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 2007  agosto 15 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

LONDRA – Due o tre dentoni soli che si affacciano fra le labbra screpolate, i capelli appiccicati alla fronte che gronda di sudore, gli occhioni liquidi fissi su un punto della strada davanti. E le gambe come stantuffi, le gambe di un uomo assai forte, un campione adulto, perché riescono a correre anche per 65 chilometri a 45 gradi all’ombra; e fra un mese o due avrebbero cercato di correre quasi 10 volte tanto, per 500 chilometri di fila, se la pietà o l’indignazione di qualcuno non le avesse fermate.
Questo è Budhia Singh, maratoneta indiano, 6 anni appena compiuti, orfano di padre, figlio della lavapiatti analfabeta Sunkati Singh, e già fonte di redditi d’oro per Biranchi Das, il suo allenatore: «Il piccolino è un atleta nato – ha sempre detto l’uomo, ex-allenatore di judo e oggi milionario – e io sono riuscito a valorizzarlo: il suo segreto sta nel suo sangue, nel Dna». Ma anche, lo si è appena accertato, nelle torture che proprio l’allenatore infliggeva al «piccolino»: quando era troppo stanco per correre lo picchiava a sangue, lo appendeva per le braccia alle tubature della palestra, gli spruzzava addosso l’acqua bollente. Mamma Sunkati, che ha altri 3 figli e che anni fa aveva venduto Budhia per 30 euro a un vicino di casa, ha finalmente detto tutto, e i medici hanno trovato le conferme della sua denuncia: lividi, graffi, piccole piaghe sul torace, nei punti solitamente nascosti dalla maglietta di gara o da altri indumenti.
Biranchi è stato così arrestato. Ora, dal carcere, grida al complotto governativo: è furioso, anche perché a suo tempo lui ha «ricomprato » Budhia dall’uomo a cui lo aveva venduto la madre, perciò se ne considera il padre o meglio il padrone. E dice di essere stato incastrato dal tribunale dei minori nella sua città di Bhubaneshwar, stato indiano dell’Orissa: «Perseguitano me, ma perché non si occupano di tutti i bambini affamati che chiedono l’elemosina per le strade?». In altre parole: i magistrati e i politici avrebbero inventato tutto per sottrarre a Biranchi Das quel pulcino, che già così piccolo regalava uova d’oro. Ma le autorità locali si dicono sicure del fatto loro: «Queste sono torture, questo è sfruttamento». Già un paio di mesi fa, dopo qualche parola della madre che non era però sfociata in una vera denuncia, Biranchi aveva reagito con pesanti minacce, e la polizia aveva assegnato una scorta alla donna e al bambino. Ma prima, per quasi 3 anni, tutto era andato secondo i voleri di Biranchi. Che aveva «scoperto» il bambino quando aveva solo 3 anni e mezzo, e del tutto per caso, a sentire lui: «Selezionavo i piccoli per lo judo e Budhia era molto vivace, prepotente, angariava gli altri della sua età o anche più grandi. Così un giorno, in palestra, lo misi in castigo. Dovevo uscire, e gli dissi di correre nel cortile, fino al mio ritorno. Ma tornai solo dopo 5 ore, per impegni imprevisti, e lui era ancora lì che correva: non credevo ai miei occhi». Biranchi andò così dal primo «padrone» di Budhia e gli restituì le rupie – equivalenti a circa 30 euro – che aveva speso per comprarlo. Poi diede inizio agli allenamenti, aggiungendo ogni giorno qualche decina di metri in più.
L’ultima volta che Budhia ha corso «professionalmente », a 5 anni di età, su quegli incredibili 65 chilometri da Puri a Bhubaneshwar e durante una delle peggiori ondate di caldo mai registrate nello stato dell’Orissa, stava per finire in tragedia: il bambino è crollato svenuto sul traguardo, i medici hanno parlato di «stato di esaurimento totale causato da disidratazione e fatica». E di «anemia, denutrizione, stato di stress cardiaco ».
Un po’ di riposo, ha detto invece Biranchi, e tutto passerà. Annunciando subito dopo la sfida successiva: una maratona di 500 chilometri fino a Calcutta. Obiettivo: finire nel libro mondiale dei primati, il Guinness, e naturalmente raccogliere premi e sponsorizzazioni. Ma a quel punto sono intervenute le autorità, e hanno avviato le prime indagini, ancor prima che la madre si decidesse a parlare («Dei soldi che Biranchi guadagnava grazie a Budhia – si è lamentata fra l’altro – io non ho mai visto quasi nulla »).
Per allenarsi, fino all’altro ieri, Budhia era costretto a correre tutti i giorni per 20 chilometri, e due volte alla settimana per 45 chilometri. Sveglia alle 5, «stretching» o stiramenti, corsa fino a mezzogiorno, pranzo («uova, latte, carne e soia, mentre prima quel poverino inghiottiva solo qualche boccone di riso», protesta Biranchi), poi la siesta, e dalle 16 di nuovo corsa, fino a sera. Se no, botte e digiuno. Budhia, quando i giornalisti locali gli chiedevano qualcosa, diceva di esser contento così. Ma era troppo, davvero, perfino per un Paese dove i ragazzini non sono certo privilegiati.