Aldo Grasso, Corriere della Sera 12/8/2007, 12 agosto 2007
Per la serie «La grande storia», Edoardo Novelli ha presentato una puntata sul modo di comunicare dei politici italiani negli ultimi cinquant’anni, a partire dal dopoguerra: «Mi consenta
Per la serie «La grande storia», Edoardo Novelli ha presentato una puntata sul modo di comunicare dei politici italiani negli ultimi cinquant’anni, a partire dal dopoguerra: «Mi consenta. I politici e la tv», regia di Emilia Bianchi (Raitre, venerdì, ore 21.05). Nell’arco di alcuni decenni (1945-1994), il leader politico si è trasformato dall’oratore di piazza degli anni Quaranta e Cinquanta, all’attuale leader televisivo: da Togliatti alla morte di Berlinguer in diretta, da De Gasperi a Berlusconi, da Nenni a Craxi, passando per Alighiero Noschese, Piero Chiambretti, Michele Santoro, Gianfranco Funari. Ovviamente il materiale è interessantissimo: la ricostruzione dopo la guerra, l’arrivo della tv, il boom dei consumi, il Sessantotto, gli interventi fiume di Aldo Moro (sette ore!), l’avvento delle tv private, il terrorismo, la crisi della militanza, Tangentopoli. Dapprima, la tv rappresenta l’estraneità come un leopardo nel tempio (secondo il celebre apologo di Kafka), poi la trasforma in consuetudine e, dunque, in immediata riconoscibilità. Infine, la ridiscorsivizza secondo regole ben precise. Ecco perché in tv la politica è ormai ridotta a show. Morta l’ideologia, la politica è sospesa tra la formazione del consenso e la modalità televisiva del «problem solving», e permette al conduttore di farsi garante del rapporto tra Stato e cittadino, se non addirittura in alcuni casi, di sostituire le istituzioni. Il discorso di Edoardo Novelli non procede sempre con lucidità, spesso si fa travolgere dalla materia (troppa carne al fuoco!), a volte utilizza il materiale audiovisivo solo a sostegno delle sue convinzioni (non ha molta simpatia per Berlusconi, paragona il suo ingresso nella scena della politica a quello di Achille Lauro nel 1960) e non per ciò che è. L’errore teorico che commette è quello di anteporre le proprie tesi all’analisi testuale del prezioso materiale. vero, come sostiene, che l’immagine sposta il piano dell’identità e della comunicazione dal livello logico razionale a quello visivo-emotivo, ma sarebbe servita un’analisi più pertinente per dimostrarlo.