Andrea Romano, La Stampa13/8/2007, 13 agosto 2007
Il senso del ritmo conta anche in politica internazionale, dove persino i propositi più saggi finiscono per suonare stonati se si decide di entrare fuori tempo
Il senso del ritmo conta anche in politica internazionale, dove persino i propositi più saggi finiscono per suonare stonati se si decide di entrare fuori tempo. Prendiamo ad esempio quanto detto ieri da Romano Prodi a proposito delle prospettive di pace in Israele e Palestina. « un conflitto globale che coinvolge tutta la terra e che richiede l’impegno addirittura della Cina». Fin qui niente da obiettare, puro buonsenso. Il disordine mediorientale è tale che finanche Pechino potrebbe dare una mano. Ma quando Prodi dice che «Hamas esiste, è una struttura molto complessa che dobbiamo aiutare a evolvere», viene da pensare che il presidente del Consiglio abbia scelto il momento sbagliato per formulare un auspicio così assennato. Perché non c’è chi non esulterebbe per una possibile evoluzione di Hamas, da cui tali e tanti benefici potrebbero venire per il negoziato di pace, se solo quell’organizzazione tanto complessa mostrasse la più blanda disponibilità a partecipare a una qualsiasi trattativa. Perché sta di fatto che, nelle ultime settimane, Hamas ha promosso e coordinato un colpo di Stato nella striscia di Gaza, smantellando nel sangue le istituzioni legittime e democratiche dell’Anp; ha rifiutato qualsiasi eventualità di collaborare con una forza multilaterale di interposizione, verso la quale Israele mostra per la prima volta segni di disponibilità; e soprattutto ha ribadito di non avere alcuna intenzione di accettare le tre condizioni poste dalla comunità internazionale: riconoscimento di Israele, fine della violenza e rispetto per gli accordi di pace già stipulati. Sono questi i termini concreti sui quali il mondo sta misurando la reale «evoluzione» di Hamas, non già la sua minore o maggiore capacità di rappresentare una fetta della popolazione palestinese. Tanto più se le supposte qualità democratiche di Hamas sono state appena smentite dall’opposizione dei suoi dirigenti alle elezioni anticipate proposte da Abu Mazen qualche giorno fa. D’altra parte, sulla base di quei termini il Quartetto mediorientale - nella sua ultima riunione del 19 luglio a Lisbona - ha ribadito l’autoesclusione del movimento islamista dai prossimi passi del negoziato. A quella riunione, giova ricordarlo, hanno preso parte non solo il segretario generale dell’Onu ma anche il ministro degli Esteri portoghese in rappresentanza dell’Unione europea e Sergej Lavrov in rappresentanza di Vladimir Putin. E proprio da Mosca, qualche giorno dopo, è venuta la conferma dell’appoggio pieno e convinto del Cremlino ad Abu Mazen, in quanto «legittimo dirigente del popolo palestinese». Insomma, è difficile evitare la sensazione che la comunità internazionale sia impegnata con eguale forza a sostenere l’autorità di Abu Mazen e a rinsaldare l’isolamento in cui Hamas si è confinata dopo il golpe di giugno. Si tratta di una congiuntura favorevole e tutt’altro che scontata, se ricordiamo le tante occasioni anche recenti in cui le divisioni tra gli interlocutori palestinesi si sono ripercosse sull’asse Mosca-Washington-Unione europea. Forse domani torneremo a commentare quelle tensioni, ma oggi non è così. E in questa finestra di opportunità Ehud Olmert può recarsi in visita a Gerico per concordare con Abu Mazen politiche comuni per la sicurezza in Cisgiordania, mentre le diplomazie di Giordania, Egitto e Israele tornano a discutere del piano di pace della Lega araba. Eppure l’Italia, per voce del suo capo di governo, si distingue da questo fragile concerto per l’auspicio che Hamas evolva verso qualcosa di enormemente lontano da ciò che essa concretamente appare agli occhi del mondo. Il diritto di auspicare non si nega a nessuno, ci mancherebbe. Sarebbe stato meglio se i responsabili della nostra politica estera avessero atteso il momento giusto per formulare i pronostici più audaci. A meno di non voler pensare che ieri Prodi abbia voluto inviare un segnale di buona volontà a quella parte della sua coalizione che è stata recentemente bastonata sui temi di politica economica ma che, a corto di mitologie, guarda ad Hamas come a un eroico movimento di liberazione dall’oppressione sionista. www.lastampa.it/romano Stampa Articolo