Stefano Semerario, La Stampa 13/8/2007, 13 agosto 2007
Se vuoi giocare a tennis a San Quintino - sì, la San Quentin State Prison, il carcere più antico di San Francisco, dove fra i tanti ha soggiornato fino all’89 anche Charles Manson - non devi vestire di bianco
Se vuoi giocare a tennis a San Quintino - sì, la San Quentin State Prison, il carcere più antico di San Francisco, dove fra i tanti ha soggiornato fino all’89 anche Charles Manson - non devi vestire di bianco. E neppure di blu, grigio o arancione. Per non confonderti con detenuti e agenti. Dopo un punto vinto in doppio, poi, non è consigliabile dare un «cinque» al tuo compagno. Ogni mossa di troppo è a tuo rischio e pericolo, perché nel caso che qualche avversario scontento dell’andamento del match decida di prenderti in ostaggio, ricordatelo, lo Stato della California non tratterà in alcun modo per ottenere la tua liberazione. Questo è quanto spiega ai suoi rari ospiti «liberi» Don DeNevi, 69 anni, il responsabile del programma tennistico di una delle più famose, tristemente famose, visto che ogni condannato a morte nello stato della California passa di lì, prigioni degli Stati Uniti. La cosa ironica è che DeNevi, autore di oltre trenta libri, compreso una storia del tennis scritta a quattro mani con Tony Trabert, il grande campione americano degli anni ’50, ha prodotto anche il volume che ha svelato tutti i misteri sull’unica fuga riuscita da Alcatraz, quella del 1962. Quando non è seduto al computer per partorire nuove opere oggi DeNevi si dedica soprattutto a organizzare il tempo libero degli «inmates», dei ragazzi dentro, i detenuti di San Quintino. L’Inside Tennis Club, il circolo molto privato del carcere, è uno dei luoghi di ritrovo preferiti degli atleti con molta storia ma senza libertà che soggiornano fra le vecchie mura del 1852. Gli orari, va detto, sono particolari, anche loro molto ristretti: si gioca di sabato, dalle 7 del mattino alle 4 del pomeriggio. E basta. I frequentatori più assidui sono una quindicina, quasi tutti uomini con alle spalle omicidi di primo o secondo grado, ergastolani che nella vita hanno tirato un dritto o un rovescio troppo feroce senza usare la racchetta ma che godono di permessi di libertà vigilata. Il veterano del progetto è, anzi era, visto che da poco è stato trasferito in un altro carcere in attesa di essere liberato o espulso verso il natio Perù, Juan Arevalo. Nel 1978, il giorno di Natale, uccise la sua fidanzata. Oggi ha 57 anni, in prigione si è preso un diploma in consulenza matrimoniale (oh yes) e si occupa di assistenza alle donne che hanno subito molestie sessuali. Legge la Bibbia, e dal ’93 fino a pochi mesi fa è stato il guru dell’Inside Tennis Club. «Qui con il tennis si possono fare molte cose», ha raccontato Arevalo ad un inviato di Inside Tennis, la rivista specializzata americana, che è riuscito a contattarlo e a farsi invitare per qualche ora di palleggio nel più reclusivo tennis club degli States. «L’integrazione razziale è solo la prima. E’ impressionante quanto possa influire il tennis sui giovani e i vecchi detenuti che decidono di seguire questo programma. All’inizio sono diffidenti, aggressivi. Dopo due o tre settimane che stanno fra di noi vedi il miracolo compiersi sotto i tuoi occhi. Si sciolgono. Capiscono che non ci sono battaglie da combattere. Che noi del tennis siamo diversi. Riusciamo a educarli senza neppure aprire bocca». Del gruppo fanno parte anche Bert Boatman, 41 anni, nero, che prima di finire a San Quintino dopo una rapina finita male non aveva mai preso in mano una racchetta, e Raphael Calix, un altro uxoricida - forse tennis e matrimonio sono destinati a non andare d’accordo… - che a differenza del muscoloso Bert in gioventù è stato anche una promessa della racchetta, con tanto di borsa di studio alla California State. Ammirava Connors e Ashe, ora scambia palleggi serrati con Squirrell Johnson, un mancino dalla tecnica non raffinatissima che però gli ricorda tanto il vecchio Jimbo. Malik Harris nella vita voleva fare lo sceneggiatiore, ma è finito in un pessimo copione fatto di gang, violenza, stupri. Rimarrà a San Quintino fino al 2018, ma, ha spiegato nella sua intervista a Inside Tennis, «Il tennis è un’occasione per cambiare la mia vita. La mia vita che è iniziata adesso». Sarà per questo effetto benefico, endorfinico e rasserenante, che McEnroe e Bjorn Borg non si rassegnano ad appendere la racchetta al chiodo? Non che manchino, nella storia del tennis, esempi illustri di campioni finiti al gabbio. Il finalista di Wimbledon 1879, Vere St.Thomas Leger Gold, morì addirittura nella Guiana francese dopo essere stato condannato, insieme alla moglie, per l’omicidio di una donna. Il grandissimo Bill Tilden fu arrestato due volte, causa la sua passione proibita per gli adolescenti, nel ’46 e nel ’49, e scontò complessivamente 17 mesi. Una condanna per pedofilia è costata tre anni anche a Pete Fischer, il primo maestro di Pete Sampras. Gottfried von Cramm negli anni ’30 fu imprigionato per più nobili motivi - era un oppositore di Hitler, anche se la scusa fu la sua omosessualità - Jennifer Capriati ha passato qualche giorno in guardina per un furtarello e per possesso di marijuana nel ’93 e nel ’94, mentre Roscoe Tanner, finalista a Wimbledon nel 1979, grande specialista in truffe e debiti non pagati, oltre che in servizi fulminanti, entra ed esce di prigione con sconfortante regolarità. Oggi il centre (e unico) court dell’Inside Tennis Club piacerebbe anche a loro. Originariamente disegnato su un pavimento sconnesso e pieno di crepe, con in mezzo una rete da pollaio tenuta su da un tubo d’acciaio a fare da net, è stato riparato da una ditta locale e ricoperto da un manto sintetico e dotato di una rete regolamentare offerti dalla Plexipave, una delle aziende leader nel settore, che realizza campi anche per il circuito pro. Forse è qualche centimetro più corto del normale, ma per Calix resta «il campo dei sogni». Per Helle Viragh, l’ex tennista che fra il ’74 e il ’78 ha giocato in Fed Cup per la Danimarca, e che oggi fa da aiutante di DeNevi, il tennis invece è uno strumento quasi mistico: «E’ incredibile ascoltare i discorsi che si fanno qui. La gente cerca la propria anima, su questo campo. Quando non posso venire, con la mente mi accorgo di essere qui». Prigioniera, anche lei, di un circolo stranamente virtuoso. Stampa Articolo