Maria Serena Natale, Corriere della Sera 13/8/2007, 13 agosto 2007
Se c’è una malattia, nel cantiere navale di Danzica, è il tempo, la patina lieve di ruggine su un corpo che invecchia
Se c’è una malattia, nel cantiere navale di Danzica, è il tempo, la patina lieve di ruggine su un corpo che invecchia. « nostra madre, non ci si sbarazza di una madre», dice Lech Walesa puntando gli occhi di fuoco sulle tre croci che tagliano il cielo del Baltico. I modi spicci, i baffi scolpiti come ventisette anni fa. Dalla piattaforma che guarda la città vecchia nel 1980 l’elettricista di Popowo lanciò l’offensiva operaia allo Stato dei lavoratori. Dalla stessa piattaforma il fondatore di Solidarnosc, l’ex presidente della Repubblica, il premio Nobel per la Pace oggi studia la nuova sfida a Bruxelles. Il cantiere sta morendo. L’agonia dura da anni ma ora la Commissione europea ha dato l’ultimatum: «Tagliate i costi o chiudete». «Per oltre due anni – fa sapere l’ufficio del Commissario alla Concorrenza, Neelie Kroes – ci siamo mostrati accomodanti, per facilitare la cooperazione. A questo punto non escludiamo una decisione negativa». Dall’ingresso della Polonia nell’Ue nel 2004, l’esecutivo europeo ha stanziato oltre 533 milioni di euro in sovvenzioni ai tre cantieri navali di Gdynia, Stettino e Danzica, fissando precisi obiettivi in termini di riduzione delle capacità e redditività finanziaria a lungo termine. Per ottenere ulteriori stanziamenti, il governo di Varsavia deve presentare piani dettagliati sul futuro delle infrastrutture. Su Danzica, finora silenzio. Se i piani non arriveranno a Bruxelles entro il 21 agosto, il cantiere dovrà restituire gli aiuti già ricevuti. In particolare, la Commissione ha indicato tra le misure da adottare la chiusura di due dei tre scali di costruzione ancora attivi. «Impossibile, non si rendono conto che per costruire una nave occorrono almeno due scali», protesta l’attuale leader di Solidarnosc, Karol Guzikiewicz, che nel 1980 già lavorava sulla riva del canale Motlawa. Oggi il cantiere non porta più il nome di Lenin, dal giugno del 1990 si chiama «Stocznia Gdansk S.A.», le privatizzazioni e le spartizioni hanno portato al licenziamento di quattro quinti degli operai e alla rabbia del sindacato che aveva seguito con fede cieca il suo tribuno: «il nostro Leszek», era Walesa per i dieci milioni di iscritti dei tempi d’oro di Solidarnosc. Lo stesso popolo che a Walesa presidente non ha perdonato sprechi e inconcludenza. La scorsa estate, all’ex leader che stracciava la tessera del sindacato, il successore Guzikiewicz rinfacciava: «Non ha saputo arginare le privatizzazioni selvagge. solo grazie ai Kaczynski che i cantieri sono tornati in mano pubblica». Un anno dopo, con il governo in rotta e le elezioni anticipate alle porte, Walesa chiama a raccolta le legioni. «Anziché agitare la minaccia della chiusura, l’Unione europea dovrebbe aiutarci a rendere più efficiente il nostro lavoro. Non possiamo perdere il cantiere per colpa di uno stupido gioco politico». A Bruxelles, però, interessano i numeri. Malgrado la sostenuta crescita dell’economia polacca, l’industria pesante arranca, incapace di aggrapparsi alla locomotiva europea, troppi freni alla libera concorrenza, tecnologie superate, scarsità di mano d’opera qualificata. E a Danzica i magazzini navali continuano a svuotarsi, incalzati da centri d’arte e musei. «Le vie della libertà» è il nome del memoriale dedicato a Solidarnosc, con le tute in poliestere dei vecchi operai al sicuro nelle teche. I due terzi della superficie del cantiere sono già nelle mani di società immobiliari che progettano agglomerati di piccoli appartamenti e porticcioli per yacht di lusso. Per salvare quel che resta di un simbolo, i lavoratori si sono alleati con i dirigenti. «Abbiamo ordini per nuove navi – insiste il general manager Andrzej Jaworski – e abbiamo investitori, possiamo farcela». Il 14 agosto 1980 partì lo sciopero, diciassette giorni dopo il governo autorizzò i lavoratori a costituirsi nel primo sindacato sciolto dalle maglie del regime comunista. Ieri il Sunday Times ha riportato il commento di Jan, 24 anni, studente universitario. «So che la città sta cambiando ma sarebbe un dolore se il lavoro al cantiere si fermasse per sempre. Credo che quanto abbiamo oggi, lo dobbiamo agli operai di Danzica ».