Francesco Semprini, La Stampa 12/8/2007, 12 agosto 2007
FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK
La leva obbligatoria è una delle opzioni sul tavolo per fronteggiare l’esigenza di soldati da inviare nelle missioni in Iraq e Afghanistan. A rivelarlo è il generale Douglas Lute, consulente di George W. Bush per il coordinamento delle due missioni militari, le cui parole fanno tornare indietro gli Usa di 34 anni, al 1973, quando l’allora presidente Richard Nixon abolì il servizio di leva poco prima della fine della guerra del Vietnam. «Ha certamente un senso considerare quest’opzione - spiega lo zar delle guerre - Si tratta di una scelta politica per venire incontro alla necessità di sicurezza nazionale».
Le affermazioni del generale Lute sembrano però stridere con l’ottimismo ostentato dall’amministrazione di Washington sull’andamento delle missioni militari, specie quella in Iraq, dove 6 mesi fa si è rafforzato il contingente Usa nell’ambito di un cambio di strategia deciso da Casa Bianca e Pentagono. «Notizie incoraggianti arrivano dai due fronti», afferma George W. nel consueto discorso radiofonico del sabato. «La nostra nuova strategia è ottenere buoni risultati», dice spiegando che l’eliminazione di Haitham Sabah Shaker Mohammed al Badri, l’ideatore degli attentati ai minareti di Samarra è una «vittoria per l’Iraq libero e un segnale che non ci arrenderemo a questi assassini». Poi i numeri, «da gennaio abbiamo ucciso o catturato ogni mese una media di 1.500 tra nemici o terroristi, e l’esercito controlla un elevato numero di distretti. Nessuno potrà fermare il popolo iracheno e il suo desiderio di libertà».
Nonostante il buon andamento della guerra e il successo della strategia del generale David Patreus, la leva obbligatoria rimane un’opzione sul tavolo. «L’incertezza è sui tempi», spiegano gli esperti, secondo cui, ammesso che la missione vada bene, sarà necessario attendere a lungo prima della pacificazione, con periodi di ferma per i militari Usa sempre più estenuanti e arruolamenti in tendenziale calo.
Il desiderio di libertà del popolo iracheno deve fare poi i conti con quello di vacanza dei politici del Paese, che per il mese di agosto hanno deciso di chiudere il Parlamento di Baghdad e godersi un po’ di riposo. «Pensavate forse che con 162 mila soldati stranieri impegnati sul territorio, un paese dilaniato dalle rivalità settarie e un parlamento spaccato a metà, forse quest’anno i politici di Baghdad avrebbero rinunciato alla consueta tradizione della pausa estiva - scrive Eugene Robinson sul Washington Post - Ebbene vi sbagliavate le temperature sono troppo elevate e a Baghdad con questo clima non si può lavorare». C’è però chi davanti al caldo non si ferma e continua a combattere la sua guerra, come i terroristi che hanno ucciso Khalil Jail Hamza e il generale Khaled Hassan, rispettivamente governatore e capo della polizia di Diwaniya, assassinati in un attentato dinamitardo.
In un quadro già complesso si inserisce poi la missione Unami patrocinata dall’Onu, il cui mandato è stato prolungato con la risoluzione 1770 approvata venerdì e che prevede poteri più ampi e un ruolo più attivo nella mediazione con gli stati confinanti, Iran in testa, l’aspetto dove l’America di Bush ha mostrato un netto immobilismo, nonostante gli sforzi della diplomazia. Almeno su questo Bush può essere ottimista.