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 2007  agosto 13 Lunedì calendario

Il costo della politica è un rapporto: fra le sue spese e il suo prodotto. alto per le tante spese ma anche per lo scarso prodotto della politica

Il costo della politica è un rapporto: fra le sue spese e il suo prodotto. alto per le tante spese ma anche per lo scarso prodotto della politica. Saremmo meno infastiditi dalle «auto blu» se vedessimo più risultati dalla loro circolazione. La carenza del prodotto della politica ha due aspetti. Innanzitutto, l’inadeguatezza dei servizi pubblici. La politica si propone ai cittadini con l’atteggiamento demiurgico di chi vuole dirigerne i destini e promuoverne i valori e tralascia di concentrarsi sul suo compito essenziale: gestire bene l’amministrazione pubblica. Un secondo aspetto della carenza di produttività della politica, che il fumo demiurgico cerca di nascondere, è la sua impotenza. I politici hanno un potere appariscente e costoso, ma debole. Li accusiamo di sete di potere, di prevaricare col loro potere le nostre libertà. Ma di che potere si tratta? Soprattutto di mantenere clienti, uffici, relazioni, spazi mediatici necessari per rimanere al potere. L’«auto blu» rappresenta un potere autoreferenziale che intralcia il traffico senza governarlo. Luca Ricolfi ha usato la bella espressione «slegare il mercato» per sollecitare i politici a liberare le potenzialità della società e dell’economia dai lacci che limitano la competizione, sacrificano il merito, ostacolano l’efficienza. I lacci da slegare sono però manifestazione dell’impotenza più che dello strapotere dei politici. Non li slegano per non disturbare gli equilibri che i lacci preservano e che loro proteggono in cambio di consenso. La questione dei lacci ci ricorda la burocrazia. La burocrazia pubblica ci appare spesso come un potere prevaricante e arbitrario. Ma il potere burocratico non va confuso con quello politico. La politica mostra anzi la sua debolezza anche nell’incapacità di governare la burocrazia. Con la quale il politico stabilisce un rapporto di parassitismo, usandola e difendendola. Ma spesso a costo di subirne anche lui i ricatti, perché essa è il braccio con cui può irradiare negli angoli più riposti della società i meccanismi di scambio di favori con cui mantiene il suo consenso. Ma questo è potere di sopravvivere, non di governare. Com’è ansia di sopravvivere la curiosità intrusiva con cui i politici guardano a certi affari delle banche, ad esempio, come se potessero e sapessero veramente governarle mentre vogliono solo mendicarne l’attenzione necessaria per cercare di impostare anche con loro qualche scambio di favori. I due aspetti dell’improduttività della politica sono collegati: la carenza di servizi pubblici è anche frutto dell’impotenza e questa è alimentata dalla scarsa legittimazione di cui soffrono i politici perché non producono i servizi di cui la società ha bisogno. A ciò è giusto cercar rimedio con riforme istituzionali che aumentino insieme i poteri e i doveri dei politici nonché la trasparenza e l’efficacia con cui gli elettori possono sceglierli, controllare il loro operato e licenziarli quando non funzionano. Ma forse non basta. Non basta, ad esempio, rimediare alla debolezza di maggioranze di coalizione raccogliticce o aumentare i poteri dell’esecutivo facendo risaltare maggiormente la responsabilità dei leader. provato che la politica può rimanere improduttiva e impotente anche quando ha forti leader sorretti da ampie maggioranze. consueto, a questo proposito, ricordare la pagella di Berlusconi e del suo centrodestra. Ma vi sono altre prove. Si pensi ai comuni, il cui sistema elettorale è considerato un modello da imitare a livello nazionale e che alla scalata del potere nazionale propongono le personalità dei loro sindaci, che hanno solido mandato diretto e spiccano nei media. Forse che la politica locale è più produttiva e meno impotente di quella nazionale? Per rispondere compiutamente occorrerebbe discutere la questione del federalismo. Ma a me sembra che se Prodi e Padoa-Schioppa non riescono a produrre un servizio carcerario che eviti l’imbarbarimento dei detenuti e gli indulti, e sono impotenti a ristrutturare, vendere o liquidare sollecitamente l’Alitalia, il sindaco di Milano non è messo molto meglio. Non è in grado di togliere le bancarelle dalla circonvallazione principale della città né di mantenere la decenza del traffico, nemmeno nella via più elegante della città. Dopodiché Prodi e Padoa-Schioppa abbondano di demiurgici proclami sull’equilibrio fra crescita ed equità, mentre Letizia Moratti promette straordinari expo internazionali. Stanno mascherando la loro improduttività, la loro debolezza? Non è un problema solo italiano: anche i confronti internazionali mostrano che la politica può risultare improduttiva e impotente, e perciò inutilmente ingombrante e appariscente, indipendentemente dal suo colore e dalla cornice istituzionale in cui opera. Che fare per rimediare? Oltre a un comodo «parliamone» ho solo da proporre un sospetto. Che la buona politica sia offerta poco perché è poco domandata dai singoli cittadini. Che la protesta per i costi della politica sia soprattutto una fuga dall’impegno personale, una cinica, sfiduciata, opportunistica richiesta di «meno politica», indipendentemente dalla sua qualità. Una lamentela controproducente perché offre ai politici l’appiglio di una controprotesta, con la quale rivendicano, giustamente e astrattamente, il primato della politica. Con parole altisonanti e velleitarie che, in circolo vizioso, scoraggiano la domanda di buona politica. Come si può rompere questo circolo vizioso? franco.bruni@uni-bocconi.it CONTINUA A PAGINA 27 Stampa Articolo