Patricia Jolly, La Stampa 15/8/2007, 15 agosto 2007
Vale la pena incontrare Dick Fosbury. L’uomo che rivoluzionò il salto in alto abita ancora nel suo Idaho, un posto difficile da raggiungere, sperduto tra le rocce desertiche del Nord-Ovest americano, ma che sembra costruito a sua misura
Vale la pena incontrare Dick Fosbury. L’uomo che rivoluzionò il salto in alto abita ancora nel suo Idaho, un posto difficile da raggiungere, sperduto tra le rocce desertiche del Nord-Ovest americano, ma che sembra costruito a sua misura. A 60 anni l’ex campione olimpico non ha nulla in comune con quelle star capricciose schiacciate dal peso di un passato glorioso e dimenticato. Dick, che oggi fa l’ingegnere civile, porta sempre bene i suoi 195 cm e ha l’aria di chi scoppia di salute. In questi giorni è tutto preso dal lavoro: la società che dirige opera a pieno ritmo per rimettere in sesto le strade che il gelo ha danneggiato durante il lungo inverno. Sulla terrazza di un caffè, l’inventore della tecnica di salto in alto oggi universalmente utilizzata ammette di essere entrato nella storia dell’atletica per puro caso. «Mi piaceva saltare - dice -, ma non riuscivo a superare le asticelle più alte se non gettandomi di schiena, con le gambe a forbice». Questo «equivoco» che l’avrebbe poi reso celebre in tutto il mondo risale al 1963. Dick ha 16 anni quando l’allenatore di atletica del suo liceo gli ordina di rinunciare a quello strano stile per ritornare allo scavalcamento ventrale. «Ero l’unico a farlo e mi difendevo piuttosto bene, ma il coach me ne spiegò il limite. Lo stile dorsale costringeva ad alzare il baricentro troppo in alto rispetto all’asticella». Fosbury obbedisce... e peggiora. Al culmine della frustrazione, decide, mentre era a bordo del bus che lo portava a una competizione, di fare solo di testa sua. «Fa’ come ti pare», sospira l’allenatore. Infatti. Dick prende la rincorsa, si presenta di spalle all’asticella e la supera inarcando la schiena. Quel giorno migliora il suo record personale di 15 cm e ripete la performance la settimana successiva. Il coach non ci capisce più niente. La tecnica, mai vista prima, attira l’attenzione di alcuni fotografi che lo definiscono come «Il saltatore in alto più pigro del mondo». Un po’ infastidito dai giornalisti locali, che non trovano parole adatte per il suo stile, Dick finisce per battezzarlo ”Fosbury flop”. «Un po’ per il gusto dell’allitterazione, un po’ per non prendermi troppo sul serio - spiega -. E anche perché un giornalista aveva descritto i miei salti come quelli di un pesce fuor d’acqua agonizzante». All’ultimo anno di liceo, il suo "flop" lo porta a metri 2,01 e gli frutta una borsa di studio universitaria. Nelle facoltà americane lo sport è un affare di Stato. Bernie Wagner, l’allenatore dell’Oregon State University, uno che non ama gli eccessi di protagonismo, lo interroga per ore sul suo approccio barocco al salto in alto. Insospettito ma anche affascinato dall’evidenza dei risultati, propone a Fosbury un compromesso. «Si è dimostrato molto intelligente - riconosce l’ex campione olimpico -. Wagner si dedicava a farmi crescere nello scavalcamento ventrale, autorizzandomi a saltare come preferivo in competizione. Contemporaneamente studiava i video dei miei salti di schiena per cercare di migliorarli». «Fai come pensi e dimentica tutto il resto», conclude Wagner dopo qualche mese, sempre più convinto dai risultati e dalla caparbietà dell’atleta. La carriera di Fosbury sulle pedane rischia tuttavia di terminare presto. Studente poco assiduo, se la vede brutta con l’amministrazione universitaria che minaccia di espellerlo, ma il peggio deve ancora arrivare. Per inviare rinforzi in Vietnam, il governo federale non esita a privare i peggiori allievi del rinvio di due anni consentito agli studenti. Alla fine del 1967, l’allegro saltatore è chiamato dalle autorità militari per la visita medica. Non andrà oltre. Durante il colloquio, Dick si ricorda di un incidente occorso anni addietro, un giorno che diede una mano in campagna. Circospetti, ma poco propensi a imporre al governo il pagamento di altre pensioni di invalidità, i medici gli ordinano un’infinita serie di esami supplementari. Una radiografia rivela una provvidenziale e insospettata malformazione congenita della colonna vertebrale. Dick viene riformato alla metà del giugno 1968. Appena in tempo per partecipare alle selezioni olimpiche in vista dei Giochi di Città del Messico. Per queste prime Olimpiadi ad alta quota (2300 metri di altitudine), gli americani organizzano due stage di allenamento piuttosto duri. Un primo a Los Angeles, a beneficio del pubblico, un altro a Lake Tahoe. Dopo dieci settimane di pura fatica, Dick Fosbury figura, come ama dire lui, nella "top 3" dei saltatori con Edward Caruthers e Reynaldo Brown. «E alla fine ho vinto l’oro olimpico», conclude, incredulo, con i palmi delle mani rivolti al cielo. Con un balzo di metri 2,24 il grande Dick stabilisce anche il nuovo record olimpico, superando Caruthers (m 2,22). Ma la sua audacia mista a impudenza non va giù a tutti. Ci si perde in discussioni sui presunti pericoli fisiologici del suo "flop". Payton Jordan, allenatore della nazionale americana, dichiara che la diffusione di questa tecnica rischia di «distruggere un’intera generazione di saltatori in alto». «Accusavano me perché ero io quello che saltava più in alto - dice Fosbury, ricordando che - i saltatori con l’asta sono sempre ricaduti sulla schiena e da molto più in alto». Se il "flop" ha rapidamente conquistato tutti i saltatori del mondo è perché è «naturale», assicura. «Con o senza di me, presto o tardi si sarebbe comunque affermato». Una foto ritrovata da un giornalista alla fine degli Anni 60 gli dà ragione: Bruce Quande, un anonimo saltatore originario del Montana, utilizzò la tecnica dorsale nel 1963 in una competizione scolastica. Fosbury racconta di aver visto nel 1965 una canadese di 14 anni, Deborah Brill (sarebbe poi stata 5ª ai Giochi Olimpici di Los Angeles nel 1984), «saltare spontaneamente l’asticella di schiena» nel corso di un meeting di atletica a Vancouver. «Facendo scoprire questo stile al mondo ai Giochi di Città del Messico - aggiunge Fosbury - ho semplicemente avuto il privilegio di dargli il mio nome», prima di scomparire dalla ribalta. Espulso dalla sua scuola poco dopo i Giochi Olimpici per mancanza di risultati, Dick, segno dei tempi, si smarrisce «sulla via della sociologia, della filosofia e delle religioni orientali». L’Università lo riammette al corso d’ingegneria civile in cambio della sua rinuncia allo sport d’élite. Diplomatosi nel marzo del 1972, non ha il tempo di ritrovare una condizione accettabile come atleta e manca la qualificazione alle Olimpiadi di Monaco 1972. A oltre 30 anni di distanza, ogni estate organizza un corso di una settimana per giovani atleti che di lui ignorano praticamente tutto. Lo fa per puro piacere. E intanto prevede che il record del mondo di Javier Sotomayor (m 2,45) resterà imbattuto ancora per anni. «I giovani che possono minacciarlo ci sono, ma guadagnano molto di più sui parquet del basket Nba». Copyright Le Monde (traduzione di Pietro Ivaldi) Stampa Articolo