Renzo Guolo, la Repubblica 13/8/2007, 13 agosto 2007
RENZO GUOLO
Non si fermano le impiccagioni in piazza in Iran: centocinquantasette dall´inizio dell´anno. Esecuzioni pubbliche che mescolano insieme tradizione e lati più deteriori della modernità: folle che gridano "Dio è grande"; tv e cellulari che fissano impietosamente il momento in cui la botola si apre. Macabre cerimonie che, qualunque sia il reato compiuto dai condannati, fanno discutere: dentro e fuori il paese. Come dimostra la dura reazione iraniana alla prese di posizione del governo italiano, accusato di ingerenze negli affari interni di Teheran per aver manifestato pubblicamente il suo dissenso per le esecuzioni.
Il giro di vite in un paese afflitto da piaghe di massa come il traffico di stupefacenti e la diffusione della tossicodipendenza, è diventato molto stretto. Tanto da sollevare il timore che i patiboli siano innalzati anche per gli oppositori politici. Teheran afferma che su quegli ultimi, fatidici, scalini salgono solo i criminali: definizione notoriamente estensiva nei regimi totalitari. Rischiano così il boia anche due giornalisti curdi che il Tribunale Rivoluzionario ha accusato di moharebeh, ovvero di "ostilità verso Dio". Accusa che nella Repubblica Islamica d´Iran è punita con la forca. Alla repressione contro la criminalità si affianca inoltre quella contro la "licenziosità" dei costumi. Istanza che sembra unificare la coalizione conservatrice che si regge, formalmente, sulla sempre più consumata intesa tra la fazione radicale, guidata dal presidente Ahmadinejad, e quella dei conservatori religiosi della Guida Khamenei. Anche in passato quelle fazioni hanno guardato alle esecuzioni e alle punizioni pubbliche come strumento per "disciplinare i corpi" e mettere in riga gli avversari. Conservatori religiosi e radicali hanno spinto sulla talebanizzazione del sistema almeno sin dai tempi del secondo mandato della presidenza Khatami. Servendosi della magistratura, che in Iran dipende di fatto dalla Guida, in passato le due fazioni hanno fatto della repressione generalizzata e su larga scala uno degli strumenti con cui hanno "normalizzato" lo schieramento riformista. Impotente davanti a misure che, nel dichiarato intento di voler contrastare la "depravazione e la corruzione morale", si allargavano al campo delle libertà, sfociando nella messa all´indice degli oppositori. Palesi o silenziosi: come le bad hejab, le donne mal velate, accusate dal regime di trasformare, attraverso un uso del velo che resiste alla mortificazione della soggettività femminile, la seduzione in sedizione. Oggi le "mal velate", che rifiutano ostinatamente di abbandonare i colori nell´abbigliamento o lasciano fuoriuscire dall´hejab una ciocca di capelli, sono nuovamente arrestate per strada. E l´offensiva moralizzatrice investe i luoghi e i momenti di aggregazione giovanile non strettamente privati, dai rock cafè ai rave party, oltre a colpire duramente i gay.
La condanna capitale, e soprattutto la sua ritualità pubblica, è la manifestazione estrema di questa pedagogia repressiva che, secondo i rigidi custodi dell´ortodossia di regime, mira a combattere i reati "contro Dio" e la "corruzione sulla terra". Misure che hanno sempre sollevato la contrarietà dei riformisti: quando governavano e ora che, dall´opposizione, cercano di divaricare l´alleanza sempre più friabile tra Khamenei e Ahmadinejad. All´opposto, i radicali guardano con favore alla stretta: difficile che in tali contingenze i riformisti o i pragmatici di Rafsanjani possano ricostituire un´alleanza, sia pure tattica, con la Guida Khamenei e lo schieramento che lo appoggia, che ne è l´ispiratore. Su punizioni pubbliche e stretta sui costumi è in corso, dunque, uno scontro che ha come posta il potere. Lo conferma la stessa vicenda Khatami, denunciato al Tribunale religioso di Qom da ferventi studenti di teologia legati alle fazioni dominanti. L´ex-presidente è accusato di aver dato la mano a due donne durante la sua recente visita italiana. La legge islamica proibisce agli uomini i contatti fisici con donne non appartenenti alla propria famiglia; ma proprio durante l´illusoria stagione riformista dell´era Khatami l´usanza delle strette di mano tra uomini e donne non legati da vincoli familiari si è diffusa. Una pratica che ha sollevato le dure reazioni degli ambienti più ortodossi del regime. Il video dell´incontro di Udine, finito in Rete attraverso You Tube, ha dato il via all´offensiva. Se fosse condannato dal tribunale di Qom, Khatami potrebbe persino perdere lo status clericale. I suoi nemici conseguirebbero poi un non meno importante obiettivo: delegittimare politicamente l´alleanza tra riformisti khatamisti e conservatori pragmatici, che ha preso forma durante l´ultima campagna per le amministrative e l´elezione dell´Assemblea degli Esperti, il cui esito è stato disastroso per Ahmadinejad. Più che l´improbabile, vociferata, ricandidatura di Khatami alle prossime presidenziali, la manovra mira a impedire che si coaguli un largo schieramento contro l´attuale presidente. Quanto alla Guida, le difficoltà degli avversari permettono a Khamenei di continuare quella politica dei "due forni" in salsa iraniana che gli consente di scegliere, di volta in volta, mantenendo la propria centralità, con quale fazione allearsi. Non di sole questioni etiche è intrisa la partita su esecuzioni e costumi che si gioca a Teheran.