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 2007  agosto 15 Mercoledì calendario

Nell´era delle unioni incerte, indefinite o mobili, da riscoprire o reinventare in modalità diverse, una coppia solida, di lungo corso e anche armoniosa è un´entità straordinaria, che affascina, sorprende e stimola domande

Nell´era delle unioni incerte, indefinite o mobili, da riscoprire o reinventare in modalità diverse, una coppia solida, di lungo corso e anche armoniosa è un´entità straordinaria, che affascina, sorprende e stimola domande. Se poi l´anomalia, come nel caso di Cristina Comencini e Riccardo Tozzi, insieme da trent´anni, si verifica in quel cosmo narcisistico e ridondante di passioni che è il cinema, vale la pena di compiere un´indagine ravvicinata, tanto per capire. Figlia del grande Luigi, autore di film come Pane, amore e fantasia e Tutti a casa, la Comencini, nata nel ´53, romanziera, sceneggiatrice, drammaturga e regista, è una giovane signora bionda col corpo nervoso e sottile da ragazza. Ha un tono diretto, al tempo stesso brusco e accogliente nell´asciuttezza senza pose. Si definisce "una che scrive", nel senso che le piace «esplorare i personaggi, e se lo faccio in un libro o in un film la sostanza è la stessa». A settembre uscirà per Feltrinelli L´illusione del bene (pagg. 168, euro 14), ritratto intenso e malinconico di un comunista non rassegnato al crollo degli idealismi nelle stagioni del dopo-Muro, e nel frattempo Cristina gira il suo ottavo film, Bianco e nero, commedia sul razzismo e su una coppia mista (lui lombardo, lei senegalese) esilarante e audace nel pungere e far male, come nel suo stile: in Liberate i pesci si rideva parlando di mafia, ne Il più bel giorno della mia vita restituiva un melodramma famigliare con ironia feroce. stata a un passo dall´Oscar per La bestia nel cuore, film perturbante e duro sull´incesto, e non esaurisce la sua voglia rabbiosa e divertita di guardare e raccontare. Nato nel ´47, volto affilato, baffetti da hidalgo che contrastano le mode, humour vivace e introversione al di là delle apparenze, Riccardo Tozzi è romano come Cristina e come lei laureato in Economia: «Entrambi, con studi seriosi, abbiamo voluto metterci al riparo da un´inclinazione adolescenziale a dimensioni troppo fantastiche». E´ lui l´artefice di Cattleya, casa di produzione tra le più fertili e innovative oggi in Italia, a cui si deve una gran fetta del meglio del nostro cinema recente. Oltre ai film della Comencini, figurano nell´elenco dei suoi successi Io non ho paura di Salvatores, Caterina va in città di Virzì e Romanzo Criminale di Placido. In questo periodo, «saltando da un set all´altro», ne sta seguendo addirittura cinque, tra cui il debutto nella regia di Silvio Muccino e un thriller psicologico di Sergio Rubini. Cristina e Riccardo si conobbero quand´erano entrambi sposati con altri, «e si era amici tra coppie», racconta lei dopo una giornata di riprese, seduta col marito su un divano della loro casa in un palazzo quieto e borghese vicino a Piazza Fiume. «Io sono una degli anni Settanta: ero incinta al mio primo esame universitario e avevo 18 anni quand´è nato Carlo. E dopo un paio d´anni è nata Giulia. Non c´era l´idea secondo cui bisogna conquistare tutto e solo dopo si pensa a far bambini». Anche il primo matrimonio di Riccardo è stato giovanile, «e in principio tra me e Cristina c´era un´amicizia fondata su interessi comuni, la lettura e la musica: ci piaceva andare insieme ai concerti. Solo dopo la crisi dei nostri matrimoni abbiamo capito di essere innamorati. Però l´amicizia è rimasta». Con i libri hanno avuto un rapporto simile «provenendo da situazioni famigliari diverse. Lei da una grande famiglia d´arte, dove s´isolava nella lettura. Io avevo tre anni quando morì mio padre e a dieci ero indipendente, con chiavi di casa, solitario e disadattato. Mi rifugiavo nei classici della Bur, preziosi libri dal costo irrisorio, alla mia portata. Divoravo Dostoevskij, i grandi francesi, gli inglesi… Ero vorace, ossessivo». Per la salvifica apertura alla socializzazione ringrazia le sue orecchie a sventola: «Vidi in tivù certi personaggi imparruccati e mi venne l´idea di farmi crescere i capelli per nasconderle. A 16 anni ero il primo capellone di Roma e fui agganciato da altri capelloni anni Sessanta. Ho viaggiato con l´autostop, vissuto il movimento hippy, attraversato mille avventure». Donna inquieta e vibrante, consapevole dell´impegnativa eredità del padre, che ha segnato lei e le tre sorelle, tutte nello spettacolo («Paola è scenografa, Eleonora produttrice di news, Francesca regista»), Cristina rammenta l´ansiosa ricerca giovanile di se stessa: «Gli inizi del lavoro artistico sono faticosi, e poi c´erano i bambini, le notti in bianco... Nelle foto di allora sono più segnata di adesso. Non avevo un soldo e Riccardo prese a venire a casa mia tutte le sere a cena. Quando gli chiesi un contributo per i pasti piangevo di vergogna. E lui: sei matta a non averlo detto prima, certo che bisogna condividere. Per due anni se ne andò dopo cena, io non volevo convivere per via dei figli. Finché Carlo chiese: perché non resta? A noi non dà fastidio. E cambiammo il letto». Poi arrivò Luigi, avuto con Riccardo: «Ha 17 anni, è nato quando ne avevo 36. E da tempo sono nonna. Carlo, 32 anni, ha due figli, e Giulia, che fa la sceneggiatrice, ha avuto un figlio. Così Luigi ha un anno in meno della mia prima nipote». La sua famiglia allargata e molto contemporanea somiglia a quella del nuovo romanzo, L´illusione del bene, dove il protagonista stabilisce un legame ricco e profondo coi figli del primo matrimonio di sua moglie, «come Riccardo ha fatto coi miei», e ha un figlio che giunge tardi, perché prima ha avuto paura di diventare padre, «come ce l´aveva Riccardo». E il ragazzo del libro («così mi ha detto mia madre, quando lo ha letto») pare il riflesso del figlio di Riccardo e Cristina. Anche sulla base di questa trama d´incroci generazionali e affettivi esaltanti ed estenuanti («da giovane ero incosciente e piena di energia, andavo in India con Carlo che si prese il tifo, dormivo in tenda con Giulia, e poi c´era la scrittura, concentrata nelle ore in cui i figli erano a scuola»), Cristina ha coltivato la sua attrazione per i rapporti famigliari, espressa con vigore nei libri e nei film: «Costruttiva e distruttiva, la famiglia è il luogo in cui rifugiarsi e da cui fuggire, contiene il meglio e il peggio. E´ un osservatorio fantastico, non c´è niente che negli ultimi tempi si sia modificato in maniera tanto radicale. Lì, più che altrove, si può comprendere il nostro modo di essere moderni». Riccardo e Cristina hanno cominciato a lavorare insieme solo a partire da Matrimoni, film del ´98. «Prima era importante prendere sicurezza e acquisire indipendenza», spiega lui. «Dovevamo conquistarci entrambi un profilo autonomo». Della moglie dice che «è un regista "facile" per un produttore: disciplinata, puntuale, esigente, veloce. Stessa scuola del padre», mentre Cristina lamenta i rischi del lavorare insieme: «Si parla sempre di lavoro anche a casa, soprattutto con un marito che è un editor bravissimo come Riccardo, capace di orientare la scrittura. Il pericolo è che la vita privata diventi piccola piccola». Progettano un film su Clara Wieck e Robert Schumann, vorticosa coppia musicale e romantica complicata dal triangolo con Brahms, innamorato di Clara. Nella produzione interverranno gli americani, che corteggiano la Comencini dopo l´Oscar sfiorato da La bestia nel cuore. «Quella di Clara e Robert era un´unione anacronistica perché si amavano», sostiene lei. «Fino a cent´anni fa non si poneva il problema, valevano le convenzioni, al prezzo dell´infelicità, ma i ruoli erano stabili e distinti. L´amore voluto e trovato è un´occasione della modernità che rende tutto più arduo e precario: i sentimenti vissuti portano ricchezza e richieste alte. Desiderare un matrimonio d´amore è interessante, pretenderne uno in cui l´amore è al massimo a ogni istante diventa un incubo». Veri nel dialogo e fantasiosi nelle soluzioni («certo che litighiamo, e anche in modo acceso, però si cerca sempre un´intesa»), Cristina e Riccardo, pur essendo sposati, sono a favore di un patto tra conviventi libero e riconosciuto per diritto: «La politica, al solito, segue a rilento le modificazioni della società. I giovani hanno già portato alle estreme conseguenze l´idea che è solo l´amore a sancire la coppia. Persino i cattolici, nei fatti, sono più avanti del modo in cui si rappresentano. La verità è che conta il vincolo affettivo».