Jacques Testart, Corriere della Sera 13/8/2007, 13 agosto 2007
Luc Le Vaillant non manca di audacia, quando propone di legalizzare il doping degli sportivi, ma nemmeno di logica, e per due ragioni: se da un lato la sua sortita offre una soluzione credibile all’insostenibile menzogna che ammorba gli sport agonistici, dall’altro si sposa perfettamente con lo spirito dell’epoca sarkozista, giacché applica allo sport il principio che il neoliberalismo vuole imporre alle esigenze produttive: chi più corre, più vince (soldi e medaglie)
Luc Le Vaillant non manca di audacia, quando propone di legalizzare il doping degli sportivi, ma nemmeno di logica, e per due ragioni: se da un lato la sua sortita offre una soluzione credibile all’insostenibile menzogna che ammorba gli sport agonistici, dall’altro si sposa perfettamente con lo spirito dell’epoca sarkozista, giacché applica allo sport il principio che il neoliberalismo vuole imporre alle esigenze produttive: chi più corre, più vince (soldi e medaglie). Eppure, invece di rendere lecito quel che non si riesce a interdire, si potrebbe tentare di mettere la parola fine all’apologia del muscolo e del guadagno. «Lo stato di natura non esiste», sentenzia Luc Le Vaillant, come se non ci fossero guerre, giochi olimpici o l’indice di borsa a ricordarci che lo stato di natura è presto ripristinato nella bestia umana, non appena essa sia stimolata da competizioni militari, sportive o economiche. Quanto allo stato di civiltà, esiste soltanto laddove il suo sviluppo artificiale è puntellato da uno sforzo costante, mirato a fugare gli impulsi naturali. Legalizzare la vendita di cannabis e la distribuzione ospedaliera delle droghe pesanti: perché no, in virtù del potere che tali prodotti hanno di lenire sofferenze? Ma che triste utopia sarebbe, se lo si facesse soltanto per fortificare i canini della bestia! In quel caso, i chimici, e – un giorno – i genetisti andrebbero decorati con le medaglie sui podi ove fanno bella mostra di sé zombie in calzoncini! Luc Le Vaillant giustifica le sue rivendicazioni rimarcando che quella in cui viviamo è una «società di trasformisti, che seleziona gli embrioni». Ecco allora nuovi spiragli per l’eugenetica pre-impiantatoria, pochi mesi dopo che in Gran Bretagna si è scelto di eliminare embrioni potenzialmente portatori di strabismo. Può darsi che la genetica sia meno inefficace a selezionare muscoli che a curare i malati. E si vede bene come l’artificio minacci la definizione stessa di «normale», quando le correzioni ottiche garantiscono un’acutezza visiva inedita per la nostra specie o quando, in virtù di protesi agli arti, un mutilato rivendica di gareggiare contro atleti normali anziché con volgari handicappati. Già le competizioni riservate a questi ultimi hanno rivelato l’assurdità di sfide crudeli che rendono (così ci si illude) onore allo sforzo di individui minorati senza immaginare lo sgomento dei perdenti, e il fatto che ogni portatore di handicap è diverso dall’altro: per amor di coerenza, si dovrebbe anzitutto troncare gli arti di tutti i contendenti esattamente allo stesso punto, sull’altare dell’«equità sportiva ». A quando un Tour de France di tanti cyborg da ricaricare a ogni tappa alla stregua di orologi di carne ormonata, in nanometallo e superplastica, il tutto reso più performante da molecole essenziali? Se l’obiettivo è non frustrare lo sportivo (e i suoi allenatori, «sponsor» e tifosi), perché fermarsi alla droga? Si potrebbe fare di meglio, celebrando il virtuosismo del corridore che semina chiodi dietro di sé, o magari abbatte i contendenti a colpi di pistola per «contrastare lo stato di fatto » delle sue capacità naturali. Un’autentica competizione senza complessi dovrebbe rendere onore a quanti sono disposti a tutto pur di vincere, senza iniettare «moralina» nei giochi del circo politico- commerciale. Nessuno può impedire ai bambini di azzuffarsi o agli adulti di misurarsi in uno scontro fisico, verissimo. Ma si dovrebbe rifiutare un sistema che coltiva gli impulsi primitivi orchestrandoli in esibizioni agonistiche. Che i ragazzini giochino a calcetto allo stadio comunale, o si sfidino in una corsa a chi arriva primo dalla scuola al municipio, va bene. Ma c’era la necessità che enormi dispositivi finanziari carezzassero pulsioni così innocenti per farne armi da guerra o quasi? Da sempre la classe dirigente profitta dei cimenti che ammaliano le masse ( panem et circenses); ora, però, è entrata in combutta con i commerciali (federazioni sportive, mass media, pubblicitari) che prosperano sull’esibizione di eroi costruiti. Ha senso parlare di limiti al doping, al broglio, o addirittura al crimine quando un canale tv può assicurarsi l’esclusiva dei sollazzi di una squadra di calcio per 600 milioni di euro? Sorge poi il nazionalismo, nel momento in cui ogni nazione freme per la vittoria dei suoi atleti, o meglio per la disfatta altrui, senza che nessuno spieghi il significato di quell’appartenenza comune o «identità nazionale» che ha appena ereditato un ministero: un uomo che corre veloce, magari, va glorificato nella propria nazione perché il suo organismo biologico vale più del sangue impuro dei suoi rivali (perché, allora, un marocchino appena naturalizzato per le sue competenze e capacità somiglierebbe più a un «francese di origine» che a uno straniero etiope)? O perché lo spirito nazionale, l’abilità o la «cultura» gli avrebbero consentito di vincere (come giustificare, allora, gli allenatori stranieri, i metodi di doping universali o l’importazione premeditata di futuri fuoriclasse)? Invece di passare di pasticca in pasticca al suono degli inni nazionali, meglio sarebbe spezzare la complicità tra media e affaristi dello sport, la cui unica mira è trasformare le pulsioni giovanili in succedaneo culturale. biologo francese, pioniere della fecondazione in vitro, direttore di ricerca all’Inserm 5 Libération 06/08/07 Traduzione di Enrico Del Sero