Marco Ventura, La Stampa 13/8/2007, 13 agosto 2007
Il delitto In una discarica abusiva sulla via Prenestina a Roma viene trovato, chiuso in un sacco della nettezza urbana, il cadavere di Domenico Semeraro, 44 anni, di professione imbalsamatore
Il delitto In una discarica abusiva sulla via Prenestina a Roma viene trovato, chiuso in un sacco della nettezza urbana, il cadavere di Domenico Semeraro, 44 anni, di professione imbalsamatore. E’ l’alba del 26 aprile 1990. Semeraro, noto come «il nano della stazione Termini» è conosciuto come omosessuale da polizia e carabinieri. L’uomo viene strangolato con un foulard. La condanna Per il delitto viene arrestato Armando Lovaglio, che, il 13 maggio 1991, sarà condannato a 15 anni di reclusione per l’omicidio e l’occultamento del cadavere. Assolta invece dall’accusa di omicidio, per non avere commesso il fatto, Michela Palazzini, condannata però alla pena di un anno di reclusione, con la condizionale, per il solo reato di concorso in occultamento di cadavere. Il film La storia del nano di Termini ha ispirato anche il cinema: il regista Matteo Garrone ha diretto nel 2002 il film L’imbalsamatore. L’attore Valerio Foglia Manzillo ha interpretato la parte di Diego, l’alter ego di Semeraro (che nel film si chiamava Profeta, come un famoso serial killer). MARCO VENTURA ROMA Due porte d’ingresso e quattro stanze. Viale Castro Pretorio 30, interni 4 e 5, la notte del 25 aprile 1990. Al piano rialzato, due finestre sulla strada che conduce alla stazione e due sul cortile interno, nel laboratorio di tassidermia «IgorZ» (che ospita, oggi, l’associazione politica Humanitas), Armando Lovaglio, 21 anni, bruno, longilineo, bello, lunghe ciglia e occhi nerissimi, strangola con un foulard azzurro a pois bianchi Domenico Semeraro, 44 anni, un metro e 30 centimetri d’altezza e cinquanta di peso, «il nano di Termini», imbalsamatore d’animali, gay, adescatore di adolescenti, spacciatore di droga. «Mimmo», come lo chiama il ragazzo, ha plagiato Armando in quattro anni con regali, blandizie e ricatti, fino a tentare d’impedirgli una vita normale con la fidanzata, Michela, 20 anni, bionda, carina e di carattere, segretaria dell’imbalsamatore come Armando ne è l’assistente. I due giovani si sono innamorati e dopo un primo aborto hanno adesso una bambina e potrebbero sposarsi. La colpa di Mimmo, ricorderà dal carcere Lovaglio, è stata quella di avergli «schiacciato la mente, rendendola ottusa e priva di forza». Un racconto quasi banale, il suo. Il sogno della moto «Ero stato bocciato a scuola, e confesso che la cosa che mi bruciava di più era a quel punto l’impossibilità di chiedere a mio padre una moto in regalo. Per questo decisi di trovarmi un lavoro e guadagnarmi i soldi necessari. Così lessi quell’annuncio su Porta Portese». Non c’è Internet, nel 1986. Il nano pubblica annunci gratuiti con richiesta di ragazzi non oltre i vent’anni, disposti a lavoretti saltuari. «Mimmo aveva bisogno di un aiuto nel suo laboratorio. Non mi fece una grande impressione, a parte il suo aspetto fisico... Era, non so, strano; così disponibile, così gentile. Io gli spiegai subito qual era il mio obiettivo: volevo comprarmi una motocicletta e lui, con un sorriso, mi rispose che per quello non c’era nessun problema. Stetti a guardarlo per un po’: possibile che quel sorriso bastava a realizzare un sogno...? Proprio così: fu quella la molla di tutto. Sì, la moto fu la molla di tutto». Ne sono passati altri di diciassettenni per il laboratorio di Mimmo, che bilancia la mostruosità fisica con la cortesia, seduttore disperato che «battezza» le sue prede umane Titti, Ciuffi, Az, Oris, Xx, le paralizza con la sua parlantina e le magie demoniache, un po’ come fissa la vita e la morte dei cani e delle volpi dall’occhio di vetro che lo circondano. C’è una sua foto, la testa grossa e la fronte calva, il corpo di bambolotto cresciuto, in groppa a un leone, mentre sorride a un bel ragazzo bruno in costume che cavalca una leonessa accovacciata accanto, cingendole il collo. Ma Armando è diverso dagli altri. Il nano se ne innamora, lo vuole tutto per lui, lo irretisce, prima scambiando un Ciao e una Vespa con quella Honda Nsf 125 che nell’86 vale 4 milioni e mezzo di lire, poi facendogli ottenere la patente, quindi ospitandolo nelle quattro stanze del Castro Pretorio: una di segreteria, dove c’è Michela, una più grande per i lavori, le più sacrificate per dormire e la cucina. Il nano ha insegnato negli istituti tecnici, è apparso sui rotocalchi come «il professore più piccolo d’Italia», spiegando che a lui le donne «piacciono altissime, sui due metri, purché molto sexy». Espulso per molestie, si è dato agli animali impagliati sfruttando le sue manine, arrotonda come segretario dell’Istituto cinematografico «Rossellini», figurando anche come comparsa nel film di Lucio Fulci del 1972, «Non si sevizia un paperino». La cronaca lo riscopre il 26 aprile ’90, quando il suo corpo emerge da una discarica abusiva di via Lunghezzina al Prenestino, chiuso in un sacco dell’immondizia. Racconta Lovaglio che «il professore» lo ha aggredito con un bisturi la notte del «chiarimento» fra loro tre: Mimmo, Armando e Michela. Di mezzo c’erano foto porno scattate ai ragazzi, droga e minacce. Quando il nano cade a terra, il ragazzo lo finisce a calci. «Mi sono sentito - dirà - come se avessi finalmente trovato la chiave del lucchetto che ci teneva tutti legati». C’è da stupirsi se la storia ha ispirato un film, «L’imbalsamatore», di Matteo Garrone, cult movie dell’horror presentato a Cannes nel 2002? Protagonisti: Peppino, Valerio e Deborah. Ma il palazzo, quasi avesse una sua vita, ne ha viste anche altre. Una che sembra quasi la vendetta postuma di Mimmo. «Quei due ragazzi, Armando e Michela - ricorda un’inquilina -, avevano tutte le attenuanti. Non c’era l’ascensore all’epoca, salendo le scale trovavamo di tutto. Si diceva che il nano passasse la droga in strada attraverso la finestra, si sentiva l’odore della roba scaldata..Io abitavo in alto. Il 16 agosto 1994 sentii un gran trambusto in uno degli appartamenti sotto, scesi le scale, la porta era mezza aperta, parlavano concitatamente, imboccai il portone, buttai la spazzatura nei cassonetti e.... vidi l’ambulanza». Un ventisettenne, Alessandro, con disturbi psichici, che viveva al 30 con i genitori e la sorella, rimorchiava pure lui giovanotti alla stazione, quella notte un ventenne che all’alba fu da lui accoltellato alle spalle e al torace, vivo e cosciente quando fu portato in ospedale, dove morì. «Alessandro scese in strada - racconta l’inquilina - nudo, coperto di sangue e con l’asciugamano avvolto ai fianchi». Era alto e robusto, come Armando. La vittima, invece, era un mingherlino. Stavolta le cose erano andate all’opposto. Fu un bravo funzionario della squadra mobile a spiegare l’accaduto ai giornalisti. Si chiamava Nicola Calipari. L’ufficio Umanità Ci fu pure un medico omosessuale trovato nel suo appartamento, sempre al numero 30, legato a una sedia e massacrato di botte. Ma erano gli anni in cui c’era ancora il nano con i suoi adolescenti e un pastore tedesco, prima che qualcuno glielo uccidesse col veleno. Strano palazzo, davvero. Oggi ospita avvocati, psicologi, sigle sindacali, una scuola d’inglese, e quest’associazione politica, che nelle stanze in cui l’umanità ha dato prova di poter essere più bestiale degli animali impagliati del «nano della stazione Termini», ha insediato il suo logo, Humanitas, già con Forza Italia e oggi con il movimento autonomista Mpa. Nulla a che fare, è ovvio, con la storia del palazzo e il suo passato da incubo. Là dove si è consumato uno dei più disgustosi delitti di quegli anni a Roma, in un sinistro coacervo di sofferenze, crudeltà e destini individuali, ci sono ora gli asettici locali di un ufficio intitolato all’Umanità.