido Ingrao, Laura Pecchioli. C’erano anche altri amici, di grandi qualità. Dopo due anni, capii che non ero fatto per la politica: la mediazione mi irritava e mi annoiava. L’interesse politico mi è rimasto, certo. Sento di avere, come editore, una responsabilità pubblica. Ma non ho mai firmato appelli, partecipato ad attività di partito: credo che si possa far politica pubblicando libri [...] Così, agli inizi degli anni Ottanta, andai da mio padre e gli chiesi se potevo entrare in casa editrice. Lui fu contento della mia scelta, anche se mi avvisò sul mio futuro: grandi responsabilità e non grandi guadagni. Feci, per tre anni, l’assistente al capo ufficio stampa, senza mai dipendere da mio padre. Sapevo di essere un privilegiato, ma tutti cercavano, riuscendoci, di non farmi sentire tale. Un giorno, partecipai a un’assemblea sindacale: si alzò un delegato e, sorridendo, disse: ” la prima volta che mi capita di fare un’assemblea col figlio del padrone”. La mia esperienza sindacale finì con quella frase [...] Tra me e mio padre c’erano epiche discussioni su titoli e copertine. Alla fine, se mi vedeva convinto su una mia idea, mi lasciava fare, perché preferiva rischiare di sbagliare piuttosto di rischiare di compromettere il valore della condivisione delle scelte. Ho imparato da lui a lavorare insieme, anche se lui era più capace di me, quando si trattava di prendere una decisione in solitudine. Io ho sempre bisogno del conforto di mio cugino Alessandro. A questo proposito, è stato curioso il diverso comportamento di mio padre con suo nipote e con suo figlio. Con Alessandro esercitò una pesante pressione perché scegliesse di entrare in casa editrice. A distanza di vent’anni, devo ammettere che, per me, è stata una straordinaria fortuna che l’insistenza di papà abbia vinto le resistenze di mio cugino [...] Non ho dimenticato, però, il mio sogno di fare il ricercatore. Quella è una professione che dà una grande libertà intellettuale, perché non ha la responsabilità, per esempio, del rischio imprenditoriale. Io sento che mi devo preoccupare dell’avvenire di sessanta famiglie. Poi rimpiango l’esperienza della vita di scambio culturale all’estero. In un college apri la finestra sul mondo. Hai compagni di stanza e di studi che vengono dal Giappone, dall’India, dal Sudamerica. Un confronto intellettuale e umano ineguagliabile [...] Dal mio codice genetico nasce, poi, una passione più segreta e quasi inconfessabile: mi piacerebbe esibirmi su un palcoscenico con una chitarra in mano, suonando musica rock. Mio fratello, Federico, è un bravo pianista jazz. Nel ramo materno della mia famiglia ci sono antenati clown. Ammetto che in me c’è una componente istrionica che mi aiuta, anche nel mio lavoro. Sarei stato un perfetto maître di sala, perché la mia vocazione sta nella capacità e nel gusto di accordare movimenti e persone [...] Ecco perché mi piace il ballo. Ho fondato il ”Toco”, un’associazione con una mailing list di ormai oltre 2 mila persone che, ogni due mesi, prende in affitto una sala ai Parioli. Noi scegliamo la nostra musica, perché anche i cinquantenni hanno voglia e diritto di ballare e danziamo come pazzi per tutta la sera [...] Dalle luci e dalle ombre della mia giovinezza, credo di aver imparato che per i ragazzi sia fondamentale cercarsi un maestro, una persona che dia il senso delle cose che si fanno. Ma bisogna anche evitare di parcheggiarsi all’università, in attesa dell’ispirazione. meglio uscire dalla propria cerchia di amici, fare esperienze di lavoro diverse. Accettare il rischio di rompere con la tradizione [...] Le mie due figlie contraddicono gli stereotipi sulla gioventù d’oggi. Margherita [...] e Antonia [...] non sono impegnate politicamente, nel senso in cui ero io alla loro età, ma sono intransigenti sulla difesa di certi valori, come l’onestà intellettuale, la chiarezza, la condivisione con gli altri della loro vita. Leggono di tutto, da Henry Potter ai saggi più impegnati e, per fortuna, sono molto più disincantate di quanto non fossimo noi. Alla loro età, noi eravamo pronti a mettere le mani sul fuoco su persone e idee. Loro, saggiamente, non lo fanno. Anche mio cugino Alessandro ha due figlie. Mi piace pensare che, forse, la casa editrice di Croce, un giorno, avrà un vertice tutto al femminile”» (Luigi La Spina, ”La Stampa” 12/8/2007).