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 2007  agosto 13 Lunedì calendario

LONDRA

«Degli Hitler e degli Himmler ci sbarazzeremo – scriveva nel 1944 il quotidiano inglese "Observer" – ma con gli Speer dovremo fare ancora i conti a lungo». Voleva dire: con professionisti così brillanti, e colti. Ma forse, aveva ragione anche in un altro senso: 63 anni dopo, Albert Speer junior, figlio primogenito dell’architetto di Hitler, sta ridisegnando Pechino in vista delle prossime Olimpiadi, per incarico del governo cinese; e la sua opera fa molto discutere.
Naturale, la ruota della storia ha girato. Ed è un altro uomo, lui, cresciuto in altre epoche: nato nel 1934, nell’anno in cui il padre veniva nominato architetto-capo del partito nazista, aveva i pantaloni corti quando lui finì davanti ai giudici di Norimberga; e non gli fu mai particolarmente legato, anche se scelse la stessa professione; non ne condivise mai le tendenze artistiche, l’ossessione della grandiosità. Al contrario, Speer junior è uno che professa di sognare città «progressiste», pensate per l’uomo e per una società aperta, rispettose dell’ambiente e delle libertà individuali. E se anche non fosse così, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli. Eppure, quest’ultimo progetto cinese risveglia memorie inquietanti: perché ricorda, per le dimensioni e l’aura imperiale, «Germania- Berlino», la faraonica «capitale del mondo » che Speer padre aveva progettato per «zio Adolf», come il piccolo Albert chiamava il dittatore nazista quando andava a trovarlo con i suoi, nella baita-castello di Obersalzberg.
La Pechino del 2008 disegnata da Speer figlio avrà infatti un asse centrale di chilometri, che collegherà la stazione ferroviaria più grande della Cina alla Città proibita e alla piazza Tienanmen, puntando poi al villaggio Olimpico: proprio come l’asse centrale, lungo 5 chilometri e largo 120 metri, e collegato a immense stazioni ferroviarie, che Speer padre aveva previsto per Germania-Berlino; e che mai nacque, perché prima morì il regime che l’aveva immaginato. Non solo: per far spazio ora alla nuova arteria pechinese, molte vecchie case verranno abbattute, e i loro abitanti – un milione e mezzo di persone, si calcola – dovranno andarsene altrove; proprio come i nuovi quartieri berlinesi, alla fine degli anni Trenta, trovarono spazio grazie agli sfratti e alle demolizioni che colpirono migliaia di proprietari ebrei, esiliati o deportati nei primi lager.
Le similitudini, a volerle cercare con qualche forzatura maligna, non finiscono qui. L’asse di Berlino era stata pensata così ampia nel timore di una rivolta interna: campo libero per le cannonate delle Ss sulle folle in marcia, né più né meno come Ceausescu penserà un giorno progettando
dal nostro inviato LUIGI OFFEDDU
i viali della sua Bucarest rossa; ma non è, pure la Cina di oggi, uno scenario in ebollizione, e le Olimpiadi un’occasione potenziale per proteste di popolo? E ancora: Albert junior crea gli stadi olimpici di Pechino così come Albert senior creò nel 1936 lo stadio Olimpico di Berlino, lo stesso da cui Hitler uscì furioso, quando il nero Jesse Owens salì sul podio; o le tribune di Norimberga illuminate a giorno dalle «cattedrali di luce», e progettate per i futuri «Giochi ariani» che avrebbero dovuto sostituire le Olimpiadi multietniche, una volta conquistato il mondo.
Poi: i cantieri di Pechino pullulano di lavoratori giunti da tutta l’Asia e dall’Africa, e sottoposti a condizioni di vita assai dure; come nel ”44, dicono i critici di oggi, nelle fabbriche sotterranee dirette dal neo-ministro agli Armamenti Speer faticavano i prigionieri polacchi e russi, o i deportati ebrei, chiamati a scongiurare – proprio loro! – la disfatta dei carcerieri.
Vale la rima cupa Berlino-Pechino, allora? E un uguale gusto urbanistico di sapore totalitario, un’uguale tentazione di ubris, di superbia di regime, nel 2008 come nel 1936? « il figlio che copia il padre – si è chiesto il giornale tedesco "Die Welt" – o vuole addirittura superarlo?».
«Sciocchezze – ha sempre ribattuto l’architetto Speer – la Berlino del 1930 era solo megalomania ». Lui, in Cina, ha già realizzato la «Detroit d’Oriente», la città dell’auto a Changcun. «E ora, a Pechino, cerco di trasportare nel futuro una città di duemila anni. Purtroppo, i confronti con mio padre sono inevitabili, lo so da quando vinsi il primo premio della mia carriera e la giuria sussultò nel vedere la firma sul progetto: ma come, dissero, Albert Speer? Non è nella prigione di Spandau?». Era lì, infatti, Albert senior, condannato a 20 anni. Ma non a morte, come Hermann Göring, e non all’ergastolo, come Rudolf Hess, perché considerato solo un esecutore indiretto, un «complice burocratico» delle atrocità naziste. Tornato in libertà, il vecchio Speer morì poi a Londra, il 1˚ settembre 1981, anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale. Lasciando dietro di sé un ultimo enigma: nel momento della morte, aveva al fianco una donna giovane, l’amante per la quale aveva abbandonato la moglie che l’aveva atteso anche nel tempo della prigionia. A lei, la moglie, non aveva riservato la stessa disperata fedeltà dimostrata nell’aprile 1945 al suo Führer: che Speer, rischiando la pelle su un piccolo aereo, era tornato a trovare nel bunker, in una Berlino nibelungica in fiamme. Era sempre stato il suo prediletto, del resto. L’unico del quale, disse, «Hitler avrebbe potuto diventare amico»: fino al sospetto dell’innamoramento omosessuale. Tutto questo, si dev’essere trovato Albert junior sulle spalle, per una vita. E ora, le altre coincidenze «olimpiche». Dice orgoglioso che la sua opera pechinese sarà «molto, molto più grande» di quella berlinese del padre. Ma anche qui, rintocca cupa la campana della storia: «Per realizzare una grande opera – diceva Albert senior – venderei l’anima al diavolo, come Faust». E un Mefistofele lui lo trovò, nello «zio Adolf».