Fulvio Milone, La Stampa 15/8/2007, 15 agosto 2007
FULVIO MILONE
INVIATO A MERCATALE (FIRENZE)
Pare di vederlo, Pietro Pacciani, il terribile Vampa, arrampicarsi ansimante e gonfio di vino su questa scalinata stretta e sporca che quasi non si vede da via Sonnino. Sembra ancora di sentirlo brontolare, con l’inseparabile stecchino fra le labbra, mentre infila l’uscio della casetta con il tetto spiovente, un antro lurido e puzzolente che si affaccia su un orto coltivato a pomodori e insalata, e in cui crescono tre peschi: «I pescucci», come li chiamava lui. Oggi, nell’ingresso che funge da cucina, nelle altre due stanze con i soffitti sorretti da travi di legno annerito e in un bugigattolo che dovrebbe essere il bagno, ci vive Birsen, scappata nel 2005 con il marito Muhyeittn e i due figli piccoli dalla Turchia che non ama i curdi come lei. Birsen è finita qui, a Mercatale Val di Pesa, frazione di San Casciano, proprio nella casa di Pietro Pacciani, da sei anni affidata in gestione alla Casa del Popolo che l’ha trasformata in luogo d’accoglienza per le famiglie di extracomunitari con lo status di rifugiato politico.
La casa maledetta in cima alla piccola scalinata è muta testimone di un’indagine, quella sul mostro di Firenze, sostanzialmente interrotta con la morte del sospettato numero uno, Pietro Pacciani. Otto duplici omicidi, sedici ragazzi massacrati fra l’estate del ”68 e l’autunno dell’85, fidanzatini in cerca di intimità nelle campagne che di giorno sembravano lembi di paradiso, ma che di notte si trasformavano in trappole mortali. Il Vampa finì sotto processo per quella mattanza. Condannato e poi assolto, con ogni probabilità Pacciani avrebbe dovuto affrontare di nuovo i giudici, se nel frattempo non fosse morto.
Fece una fine schifosa, il 22 febbraio del ”98, solo e malato in quella casa che custodisce tanti torbidi misteri, ridotta a una stamberga «in cui il fetore - come dissero i carabinieri - ci impediva di entrare». L’allarme lo diede un vicino, Rolando, forse l’ultima persona che ancora accettava di frequentarlo. «Vidi l’uscio spalancato di buon mattino: fatto strano considerato che il Vampa non si svegliava mai prima delle 8. A mezzogiorno Pacciani non si era ancora visto, così chiamai i carabinieri». Era prono sul pavimento della stanza dove era solito pranzare, accanto a un otre di vino mezzo vuoto, proprio lì dove ora ci sono i lettini dei figli di Birsen. Tutt’intorno, una poltiglia di grasso e polvere copriva le pareti e le mattonelle che nessuno, neanche Birsen, è mai riuscito a pulire a fondo. Il lezzo stagnante del vino si mescolava a quello degli abiti non lavati da mesi, che il Vampa teneva ammonticchiati in una valigia aperta in camera da letto accanto a centinaia di carte e alcune lettere di sconosciute ammiratrici.
«Pietro era vecchio, non si lavava mai, puzzava, bestemmiava in continuazione ma era ancora un donnaiolo - ricorda Rolando -. Faceva certi discorsi... Una volta si affacciò nell’orto e mi raccontò di una donna che era venuta da lui e che si era spacciata per un’assistente sociale: ”Rolando, sapessi che cosce... Voleva il mio c... E’ salita su una sedia, le ho messo le mani sotto la gonna e lei ci stava”. Però si vedeva che non era più quello di una volta». Le sbronze, le partite a carte nell’osteria di San Casciano oggi trasformata in ristorante, le inconfessabili incursioni notturne nelle campagne popolate dalle coppiette erano un ricordo lontano. Il Vampa si era rifugiato in quella casa maledetta, come un animale ferito che l’istinto conduce nella tana in attesa della morte.
L’inchiesta sul mostro di Firenze è proseguita disperdendosi in mille rivoli e domande rimaste senza risposte. Perchè l’assassino delle coppiette sezionava il corpo delle donne, portando via lembi di un seno e frammenti di utero? I profili psicologici dei «compagni di merende», contadini rozzi e violenti, mal si attagliavano a quello di uno psicopatico a caccia di reperti anatomici per farne chissà cosa. Da qualche parte, insomma, doveva esserci un mandante. Per anni si è parlato di messe nere e altre pratiche inconfessabili; fra lettere anonime e morti più o meno misteriose gli investigatori hanno puntato il dito su una serie di personaggi insospettabili. Anche su un ex farmacista di San Casciano, che sarà processato a settembre.
Il Vampa ha portato con sé tanti misteri. «Sicuramente è all’inferno», dice la signora Pina Calosi, che con il marito Sergio abita di fronte alla casa di Pacciani. «Il Vampa pareva l’orco delle favole dei bambini. Lo ricordo tanti anni fa, nell’orto, con le due figliole ancora piccole, sporche da far paura come lui e con le vesti lacere. Io protestavo: ”Pacciani, perché non le lava le sue ragazze?”. Lui alzava gli occhi al cielo e diceva: ”Non abbiamo neanche i soldi per il sapone”. E io glielo compravo, il sapone. Pietro ringraziava. ”Siamo tutti una grande famiglia”, diceva, ma di notte mi inzuppava il gatto di acqua gelata e buttava l’acido sulle mattonelle di cotto che avevo appena messo nella veranda».
Magari il Vampa si fosse limitato a tenerle sporche, le figlie. In quella casa maledetta le violentava, da anni, sotto gli occhi della moglie Angiolina, una donna minuta con la mente confusa e terrorizzata dalle percosse del marito. Pacciani fu arrestato per le violenze: era l’87, lo condannarono a quattro anni di carcere. La cella, d’altro canto, l’aveva conosciuta già nel ”51, perchè aveva ammazzato l’amante della fidanzata. Dopo avere finito lui con 19 coltellate, aveva preteso di fare l’amore con lei accanto al cadavere sfigurato e ancora caldo.
Fu nel ”91 che il Vampa, ancora in cella per le violenze alle figlie, ebbe il primo avviso di garanzia per i delitti del mostro. Quando tornò nella casa in cima alla scalinata, l’anno dopo, la polizia gli perquisì le stanze e l’orto per dodici giorni, e fra le insalate e «i pescucci» trovarono una cartuccia calibro 22 della stessa serie di quelle usate dal mostro. «Ce l’hanno messa gli agenti», si disperò lui.
Ma Birsen non sa nulla dei misfatti compiuti fra queste mura: «Mi hanno solo detto che qui, tanti anni fa, viveva un uomo cattivo». Grandi stuoie coprono i pavimenti sbrecciati, e alle pareti sono appesi cinque poster di Abdullah Ocalan, il leader dei kurdi. Birsen li guarda e sospira. Si chiede quando tornerà in Turchia, «la mia patria». Ma questa è un’altra storia.
Pietro Pacciani, uomo collerico e violento, fu arrestato il 17 gennaio 1993 perché sospettato di aver ucciso otto coppie di giovani tra il 1968 e il 1985, i delitti del cosiddetto «mostro di Firenze». Fu condannato a 14 ergastoli e, in seguito, assolto della Corte d’Appello per non aver commesso il fatto, dopo essere stato in carcere per 1.100 giorni. La Cassazione annullò l’assoluzione e dispose un nuovo processo. Ma Pacciani non sopravvisse: venne trovato morto nella sua abitazione il 22 febbraio 1998.