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 2007  agosto 15 Mercoledì calendario

Mao e la lunga marcia degli anni Trenta

Molte proprietà sacrali del 7 risalgono all’astrologia babilonese, che fin da allora divideva il mese lunare in cicli di sette giorni. La Cina imperiale sembrava invece prediligere l’8. Ora, in attesa delle Olimpiadi di Pechino, che si terranno in data 08/08/08, il numero che per i cinesi è emblema di equilibrio e di perfezione confuciana si è addirittura triplicato e globalizzato. C’è chi ammira i preparativi dell’evento spettacolare scorgendovi una sorta di appuntamento storico della Cina con la civiltà moderna. Ma c’è anche chi lo contesta vedendovi l’impennata d’orgoglio efficientista di un regime che ha abbracciato selvaggiamente il mercato senza abbracciare la democrazia. Molte di queste critiche, prese in sé, possono apparire credibili da una rigorosa ottica occidentale. Se però le consideriamo dal versante cinese, se le mettiamo a confronto con i dati del recento passato cinese, esse appaiono assai meno convincenti. A questo punto, rimettendo in gioco numeri e storia, vedremo che pure in Cina il 7 può prevalere sulle celesti armonie dell8. Difatti è il 1927 l’anno di svolta, di rottura, nelle intricate vicende del Novecento cinese. Nel 1912 scoppia la rivoluzione repubblicana, promossa dal carismatico Sun Yat-sen e dal Kuomintang. Caduta l’ultima monarchia imperiale Manciù, la gestione del potere rimane preda di una paralisi cronica causata da governi deboli e in crisi perenne. Si estende su molte province il controllo vessatorio dei «signori della guerra». Essi lottizzano una parte cospicua del territorio impedendone la riunificazione all’egida delle armate del Kuomintang. Queste, politicamente motivate, ben addestrate dopo il 1918 dai consiglieri militari sovietici, stringeranno un patto con il partito comunista confluito, per ordine di Mosca, come un cavallo di Troia, all’interno del movimento risorgimentale di Sun Yat-sen: obiettivo comune, dichiarato a parole, doveva essere la fondazione di una Cina unita contro l’anarchia dei «signori della guerra»; una Cina di marca nazionaldemocratica, patriottica e antimperialista. Ma lo scopo finale cui miravano i proconsoli del Komintern, installati con dispendio di uomini e mezzi a Shangai e a Canton, era assai più radicale: la bolscevizzazione della Cina o, quantomeno, la sua graduale trasformazione in uno Stato satellite. Venne a formarsi così, a partire dal 1924, una sorta di federazione tra nazionalisti e comunisti all’interno delle strutture simbiotiche di un Kuomintang sempre più leninizzato. La situazione peggiorerà a scapito dei nazionalisti dopo la morte di Sun. Il piano sovietico giungerà a un livello altissimo di maturazione nel 1927, anno in cui Stalin conquista la supremazia nel partito bolscevico e prende direttamente nelle sue mani la politica cinese della Russia. I comunisti erano all’epoca minoranza solo apparente nella federazione del Kuomintang: in realtà, occupavano i due terzi delle postazioni tramite simpatizzanti e talpe infiltrate nella corrente della sinistra nazionalista. A dire quanto strane e duplici fossero le sovrapposizioni nel coacervo federativo, basterà ricordare che il nazionalista Ciang Kai-shek e il comunista Ciu En-lai condividevano, insieme, la direzione della famosa accademia militare di Whampoa fondata dai russi. Non solo. Lo stesso Mao, espulso dal comitato centrale comunista, strettamente legato ai nazionalisti, non saprà bene con chi schierarsi nella tragica crisi del 1927. Ammetterà: «Mi sentivo desolato e, per qualche giorno, non riuscii a capire cosa doveva fare». Sostanzialmente Mao, che ha 33 anni, non sa chi scegliere. Arruolarsi nel Kuomintang dell’amico Wang Cing-wei e di Ciang Kai-shek, che nell’aprile del 1927 rompono brutalmente con i comunisti e scatenano contro di loro una repressione spietata? Oppure raggiungere l’armata allo sbando dei soldati comunisti che, guidati da Ciu En-lai, si danno all’ammutinamento che somiglia a una fuga disperata nelle province del sud? Alla fine Mao, il cui nome peraltro figura nelle liste di proscrizione emanate dal Kuomintang epurato, decide di scegliere se stesso sopra e contro tutti gli altri. Abbandona i nazionalisti e finge di allearsi ai comunisti. Sottrae all’esercito in rotta di Ciu En-lai alcune centinaia di disperati e, in nome del comunismo, li amalgama con manovre ambigue ai briganti annidati fra le montagne. Ha inizio così la lenta costruzione di un’armata personale che l’astutissimo Mao, il mediocre poeta Mao, diciamo pure il geniale criminale Mao definirà «rossa» e «comunista». Ha inizio la leggenda della «Lunga Marcia». Che non sarebbe mai avvenuta senza la copertura strategica di Ciang Kai-shek, interessato a sostenere Mao contro i «signori della guerra» per impadronirsi poi, col suo esercito fresco e intatto, delle zone ripulite dalla truppa maoista. Era una strategia contorta e sottile, molto cinese, ricamata sul filo della tradizione di Sun Tse, incomprensibile per la mentalità occidentale ma comprensibilissima per quella asiatica dei Mao e dei Ciang. Non si sa fino a che punto Mao combattè i «signori della guerra». E’ invece certo che, durante la «Marcia», si scannarono tra loro differenti fazioni comuniste con Mao che emergeva ogni volta vincitore e sterminatore. L’apprendistato militare di Mao, che non sapeva usare armi da fuoco, fu un apprendistato di pragmatismo politico e tirannico. Quando si stabilì, con la complicità di Ciang Kai-shek, nel reame periferico dello Yenan, vi installò un regime d’una atrocità sconosciuta perfino nella Russia stalinista. Vi si preannunciavano, già allora, i metodi e le crudeltà dei grandi balzi nelle immolazioni di massa, proseguiti poi nel nichilismo luddista della rivoluzione culturale. Tutto questo si ritrova minuziosamente documentato nelle 800 pagine della più completa biografia di Mao, compilata dall’ex guardia rossa Jung Chang (Mao. la storia sconosciuta, edito in Italia da Longanesi). In una recensione dedicata al libro su Commentaire da Alain Besançon ho trovato un’osservazione folgorante: «C’erano già in Stalin l’istinto del criminale nato, il piacere di uccidere, umiliare, spezzare la dignità delle vittime. Ma in Mao tutto appare ingrandito, moltiplicato, illimitato». Oggi si calcola che il maoismo sia costato alla Cina, in termini di mortalità, il decimo di una popolazione che sul finire della rivoluzione culturale sfiorava già il miliardo. Quindi fra ottanta e cento milioni. L’ecatombe affonda le radici nell’anno 1927, quando Mao decide di costruire per sé e per la Cina una forma di comunismo mai vista in nessuna parte del mondo e che si rivedrà solo nella Corea dinastica e affamatrice di Kim Il Sung e nella Cambogia suicida dei khmer rossi. PS. L’articolo può essere anche letto come una risposta alle obiezioni mossemi da Mimmo Cándito sulla Stampa del 10 agosto. Obiezioni tipiche dei benpensanti democratici ma daltonici: i quali criticano la Cina odierna dimenticando che essa, nel bene che ignorano e nel male che sottolineano, non sarebbe quella che è e non è se non avesse alle spalle l’inferno.