Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 15 Mercoledì calendario

VARI ARTICOLI IN OCCASIONE DEI 60 ANNI DELL’INDIPENDENZA DELL’INDIA. TUTTI DALLA STAMPA DEL 15/8/2007



RICHARD NEWBURY
LONDRA
«Molti anni fa abbiamo preso un appuntamento col destino. Ora è arrivato il tempo di onorare questa promessa. Allo scoccare della mezzanotte, col mondo sprofondato nel sonno, l’India si sveglierà viva e libera. E’ un momento di quelli che raramente si presentano nella storia. Quando si allunga il passo dal vecchio al nuovo, quando un’epoca finisce, quando l’anima di una nazione, a lungo oppressa, trova finalmente sfogo. Mi impegno solennemente a dedicarmi in umiltà alla causa dell’India e del suo popolo».
Così Pandit Nehru iniziò il suo discorso, parlando a Nuova Delhi di fronte a un milione di persone, in quell’attimo tra realtà e incantesimo in cui cessava di essere un primo ministro dell’India britannica e si trasformava, davanti agli occhi del suo popolo, in quello di un’India indipendente, proprio mentre Mountbatten smetteva i panni di viceré dell’Impero di Sua Maestà, e diventava Governatore generale al servizio della Repubblica indiana. Poco prima, quello stesso giorno, a Karachi, Mountbatten aveva concesso l’indipendenza al Pakistan occidentale e orientale (dal 1971, Bangladesh), sotto la guida del primo ministro Ali Jinnah.
La fine oratoria dei discorsi di Nehru ci ricorda come egli fosse figlio del college di Harrow, dell’Università di Cambridge e della Middle Temple Law School (frequentata anche da Gandhi e dallo stesso Jinnah), e come si sentisse «più a casa sua sulle rive del Cam che non su quelle del Gange». Governare l’India diventava adesso una sfida tra la sofisticatezza tutta occidentale di Nehru e il Paese tradizionalista di Gandhi, mentre in Pakistan la sfida era quella tra il laicismo di Jinnah e l’onda crescente del fondamentalismo islamico.
Se Gandhi e Jinnah, ognuno per la sua parte, avevano fatto della religione un fattore disgregante nel processo di separazione tra i due Stati, quel che continuava a unire un’India e un Pakistan dai mille dialetti era la lingua inglese. Così come comune restava l’impronta britannica sul diritto e le istituzioni. Salman Rushdie (formazione alla Rugby school e al King’s College di Cambridge) ha dimostrato come il romanzo inglese sia stato rivoluzionato dall’influsso della mitologia Hindu, dalla tradizione orale musulmana, e dalle immaginifiche avventure della fabbrica dei sogni di Bollywood. Su questa traboccante abbondanza dovevano poi innestarsi le incongruenze alla Cervantes, alla Sterne, alla Joyce e il realismo magico di Milan Kundera e Gabriel Garcia Marquez, fino a dare origine a «I figli della mezzanotte» di Rushdie. La storia di un bambino, Saleem, nato proprio allo scoccare di quella magica mezzanotte, come l’autore stesso, del resto.
«Sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene; impossibile sfuggire alla data: sono nato nell’ostetricia del dottor Narlikar, il 15 agosto del 1947. E l’ora? No, è ancor più importante… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando arrivai sulla terra, le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un rispettoso saluto. Sono stato misteriosamente ammanettato alla storia; le mie sorti furono incatenate indissolubilmente a quelle del mio Paese. Per i tre decenni successivi non c’è stata via d’uscita».
Ho studiato storia con Rushdie a Cambridge, compresa quella dell’Islam delle origini, spunto per i «Versetti satanici». Ma il Rushdie storico e romanziere trentenne stava intrecciando la memoria personale - spesso fallace - con i documenti storici, anch’essi parziali, se non contraddittori. Saleem sbaglia la data della morte di Gandhi, ma decide che conserverà quell’errore nella storia dell’India. Nel 1947, al momento della divisione tra India e Pakistan, 15 milioni tra indù, musulmani e sikh abbandonarono le terre dei loro avi, e oltre un milione di persone morì in scontri etnico-religiosi. «I figli di mezzanotte» (premiato col «Booker of bookers» come più autorevole romanzo «inglese») è un’allegoria della lotta per la supremazia tra le storie personali e la grande Storia, tra la spiritualità privata e le religioni collettive.
Rushdie ha vissuto questa esperienza in prima persona. Mentre era a scuola in Inghilterra, infatti, il padre, un avvocato e uomo d’affari musulmano, vendette - facendo infuriare Salman - la casa che avevano nella Bombay a maggioranza indù per riunirsi al resto della famiglia nella pachistana - e islamica - Karachi. Se gli scrittori «anglo-indiani» erano inglesi nati in India come Kipling e Orwell, i «Figli di mezzanotte» di Salman Rushdie sono stati lo stendardo di una generazione di scrittori «indo-inglesi» - che adesso, come lui, spesso scrivono in Gran Bretagna e negli Usa - e hanno sollevato la questione se si possa, o se dovremmo vivere affrancati dalle nostre storie e dalle nostre fedi, pubbliche e private. La battuta che «le cose migliori in India dopo l’indipendenza sono state scritte nella lingua dei colonialisti» per qualcuno è intollerabile. Ma l’inglese è il nuovo latino ed è difficile scapparne.

PAOLO TRINCIA
La mezzanotte del 15 agosto 1947 Meghnad Desai era un bambino di 7 anni troppo stanco per restare sveglio a sentire i festeggiamenti di un Paese che celebrava la fine del dominio coloniale e le prime ore da nazione indipendente. Oggi, questo famoso scrittore ed economista liberale indiano, ex docente della London School of Economics, nominato Lord nel 1991, amico di personalità come il Primo Ministro Manmohan Singh e il Premio Nobel Amartya Sen, riflette sui primi 60 anni di vita dell’India. E sui fattori grazie ai quali, nonostante i numerosi problemi, è rimasta una nazione unita: il dominio unico della Corona britannica, Gandhi e Nehru, Bollywood e il cricket.
Lord Desai, 60 anni fa l’India si liberava del dominio coloniale britannico. Oggi la chiamano «la più grande democrazia del mondo»...
«E anche una delle più vecchie. Non dimentichiamoci che nel 1947 in gran parte dell’Europa la democrazia non c’era ancora. Noi abbiamo retto e siamo riusciti a superare le identità regionali per abbracciarne una più grande. L’Europa, invece, è sempre più divisa e non ha una leadership. Ne avevo parlato anche con Giuliano Amato, quando era vicepresidente della Convenzione Europea, e lavorava alla stesura della Costituzione. Scherzando, gli avevo detto che forse sarebbe stato il caso di prendere esempio da quella indiana».
Cosa deve l’India agli inglesi?
«Se non avessero sconfitto i francesi, gli olandesi e i portoghesi, stabilendo il proprio dominio, l’India non sarebbe mai diventata una singola nazione. E nonostante questo, una partizione c’è stata lo stesso, con il Pakistan occidentale e quello orientale, poi diventato il Bangladesh. Pensi quante altre partizioni ci sarebbero state, se il subcontinente indiano fosse stato controllato da diverse potenze. Certo, il dominio britannico ha avuto molti aspetti negativi».
Sembra che l’India sia cambiata più negli ultimi 10 anni che non nei primi 50.
«Ha compiuto grandi passi grazie alla liberalizzazione dei primi anni ”90. Il settore privato, prima marginalizzato, è ora protagonista dell’economia. Siamo entrati a pieno ritmo nella globalizzazione cominciando a crescere».
L’India vede convivere diverse identità territoriali, religiose e di casta, l’Est è insanguinato da guerriglie separatiste.
«Scontri per cui si è sparso troppo sangue, costati la vita a personaggi illustri. In India la gente è gelosamente attaccata al proprio territorio. Ma nonostante tutto, siamo rimasti un’unica nazione. Oggi c’è un Primo Ministro come Manmohan Singh, al quale una risoluzione pacifica del conflitto nel Kashmir sta molto a cuore. E le relazioni con il Pakistan stanno migliorando».
Il Pakistan - che ieri celebrava il proprio anniversario, dopo la partizione del 1947 - non ha avuto una storia così fortunata.
«L’India deve molto al suo primo premier Nehru. E’ stato grazie a lui che ha fatto i primi passi verso la democrazia. Nei 17 anni al potere avrebbe potuto facilmente costruire una dittatura militare. Ma non lo ha fatto. In Pakistan il primo governatore generale, Ali Jinnah, è morto subito dopo la Partizione. Sono seguite dittature che hanno impoverito e diviso il Paese».
E Gandhi?
«Ha indicato la strada per la libertà, già tentata nel 1857 con la ribellione al dominio coloniale, finita in sconfitta. Ha insegnato agli indiani come ottenere l’indipendenza con la non-violenza. Purtroppo, se lo sono scordato in fretta».
Altri fattori che hanno tenuto insieme l’India?
«Il cinema e il cricket, lo sport più amato. Hanno creato uno spirito di appartenenza, d’identità. Bollywood è stata fondamentale per la diffusione dell’Hindi. I film hanno raccontato storie in cui si sono immedesimate molte persone».
Cosa serve per continuare a crescere?
«L’economia indiana deve liberarsi di una politica segnata dalla corruzione e ancora troppo legata a logiche elitarie di potere e al sistema delle caste. Questo esclude troppe persone, vittime della povertà e dell’analfabetismo, e ostacola il progresso. Ma sta cambiando. Possiamo essere ottimisti per il futuro».

SEI PERSONAGGI CHIAVE NELLA STORIA DELL’INDIA

Gandhi
Il padre
della nazione
 il padre dell’India, sconfitto nel giorno stesso della propria vittoria. Il suo vagare allucinato e solitario per le strade vuote di Calcutta, quel 15 di agosto in cui l’Unione indiana nasceva all’indipendenza, quel vagare shakeaspeariano tra macerie, fumi d’incendio, pianti disperati dietro porte e finestre sbarrate alla paura, era l’atto amaro di un’anima che tentava di recuperare nella nuova vita di una nazione appena nata il senso forte di una lotta portata avanti per 50 anni a mani sempre nude e ora dilagata, invece, nel sangue dell’odio e dell’intolleranza. L’India di oggi lo celebra riverente nel suo mausoleo austero e silenzioso dedicato al «Padre della nazione», ma è una celebrazione rituale, officiata da una nazione che non somiglia più in nulla a quel sogno lontano. Niente più abiti «khadi» fatti in casa, niente più «cottage industry», niente più armonia spirituale come motore della società, ma un capitalismo rampante, l’ambizione legittima della grande potenza, l’atomica, e l’orgoglio di un dominio delle tecnologie della modernità.

Mountbatten
Il viceré che fece
finire l’Impero
Viceré del Raj, è l’ostetrico dell’India che nasce ufficialmente alla libertà ma, nel gioco riservato delle diplomazie, è soprattutto il politico lungimirante che abbandona prima della tempesta il terreno dove un passato irrecuperabile è ormai consegnato alla memoria. Risparmia all’Impero le disgrazie insanguinate nelle quali le potenze europee faranno precipitare la storia del proprio dominio coloniale, concludendo in anticipo un ciclo che negli anni Sessanta le lotte di liberazione nazionale dell’Africa e dell’Asia mostreranno esaurito. Ed è proprio la sua capacità organizzativa, la qualità della sua iniziativa aggressiva, ad aver già fatto del Lord del Mare un eroe - non solo militare, ma anche politico - nelle vicende che accompagnano e seguono la II Guerra mondiale. Aristocratico raffinato, coglie il senso del tempo nuovo, e anticipa la fine inevitabile dell’Impero britannico in sintonia con lo spirito del governo laburista che gli inglesi spossati dal conflitto avevano chiamato a Westminster.

Lady Edwina
L’amore a servizio
della diplomazia
Se il marito, il Viceré di Sua Maestà, firma e sigla gli atti ufficiali dell’indipendenza dell’India, è lady Edwina l’ispiratrice e l’anima di quella scelta drammatica. Il marito confessa di «ascoltarne sempre i consigli preziosi», e il suo pragmatismo disincantato diventa lo strumento attraverso il quale vengono superati senza traumi politici le difficoltà di una scelta che non ha precedenti. Ma storia e sentimenti vanno realisticamente intrecciati in una dimensione che la politica ufficiale si è sempre imposta di ignorare, e che ha però un peso determinante nella costruzione di quel 15 agosto 1947: lady Edwina ama Jawarhalal Nehru, in una relazione che tuttora resta ambiguamente incerta tra l’amore platonico e l’abbandono invece a un’affascinante avventura esotica. I «consigli preziosi» sono decisamente influenzati da questo rapporto con il leader del Paese che sta per nascere, e il Lord del Mare - che confessa d’esserne consapevole - piega alla ragion di Stato il proprio orgoglio. Lady Edwina è ancora oggi onorata come un’eroina e una benefattrice che ha cercato di alleviare i drammi dell’indipendenza.

Nehru
Metà bramino
e metà british
Se il Mahatma Gandhi è il profeta e l’icona dell’India moderna, Jawaharlal Nehru va considerato l’autentico padre dell’India indipendente, sia sul piano politico, sia su quello intellettuale. Nato nel 1889, Nehru apparteneva a una famiglia braminica, e dunque ai vertici della struttura di casta, e gli studi in Inghilterra formarono quella doppia personalità che raccontò nella sua autobiografia: «Sono diventato una strana mescolanza di Est e di Ovest... forse nel mio subconscio stanno i ricordi di centinaia di generazioni di Bramini». Protagonista delle trattative per l’indipendenza, diventò primo ministro e ministro degli Esteri nel primo governo indiano. Ricco di fascino, ma anche dotato di mano ferma affrontò il tragico periodo successivo alla Spartizione segnato dalla nascita del Pakistan con lucidità: «La libertà originata dalla conoscenza deve prevalere sulla schiavitù dell’emozione». Per merito suo, alla sua morte nel 1964, l’India era già una grande potenza mondiale.

Ali Jinnah
L’anti Mahatma
musulmano
 l’«anti-Gandhi», entrato in politica con il profeta indiano per costruire un’India indipendente, e finito per combatterlo rivendicando la Spartizione del Paese e la nascita del Pakistan come casa per i musulmani. Mohammed Ali Jinnah, come molti leader indiani dell’epoca, studiò in Inghilterra. Entrò nell’Indian National Congress, ma aderì nel 1913 anche alla neonata Lega Musulmana, cercando uno spazio per i suoi confratelli religiosi nella nuova India che stava nascendo. Contrario al principio gandhiano della non violenza, lasciò il Congresso divenendo poi presidente della Lega, con la quale, nel 1940, lanciò il progetto che, ottenuta l’indipendenza dell’India, le aree a maggioranza musulmana dovessero formare uno Stato separato, il Pakistan. Il progetto di Jinnah si realizzò quando l’indipendenza comprese la Spartizione. Gli inglesi si astennero dall’intervenire per evitare le stragi che ne seguirono sia in Pakistan sia in India. Jinnah, primo governatore generale del Pakistan, auspicò un nuovo Stato laico, dove chiunque sarebbe stato libero di professare la propria fede. è onorato nel Pakistan come Quaid-e-Azam, il Grande Capo e padre della patria.

Chandra Bose
Il radicale
«traditore»
Per molti fu «il traditore», ma qualcuno dice anche che era l’unico del quale i britannici avevano veramente paura. Subhas Chandra Bose voleva l’indipendenza subito, costi quel che costi. Era contrario alla non violenza, come all’idea - riassunta dal grande scrittore indiano Mulk Raj Anand, che sosteneva che era stato necessario stare dalla parte di «quel maiale di Churchill» - di una cooperazione con l’Impero. Ruppe con il Congresso per fondare il Forward Bloc. Attraverso numerosi arresti e l’esilio, cercò sempre un modo per destabilizzare i britannici, senza badare agli alleati. Tra fughe rocambolesche e avventurosi intrighi internazionali cercò di convincere prima i sovietici, poi i nazisti e i giapponesi ad aiutare la lotta per l’indipendenza indiana, in funzione antibritannica. In Giappone costituì un’Armata nazionale indiana reclutata tra i prigionieri. Penetrato in India, venne sconfitto, e nel 1945 morì in un misterioso incidente aereo. Bollato a lungo come traditore, Bose ha subito con gli anni un processo di rivalutazione, ufficialmente accettato come militante per l’indipendenza. L’aeroporto di Calcutta porta il suo nome.