Roberto Bagnoli, Corriere della Sera 13/8/2007, 13 agosto 2007
ROMA – A
insistere sulle cifre, che in maniera chiara dimostrano come la legge Biagi non abbia aumentato il lavoro precario e semmai ha partecipato al boom dell’occupazione, è essenzialmente Michele Tiraboschi. «Dal 2001 a oggi – precisa il professore direttore dell’ufficio studi della fondazione Marco Biagi e già collaboratore del giuslavorista ucciso dalle Brigate rosse – la disoccupazione è scesa dall’11 al 6,5%, in dieci anni si sono creati quasi 3 milioni di posti di lavoro anche per merito delle innovazioni introdotte da Treu». Gli altri docenti ed esperti del mercato del lavoro la buttano in politica. Come l’economista Nicola Rossi, convinto che la Biagi sia ormai una sorta di «cartina di tornasole della sinistra dimostrando che non ha mai metabolizzato nemmeno il pacchetto Treu». La verità, per il deputato eletto nelle liste dell’Ulivo, è «che tutto questo urta con la cultura della sinistra massimalista che crede solo nel posto fisso».
Al di là delle statistiche, la legge Biagi è diventata la bandiera che unisce senza se e senza ma la sinistra radicale trascinando nell’equivoco del precariato anche personaggi come Beppe Grillo. Nel suo ultimo e corposo libro «Schiavi moderni», il comico-bloggista inizia proprio citando quella legge come responsabile di aver introdotto il precariato nel nostro Paese. Poco importa se il ministro del Lavoro Cesare Damiano è riuscito a regolarizzare 18 mila contratti a tempo nel settore del call center proprio grazie a uno dei cento articoli della «famigerata» legge. Di questo terribile impasse che «potrebbe portare – teme Tito Boeri – a un nuovo scontro come quello sull’articolo 18», il giuslavorista Pietro Ichino ne dà una spiegazione suggestiva. «La realtà è che sia la sinistra che la destra – spiega – avevano entrambe interesse, anche se per motivi diametralmente opposti, a presentare questa legge come lo smantellamento del mercato del lavoro, e ora tutti gli italiani si sono convinti che è così».
Eppure, a spulciare nel mare magnum dei dossier e degli studi sull’argomento, si scopre che grazie alla Biagi metà dei contratti a termine sono stati trasformati in contratti a tempo indeterminato (sondaggio Confindustria) o che, sempre grazie a quella legge, è crollata di 6,8 punti la quota di imprese che hanno utilizzato collaboratori coordinati e continuativi (Aris Accornero, sociologo vicino alla Cgil). Anche la Cgil si è rassegnata: alla fine, nonostante le lettere di Guglielmo Epifani a Romano Prodi e mille mal di pancia, ha firmato il patto del 23 luglio scorso col governo e parti sociali dove in sostanza viene confermata la Biagi (verrà abrogato solo il lavoro a chiamata, job on call). La partita naturalmente non è finita: a settembre scatteranno le consultazioni in fabbrica sul testo dell’accordo e Cgil, Cisl, Uil hanno già cominciato a litigare sulle modalità del «voto».
Anche Tiraboschi approda sul terreno della politica. «C’è un grande problema culturale sui cui riflettere – osserva – riguarda Rifondazione e la sinistra convinte che solo il lavoro a tempo indeterminato risolva tutti i problemi e la dignità dell’uomo, poco importa se le aziende alla fine non assumono o se continua a dilagare l’economia sommersa, con 4 milioni di lavoratori in nero».
Un’autocritica al vento riformista, che tra le altre cose ha portato anche la Biagi, la fa Nicola Rossi. «Abbiamo lasciato la Treu e la Biagi sole – ammette l’economista – senza accompagnarle con le contestuali riforme del welfare e degli ammortizzatori sociali, occorreva immettere flessibilità anche in altri mercati o categorie come, per esempio, gli ordini professionali o il mondo del credito». Ma, ora, tutto rischia di radicalizzarsi. Boeri è preoccupato da una prospettiva simile. «La vecchia sinistra pensa di abbattere anche la Treu e se scatta la contrapposizione con Confindustria e una parte della maggioranza – continua il docente della Bocconi e anima del sito lavoce.info – saranno proprio i lavoratori precari a farne le spese ». Oggi, ricorda, il 60% dei giovani sotto i 30 anni «viene assunto mediante contratti con la data di scadenza, come fossero prodotti deperibili». Una ingiustizia che potrebbe essere superata con la sua proposta (fatta insieme a Pietro Garibaldi) di introdurre un contratto unico ma con inserimento graduale. Ci arriverà prima Nicolas Sarkozy che, veloce come un gatto, ha capito al volo che è quella la formula giusta per cambiare un mercato del lavoro diviso – anche in Francia – tra garantiti e precari.