Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 15/8/2007, 15 agosto 2007
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO – La differenza sta in una lettera del cognome, la «i» anziché la «j», ma la pronuncia non cambia. E così il parallelo letterario è quasi automatico, anche se sono diversi il contesto e i protagonisti. Ma c’entra sempre la Sicilia, quella che appassionava Leonardo Sciascia, affascinato dalla «scomparsa di Majorana » fino a dedicare un libro all’incerto destino del brillante scienziato allievo di Enrico Fermi. Fatti del 1938, narrati nel 1975.
Oggi, a quasi settant’anni di distanza, a Palermo va in scena «La scomparsa dei Maiorana», padre e figlio di cui non si sa nulla da venerdì 3 agosto, inghiottiti nel mistero di un appuntamento da quale non sono mai tornati.
Il padre, Antonio Maiorana, ha 47 anni, professione «consulente », che significa tutto e niente. Il figlio Stefano 22 anni, studente in Giurisprudenza, era un suo collaboratore, altra definizione troppo generica per capire se è entrato casualmente nel «giallo », perché si trovava col genitore, o se anche lui fosse coinvolto nella storia di cui non si conosce la fine.
All’inizio, quando l’altro figlio ventunenne e la convivente di Antonio – una donna argentina di dieci anni più giovane – hanno denunciato la sparizione ai carabinieri (con un giorno di ritardo) s’è parlato di un imprenditore incensurato, senza problemi e ben visto da tutti. Poi è venuto fuori un altro quadro: il signor Maiorana è uno che «sbriga faccende» e «risolve problemi». Ed era interessato a una cooperativa che a Isola delle Femmine, pochi chilometri a ovest di Palermo, verso l’aeroporto intitolato a Falcone e Borsellino, ha costruito una cinquantina di appartamenti, prezzo medio 150.000 euro l’uno. Un affare da sette milioni e mezzo, almeno. Ma non poteva intestarsi le quote della società Calliope Immobiliare perché «protestato». Dieci giorni prima di sparire, il 24 luglio, ha portato la convivente dal notaio per accreditarle il 50 cinquanta per cento della Calliope. L’altra metà risulta di un tale Francesco Lopez, amico d’infanzia di Maiorana.
Dietro questa società e dietro la Edilia Srl che ha sede presso lo stesso indirizzo di Palermo ci sono nomi e riferimenti che portano a Francesco Paolo Alamia, costruttore ed ex assessore comunale ai tempi di Vito Ciancimino, il sindaco democristiano condannato per mafia. Interrogato dai carabinieri, ha detto di non avere indizi o sospetti che possano aiutare a far luce sulla scomparsa dei Maiorana. Ma per investigatori e inquirenti, la soluzione del «giallo» va cercata lì, negli affari che circolano intorno a quel cantiere. E non solo perché a Isola delle Femmine Antonio e Francesco sono stati visti l’ultima volta, la mattina del 3 agosto.
Hanno detto che andavano a prendere un caffè e sono saliti sulla Smart ritrovata, dopo la denuncia, al parcheggio dell’aeroporto Falcone- Borsellino. Era regolarmente chiusa, ora la stanno esaminando gli specialisti del Ris, alla ricerca di impronte e tracce utili. Antonio s’era alzato presto, e aveva salutato la convivente alle 6 e mezzo; Stefano aveva fatto la stessa cosa col fratello Marco (che ancora dormiva) nella casa in cui abita con lui e con la madre.
Marco ha cominciato a chiamare dalle 8,30. Il telefonino di Stefano era spento, quello del padre ha squillato a vuoto per un po’, poi nessun segnale. I tabulati delle ultime chiamate fatte e ricevute, a quanto si sa, non hanno fornito indicazioni particolari. Come pure l’analisi del computer portatile con cui lavorava Maiorana. «Mi ha riferito che svolgeva attività di consulente, ma non so niente di più preciso», ha detto ai carabinieri la donna che convive con Antonio dal luglio scorso, dopo averlo conosciuto in un villaggio turistico nel marzo 2006. «Non so dire se vi fossero problemi in cantiere con qualche dipendente», ha aggiunto. Ma tutto quello che lei e gli altri testimoni hanno raccontato finora, secondo gli investigatori è troppo poco. Ed è stato ottenuto con qualche fatica.
La coincidenza tra la sparizione e l’intestazione a nome della donna di una parte della società, assieme alla vendita dei primi appartamenti – e dunque alla realizzazione dei primi guadagni – è quello che più insospettisce chi indaga. Convinto che la macchina parcheggiata all’aeroporto indichi il luogo dell’ultimo, misterioso appuntamento, o un depistaggio a opera di chi ha fatto sparire i Maiorana. Alla fuga volontaria non crede più nessuno. Sia per l’assenza di attività preparatorie o successive (movimenti di denaro, pagamenti con carte di credito, e così via), sia perché ad escluderla sono gli stessi familiari.
«Non possono essere partiti per ignota destinazione senza che mi informassero delle loro intenzioni », ha assicurato la convivente di Antonio. E così il figlio. Agli atti dell’inchiesta è finita pure la relazione di uno psichiatra che ha avuto in cura il padre per un periodo. Descrive una personalità complessa, che alternava improvvisi scatti d’ira a momenti di grande disponibilità verso il prossimo.
A ben vedere è un’altra, suggestiva analogia tra questa storia e la scomparsa di Majorana, giacché lo scienziato soffriva di disturbi nervosi. In quel caso l’alternativa che appassionò Sciascia era tra il suicidio e un consapevole allontanamento, per rifugiarsi chissà dove. Sui Maiorana l’inchiesta è partita con l’ipotesi di un sequestro di persona, ma sta per scivolare verso il duplice omicidio. «Lupara bianca», si dice in terra di mafia. E nessuno dubita che pure a Isola delle Femmine, epicentro della potenza del boss Salvatore Lo Piccolo, tutto avvenga sotto il controllo della mafia. Anche le attività dei cantieri edili.